Migranti e patriarcato, Lucia Annibali: “È la destra che è ideologica. La violenza dilaga in casa”
di Romina MarcecaLucia Annibali
Roma — Lucia Annibali, anche la premier Giorgia Meloni appoggia le parole del ministro Valditara che definisce «ideologica» la lotta al patriarcato e sposta sugli immigrati la colpa delle violenze sessuali. Che ne pensa?
«Il ministro ha scelto un contesto sbagliato e ha utilizzato poca diplomazia. Non si rivolgono quelle frasi a un padre che ha perso una figlia per mano di un ragazzo e nel giorno in cui presenta la sua fondazione. Chi studia e conosce da anni la violenza maschile sulle donne, al di là di parlare di patriarcato, sa che gli episodi per la maggior parte si verificano dentro alle famiglie tra partner o ex partner. E a commetterli, in Italia, sono soprattutto gli italiani. Per un motivo banale: sono più degli stranieri. Non possiamo addossare agli stranieri tutta la colpa delle violenze, seppur registriamo degli episodi odiosi».
C’è un femminismo di destra che riconosce l’esistenza del patriarcato ma poi Valditara dice che è stato sconfitto.
«Quelle del ministro mi sem…
Roma — Lucia Annibali, anche la premier Giorgia Meloni appoggia le parole del ministro Valditara che definisce «ideologica» la lotta al patriarcato e sposta sugli immigrati la colpa delle violenze sessuali. Che ne pensa?
«Il ministro ha scelto un contesto sbagliato e ha utilizzato poca diplomazia. Non si rivolgono quelle frasi a un padre che ha perso una figlia per mano di un ragazzo e nel giorno in cui presenta la sua fondazione. Chi studia e conosce da anni la violenza maschile sulle donne, al di là di parlare di patriarcato, sa che gli episodi per la maggior parte si verificano dentro alle famiglie tra partner o ex partner. E a commetterli, in Italia, sono soprattutto gli italiani. Per un motivo banale: sono più degli stranieri. Non possiamo addossare agli stranieri tutta la colpa delle violenze, seppur registriamo degli episodi odiosi».
C’è un femminismo di destra che riconosce l’esistenza del patriarcato ma poi Valditara dice che è stato sconfitto.
«Quelle del ministro mi sembrano espressioni fuori luogo, poco centrate e anche poco utili. E ideologiche a loro volta. Il patriarcato è legato a una mentalità del passato ed è un pezzo del fenomeno della violenza sulle donne».
Secondo lei, mentre la politica di destra esalta la famiglia tradizionale tralascia che c’è un problema culturale anche tra le mura di casa?
«La violenza maschile sulle donne non si è mai fermata. Ancora ci stupiamo della crudeltà sulle donne da parte di uomini sempre più giovani e violenti. I passi avanti si sono fatti, ma molte donne ogni giorno vivono gli abusi nel silenzio. Spesso insieme ai loro figli, dei quali si parla forse troppo poco. Quella del governo rischia di essere una lettura parziale dei dati e delle caratteristiche del fenomeno, che è culturale e trasversale e colpisce le donne al di là della loro classe sociale».
Come si può intervenire per diminuire i femminicidi?
«Ho sempre avuto posizioni diverse rispetto a questo governo. Il tema non va affrontato in modo securitario e deterrente, introducendo nuovi reati o pene. Gli uomini violenti non si fermano così. Di certo sono stati rafforzati gli strumenti per la protezione della donna, anche da parte di questo governo, questo bisogna dirlo. A partire dal ministero dell’Istruzione si dovrebbero mettere in campo progetti rivolti ai ragazzi, con un investimento reale di risorse».
La parità di genere arranca?
«È ancora lontana, è un concetto astratto. Il tema è come è organizzata la nostra società, sia economicamente sia socialmente. I lavori di cura sono soprattutto a carico delle donne che, in pandemia, hanno sacrificato il loro lavoro. Non c’è ancora parità di retribuzione. La violenza sulle donne si inserisce in questo contesto più ampio. È conseguenza di stereotipi e pregiudizi, di questa diversità di potere che ancora persiste sul piano politico, sociale e economico tra uomo e donna. Bisognerebbe sgretolare i ruoli prestabiliti anche tra i giovani, che crescono con l’idea di compiti diversi tra uomini e donne».
Lei è una donna, diventata anche una politica tra le fila del Pd e poi di Italia Viva, che è stata sfregiata proprio da due stranieri. Giusto?
«In tutti gli anni in cui ho raccontato la mia storia non ho mai specificato la nazionalità degli esecutori materiali, non lo ritengo necessario. Ma la realtà è che un italiano ha pagato due stranieri per sfregiare il mio viso. Quindi il mandante, cioè il mio ex fidanzato, era italiano».
Siamo alla vigilia della giornata contro la violenza sulle donne. Come considera il dibattito attuale?
«Mi rattrista l’affollamento di discussioni che poi finiscono col giudicare le donne. Si sposta l’attenzione su di loro perché non hanno denunciato in tempo o non hanno capito il pericolo. È come se fossero colpevoli perché non si sono ribellate. È profondamente offensivo. Non aiuta le donne che vivono storie di violenza e in generale non aiuta a elevare il dibattito culturale. Non si chiarisce mai bene che la violenza è una scelta dell’uomo violento e non dipende dalla donna che lo ha incontrato. Ci si augura un dibattito che non sia più di questo tipo».
Dopo dieci anni lei scrive un nuovo libro sulla sua storia. Perché?
«Ho scritto per Feltrinelli “Il futuro mi aspetta” con Daniela Palumbo perché dopo tanti anni guardo al mio viaggio con occhi diversi, sia dentro la sofferenza per quello che ho subito sia perché questo libro lo abbiamo immaginato e dedicato soprattutto ai giovani. Un progetto per le nuove generazioni che devono prendere consapevolezza delle violenze sulle donne, anche attraverso la mia storia».