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Marian Jamali, la migrante accusata di essere una scafista: “Fuggo dalle violenze, donne denunciate”

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La mamma iraniana ha affrontato il mare con il figlio piccolo per fuggire da un uomo violento. Aspetta la fine del processo che la vede imputata come membro dell’equipaggio di un veliero arrivato il 26 ottobre e sul quale è stata molestata
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“Da donna e migrante, l’oppressione è doppia. Perché sei donna, sei migrante. E la traversata è ancora più pericolosa, se viaggi da sola vieni molestata e maltrattata. E allo sbarco non puoi dire nulla perché le traversate sono illegali e si rischia anche solo per averle fatte”. Marjan Jamali da mesi aspetta. Da maggio è ai domiciliari, finalmente insieme al figlio, che ha portato via dall’Iran poco prima che per legge le venisse tolto per essere affidato al padre, un uomo violento da cui lei era fuggita dopo anni di sevizie fisiche e verbali. Aspetta l’esito del processo che la vede imputata come membro dell’equipaggio di un veliero arrivato il 26 ottobre, come prima ha aspettato mesi per capire perché dalla spiaggia di Roccella Jonica in Calabria sia stata portata in carcere, e altro tempo ancora per raccontare la sua storia. L’unico mediatore con cui sia entrata in contatto parlava arabo, capiva poco o nulla di farsi, e a lei per mesi è stato negato anche il diritto al proprio nome…

“Da donna e migrante, l’oppressione è doppia. Perché sei donna, sei migrante. E la traversata è ancora più pericolosa, se viaggi da sola vieni molestata e maltrattata. E allo sbarco non puoi dire nulla perché le traversate sono illegali e si rischia anche solo per averle fatte”. Marjan Jamali da mesi aspetta. Da maggio è ai domiciliari, finalmente insieme al figlio, che ha portato via dall’Iran poco prima che per legge le venisse tolto per essere affidato al padre, un uomo violento da cui lei era fuggita dopo anni di sevizie fisiche e verbali. Aspetta l’esito del processo che la vede imputata come membro dell’equipaggio di un veliero arrivato il 26 ottobre, come prima ha aspettato mesi per capire perché dalla spiaggia di Roccella Jonica in Calabria sia stata portata in carcere, e altro tempo ancora per raccontare la sua storia. L’unico mediatore con cui sia entrata in contatto parlava arabo, capiva poco o nulla di farsi, e a lei per mesi è stato negato anche il diritto al proprio nome.

Sui documenti che la accusavano era Mariam Qaderi. Ma non lo ha potuto dire perché quella lingua non la sapeva e non la sa leggere, così come non ha potuto dire che i tre uomini, oggi irreperibili, che l’hanno accusata di distribuire i pasti e mantenere l’ordine a bordo erano gli stessi che durante la traversata hanno provato a molestarla e dopo lo sbarco hanno puntato il dito contro di lei e un ragazzo iraniano che l’aveva difesa. E nella giornata contro la violenza sulle donne al suo legale, Giancarlo Liberati, affida la sua storia e un appello: “Chiedo a tutte le donne di non restare in silenzio di fronte alla violenza, perché se rimaniamo in silenzio soffriremo solo di più e gli aggressori aumenteranno”.

Anche lei ha vissuto una situazione di violenza?

“In Iran non mi ero al sicuro. Il mio ex marito abusava di me, non avevo alcuna libertà in Iran e la situazione stava degenerando. Nonostante fossimo separati, lui continuava a minacciarmi e lo faceva costantemente e mi ha persino picchiata più volte”.

Sono questi i motivi che l’hanno spinta a fare la traversata?

“Non c’era altra opzione. Probabilmente se avessi saputo che sulla barca avrei incontrato tanti uomini spietati, che io e mio figlio avremmo dovuto affrontare fame e sete, che avremmo rischiato di morire, non mi sarei imbarcata. Ma non c’era altra soluzione. Avevo paura per me, avevo paura per mio figlio. Sogno ancora ogni notte di essere su una barca e di non potergli dare né il cibo, né l’acqua di cui ha bisogno”

Cos’è successo a bordo?

“La situazione è stata difficile da subito. Ero una giovane donna sola, con un bambino. Ce n’erano altre, ma erano tutte accompagnate dai mariti o dai familiari. In tanti hanno provato ad approfittarsi di me. Mancavano acqua e cibo, sono stata molto male durante la traversata e ho perso i sensi. Ero stordita, sentivo delle mani addosso, che mi toccavano, mi palpeggiavano. Quando sono tornata in me, mi sono resa conto di cosa fosse successo”.

Ha reagito?

“Mi sono rivolta contro quegli uomini, li ho insultati, loro mi hanno rivolto insulti e minacce ancora più pesanti. Mi hanno detto che me l’avrebbero fatta pagare. Dopo lo sbarco mi hanno accusato di essere parte dell’equipaggio. Il vero capitano aveva detto che non avremmo mai e poi mai dovuto dire chi fosse alla guida e loro appena arrivati hanno puntato il dito contro di me. Quegli uomini mi hanno accusata solo perché non mi sono concessa a loro. Ma io non ho fatto nulla”.

Quando ha capito di cosa la accusassero?

“Molto, molto dopo. Inizialmente mi è sembrato ridicolo. Come si fa a pensare che una donna che affronta la traversata con un figlio piccolo, in condizioni così difficili, senza acqua, senza cibo, possa essere parte di un’organizzazione? È impossibile che una donna metta così a rischio il proprio figlio per lavoro. È inconcepibile. Ancora oggi io non riesco a capire come siano arrivati a immaginare una cosa del genere”

Quando è stata fermata, ha potuto fornire la sua versione?

“Nessuno mi ha mai interrogato perché non c'era un interprete che potesse tradurre. Mi hanno dato delle carte ma non capivo cosa ci fosse scritto. Solo dopo mesi ho capito cosa stesse succedendo. E mi è sembrato un incubo. Da donna e da migrante, la violenza che si subisce è doppia”.

Da vittima di violenza, c’è qualcosa che vorrebbe dire alle altre donne?

“Bisogna reagire sempre, mai rimanere in silenzio. Fin quando noi donne rimarremo in silenzio, soffriremo di più e gli aggressori aumenteranno”.

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