Gli Strangio, la saga della famiglia dei “Barbari” della ‘ndrangheta
di Alessia CanditoNon è aristocrazia dei clan. E nel labirinto di semi-omonimie della ‘ndrangheta di San Luca non è neanche semplice individuarne capostipite e schieramento. Fa fede il soprannome, o meglio quella che in Calabria si chiama “la ‘ngiuria”. Gli Strangio che oggi piangono il 42enne Antonio – sparito da lunedì scorso e di cui è stato trovato solo il suv carbonizzato con resti umani nel cofano – sono i Barbari. E la storia della famiglia fa fede al nomignolo che è stato loro affibbiato.
I Barbari soprattutto nella stagione dei sequestri si sono fatti conoscere come gente spietata. Della ‘ndrangheta continuano a vestire i panni più tribali, tradizionali e feroci. Legati ai Mammoliti, da almeno trent’anni hanno le mani in pasta nel narcotraffico, con canali di distribuzione che sono stati individuati anche nella Capitale.
Non è aristocrazia dei clan. E nel labirinto di semi-omonimie della ‘ndrangheta di San Luca non è neanche semplice individuarne capostipite e schieramento. Fa fede il soprannome, o meglio quella che in Calabria si chiama “la ‘ngiuria”. Gli Strangio che oggi piangono il 42enne Antonio – sparito da lunedì scorso e di cui è stato trovato solo il suv carbonizzato con resti umani nel cofano – sono i Barbari. E la storia della famiglia fa fede al nomignolo che è stato loro affibbiato.
I Barbari soprattutto nella stagione dei sequestri si sono fatti conoscere come gente spietata. Della ‘ndrangheta continuano a vestire i panni più tribali, tradizionali e feroci. Legati ai Mammoliti, da almeno trent’anni hanno le mani in pasta nel narcotraffico, con canali di distribuzione che sono stati individuati anche nella Capitale.
Ma è soprattutto nella stagione dei sequestri che i” Barbari” hanno scritto interi capitoli di storia di proprio pugno. E uno dei principali autori è stato Giuseppe Strangio, padre del 42enne formalmente sparito dai radar da una settimana.
Prima di “cadere” per il rapimento di Cesare Casella durante un blitz delle teste di cuoio che hanno simulato il pagamento di un riscatto, Peppe Strangio di sequestri ne aveva firmati almeno altri due, quelli degli imprenditori lombardi Giovanni Piazzalunga e Carlo De Feo, mentre il fratello Francesco era stato condannato per aver fatto sparire il re delle pellicce Giuliano Ravizza.
Nessuno dei due faceva parte dell’ala milanese del clan, né agiva in trasferta. Formalmente allevatori, di famiglia erano e sono profondi conoscitori delle montagne dell’Aspromonte, tuttora in parte non coperte da sentieri ufficialmente riconosciuti. Per questo, nella complessa macchina dei sequestri, è a loro che venivano affidati i rapiti, con il compito di nasconderli e custodirli negli anfratti più inaccessibili delle montagne, dove rimanevano prigionieri per mesi, o anni, come nel caso dei Casella.
“Non torcetegli un capello”, disse all’epoca Peppe Strangio dall’ospedale dove è stato ricoverato per una ferita alla gamba rimediata durante il blitz delle teste di cuoio. La storia ufficiale vuole che quello sia stato il passo decisivo per arrivare alla liberazione del ragazzo, la storiografia del territorio parla dell’inizio di una trattativa.
Mistero, uno dei tanti della stagione dei sequestri. Come quello che ancora avvolge l’omicidio del brigadiere Carmine Tripodi. Nuove indagini avviate un paio di anni fa si sono concentrate su altri uomini dei clan di San Luca, ma in passato fra i primi sospettati – e per questo processati – c’erano anche Peppe Stangio e il fratello Francesco. L’ipotesi era che avessero fatto pagare a Tripodi le indagini che li avevano portati in carcere per il sequestro De Feo, ma in aula non ha tenuto, entrambi sono stati assolti.
Archiviata quella stagione, anche i Barbari sono entrati nel grande mondo del narcotraffico, settore in cui i sanlucoti storicamente giocano da protagonisti. Di certo lo sono i parenti – i Mammoliti, come i Pizzata – fra i pionieri della commercializzazione della coca da una parte all’altra del globo, con cui gli Strangio hanno sempre lavorato in combo.
Insieme li hanno pizzicati nelle reti che inondavano di cocaina Milano, come la Capitale, ma da qualche anno sulla famiglia del 42enne scomparso sembrava fosse calato un velo. Lui stesso, in passato finito nei guai per storie di droga, ha sempre avuto una posizione defilata. Ma nella ‘ndrangheta nulla è come sembra. E la sua sparizione, che nessuno si azzarda ancora a chiamare omicidio, lo conferma.