Naufragio di Cutro, la lettera di uno degli imputati: “Basta tradurre per essere uno scafista?”
di Alessia Candito“Tutti mi chiamano assassino di bambini, ma fatemi capire: ho ammazzato io queste persone? Cosa c’entro io con questa situazione?”. Quattro fogli di stampatello ordinato, penne colorate per sottolineare i concetti, uno che si ripete quasi come una preghiera: “Sono innocente, perché non volete credermi?”.
Per la procura di Crotone, Khalid Arslan, uno dei tre imputati ancora a processo per la strage di Cutro, non è tecnicamente un capitano. Lui e gli altri, ha detto il pm Pasquale Festa nel corso della requisitoria, “non sono scafisti ma hanno avuto un ruolo attivo nella gestione dei passeggeri del caicco naufragato a Cutro, anche se la loro responsabilità nel naufragio non è equiparabile a quella di chi guidava barca”.
Loro sono già stati condannati in abbreviato,…
“Tutti mi chiamano assassino di bambini, ma fatemi capire: ho ammazzato io queste persone? Cosa c’entro io con questa situazione?”. Quattro fogli di stampatello ordinato, penne colorate per sottolineare i concetti, uno che si ripete quasi come una preghiera: “Sono innocente, perché non volete credermi?”.
Per la procura di Crotone, Khalid Arslan, uno dei tre imputati ancora a processo per la strage di Cutro, non è tecnicamente un capitano. Lui e gli altri, ha detto il pm Pasquale Festa nel corso della requisitoria, “non sono scafisti ma hanno avuto un ruolo attivo nella gestione dei passeggeri del caicco naufragato a Cutro, anche se la loro responsabilità nel naufragio non è equiparabile a quella di chi guidava barca”.
Loro sono già stati condannati in abbreviato, in ordinario c’è quello che la procura considera l’equipaggio. Lui che a bordo ha fatto da traduttore – quasi impone lo schema della norma - è da considerare parte dell’equipaggio. E tanto basta perché anche lui risponda del reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina sulla cui compatibilità con le norme europee la Corte di giustizia Ue si dovrà pronunciare a breve. Equivale a rischiare 14 anni e 4 mesi di carcere.
La decisione il 20 novembre
I giudici dovranno decidere il 20 novembre, fra le carte da studiare, rileggere e incrociare anche la sua lettera, con cui nell’italiano stentato imparato in carcere non fa che chiedere: perché anche io rispondo da trafficante? È domanda al centro di ricorsi, istanze e arringhe da quando il reato è stato confezionato. Nella carne viva di chi ne risponde sono domande che rimangono senza perché.
“Ho rischiato la mia vita per salvare gli immigrati in difficoltà, fossi stato uno scafista sarei scappato”, si legge in uno dei passaggi. “Ho pagato settemila dollari, non per andare in galera, ma per il mio futuro”, scrive Arslan, che nel processo è assistito dall’avvocato Salvatore Perri. Non li aveva, li ha chiesti a uno zio a cui li deve ridare, “ci sono le prove”, sembra gridare da quei fogli a righe. In effetti, le ricevute di quel pagamento ci sono, sono state depositate. Non era neanche completo, racconta, e durante il viaggio più volte “dal telefono grande della barca” e “con messaggi vocali dal cellulare del mio amico” perché la seconda parte del pagamento non era stata ancora sbloccata.
Come funziona
Funziona così sulla rotta jonica: una prima parte del viaggio si paga alla partenza, l’altra o le altre tranche quando la traversata comincia o all’arrivo. Gun Ufuk, uno dei capitani già condannati in abbreviato, dopo l’estradizione dall’Austria, “mi ha dato tre o quattro schiaffi perché ‘tuo padre non ha ancora sbloccato il pagamento’”. Paradosso, ricorda, lui stesso ha indicato gli scafisti, per questo è stato minacciato e trasferito in un altro carcere, in più “il capitano siriano ha sempre parlato di tre turchi, perché non ha fatto il mio nome? Perché sono un semplice viaggiatore”.
Ha tradotto su quella barca, ma per lui non era un lavoro, “sono un migrante, non ho preso soldi per questo, anzi ho pagato”. Semplicemente conosceva la lingua e ha mediato in una barca stracarica trasformata in babele “altrimenti sarebbero scoppiate risse”. Su una carretta del mare si viaggia in compagnia della paura di non finire mai la traversata e tutto può diventare origine di litigio. “Fatemi capire – chiede Arslan – aiutare le persone deboli è favoreggiamento dell’immigrazione clandestina? Non lo sapevo, ho ventisei anni”. E se in Italia aiutare significa rischiare la propria libertà, scrive in rosso, “in futuro se qualcuno muore davanti a me farò finta di essere cieco, sordo e muto”.
Tradurre basta per essere trafficante
Per come la legge italiana è stata confezionata trent’anni fa, per poi essere inasprita dal Decreto Cutro, basta anche questo per rispondere come un trafficante di uomini. Arslan non lo sapeva e ancora oggi non lo capisce. “Ci sono i video che dimostrano che ho viaggiato con gli altri. Qual è la mia colpa? Parlare la lingua turca? Se non avessi fatto l’interprete tutto questo non succedeva?”
Chiede di essere creduto, che anche le sue parole e il suo vissuto abbiano un peso. “Gli scafisti hanno lasciato la barca senza guida quando hanno visto la luce del pescatore e sono scappati”. Lui è rimasto lì, su quella spiaggia diventata un cimitero. “Questo viaggio ha mangiato otto anni della mia vita, dal 2016 fino al 2023”, scrive. “Io volevo solo venire in Italia per stare con mio fratello ed essere felice”.