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Femminicidi, lo sconforto dei figli di Marianna Manduca: “Per le ragazze la gelosia morbosa è amore”

Marianna Manduca 

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Gli orfani della donna, uccisa in Sicilia nel 2007 dall’ex marito, da anni girano le scuole per parlare con i giovani. “Spesso ci ascoltano quasi con noia, ma noi non molliamo. In nome di mamma”
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La domanda arriva durante un incontro in un liceo professionale di Roma. Secca. “Tuo padre sta per uscire dal carcere. Come ti vendicherai per quello che ha fatto?”. A farla è un diciassettenne. Ha la stessa età di Stefano Nolfo Calì, uno dei tre figli di Marianna Manduca, uccisa a 32 anni dal suo ex marito, Saverio Nolfo, 36 anni, la sera del 3 ottobre del 2007 a Palagonia (Catania).

Stefano ha risposto così: “In nessun modo. I miei genitori sono Carmelo Calì e Paola Giulianelli, che mi hanno adottato quando è morta mia mamma. Quell’uomo non è niente per me. La vicenda di mia madre non si può concludere con altro odio”. Il ragazzino non ha condiviso. “Non hai spina dorsale”, è stato il suo commento.

Stefano Manduca durante un incontro in una scuola 

I tre figli di Marianna Manduca da quasi sei anni girano le scuole d’Italia per portare la testimonianza della loro vita da orfani, del martiri…

La domanda arriva durante un incontro in un liceo professionale di Roma. Secca. “Tuo padre sta per uscire dal carcere. Come ti vendicherai per quello che ha fatto?”. A farla è un diciassettenne. Ha la stessa età di Stefano Nolfo Calì, uno dei tre figli di Marianna Manduca, uccisa a 32 anni dal suo ex marito, Saverio Nolfo, 36 anni, la sera del 3 ottobre del 2007 a Palagonia (Catania).

Stefano ha risposto così: “In nessun modo. I miei genitori sono Carmelo Calì e Paola Giulianelli, che mi hanno adottato quando è morta mia mamma. Quell’uomo non è niente per me. La vicenda di mia madre non si può concludere con altro odio”. Il ragazzino non ha condiviso. “Non hai spina dorsale”, è stato il suo commento.

Stefano Manduca durante un incontro in una scuola 

I tre figli di Marianna Manduca da quasi sei anni girano le scuole d’Italia per portare la testimonianza della loro vita da orfani, del martirio della mamma, delle responsabilità dello Stato che non mosse un dito davanti alle 12 denunce della donna contro l’ex marito. Con loro anche il padre adottivo e 15 avvocate volontarie. “Siamo un po’ scoraggiati, ma non molliamo”, dicono Salvatore e Carmelo, che di anni ne hanno 23 e 25.

“Come li sentite questi ragazzi, vicini o lontani? La vostra esperienza vi ha resi diversi?”

Carmelo: “Noi siamo come loro, abbiamo avuto un’esperienza terrificante che ancora è viva nella nostra carne. Ma siamo ragazzi di questo tempo, siamo sui social e ci confrontiamo con gli stessi mezzi dei nostri coetanei”.

Stefano: “Quando quel ragazzo mi ha rivolto quelle parole, ho pensato che c’è ancora tanto da fare. Noi siamo stati adottati dai cugini di mia madre che sono stupendi: avevano già tre figli. Avremmo potuto cancellare il cognome Nolfo. Invece, abbiamo aggiunto Calì. Già in questa scelta avevamo deciso che l’odio non ci apparteneva. La nostra storia è andata avanti. Questo è il punto in cui per fortuna gli studenti si sono trovati d’accordo con me e non hanno appoggiato il loro compagno”.

I sei figli di Carmelo Calì e Paola Giulianelli 

Una ricerca di Differenza Donna sui giovani ha fornito dati che fanno riflettere: per un ragazzo su tre la gelosia è un segno d’amore, il 37 per cento ammette che il partner controlla spesso l’abbigliamento e il 61 per cento cosa c’è scritto nei messaggi.

Salvatore: “È esattamente quello che noi osserviamo nella nostra esperienza nelle scuole. Per le ragazze, molte, la gelosia significa «essere amate». Una diciottenne ci ha risposto così dopo il nostro invito a non postare video intimi: «Ma che volete? Sarò padrona di fare quello che voglio?». Noi abbiamo spiegato che rimangono in rete”.

Carmelo: “Sul vestiario l’opinione degli studenti è abbastanza comune. Per loro andare in giro vestite in un certo modo significa spingere qualcuno a disturbarti, essere provocatorie. Non la considerano una scelta libera delle ragazze”.

Voi siete tornati spesso anche a Palagonia, la terra in cui siete nati e in cui è stata uccisa vostra madre.

Carmelo: “Anche lì le risposte sono poco confortanti. In una giornata in cui aspettavamo i genitori di 40 alunni, non si è presentato nessuno”.

Stefano: “Noi abitiamo a Senigallia da anni ma torniamo anche lì nelle scuole col progetto “Dai un nome alla violenza” promosso dall’associazione che abbiamo fondato “Insieme a Marianna”. Da ottobre a maggio, ogni mese si approfondisce un tema. L’ultima sessione è la simulazione di un processo. Tutto è coordinato da Roma, dalla nostra avvocata Licia D’Amico che ha anche ottenuto il risarcimento per noi dallo Stato dopo anni di battaglie. Per me, che ho perso mia mamma a due anni, con l’associazione sto ricucendo i miei pochi ricordi”.

Carmelo, mamma Paola Giulianelli e Salvatore 

Provate sconforto?

Salvatore: “Sì. Anche se poi, sempre a Palagonia, ci sono studenti delle scuole medie che hanno un calendario fittissimo di eventi. Ci seguono con puntualità ma anche per loro l’equazione gelosia uguale amore è valida”.

Ma riscontrate più o meno attenzione nelle scuole superiori e nelle medie?

Salvatore: “Gli studenti delle medie sono molto più partecipi. Le ragazzine vogliono sapere perché non funziona il braccialetto elettronico”.

Carmelo: “Alle superiori, da Napoli alla Sicilia, da Senigallia a Roma, ci ascoltano quasi con noia e se cambiano atteggiamento è solo dopo diversi incontri. Sembrano quasi arrabbiati, non si fidano”.

Perché secondo voi?

Carmelo: “Forse sono poco attratti alla loro età o ci sono delle sacche di resistenza culturale. C’è anche una certa pigrizia, un comodo rifugio maschile per mantenere quel potere sulla donna. Molto deriva, secondo me, anche dall’atteggiamento familiare. Per fortuna noi siamo stati cresciuti diversamente. Quello che un po’ ci stupisce è come sia possibile che le ragazze restino zitte quando a Palagonia le loro coetanee dicono che essere geocontrollate dal fidanzato è una forma di amore. Almeno quelle che incontriamo noi, non si ribellano”.

Qualche soddisfazione dai vostri incontri l’avete o no?Salvatore: “Spesso gli studenti ci ringraziano e qualcuno ci ha anche chiesto l’autografo per conservare la memoria di quell’incontro. Noi non molliamo e torniamo nelle scuole ogni anno col nostro progetto”. Stefano: “Alla fine la nostra goccia d’amore nell’oceano produrrà i suoi piccoli e grandi cerchi concentrici”.

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