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La morte, il terrore, le speranze: i disegni di chi è sopravvissuto alla tragedia del mare

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Sono stati raccolti dai soccorritori della Humanity1 durante le missioni del maggio scorso e portati oggi in Senato per l’iniziativa “Non affogate il diritto d’asilo”
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I tratti sono quasi elementari, gli elementi stilizzati. Il mare, i lager libici, le guerre e la violenza da cui sono fuggiti, temi che tornano sempre fra i fogli. Si è affidata ai disegni che i naufraghi da poco soccorsi hanno lasciato a bordo l’ong tedesca Sos Humanity per raccontare i sogni e le speranze di chi attraversa il mare, l’orrore della Libia che tutti si lasciano alle spalle, la disperazione di chi è disposto a tutti pur non tornarci più. Li ha portati oggi in Senato, per un’iniziativa che è anche un appello: “Non affogate il diritto d’asilo”.

Arriva mentre il decreto flussi, passato alla Camera e ora in transito verso il Senato nasconde le forniture di armi e motovedette a Paesi terzi e promette una nuova stretta su soccorsi e attività di ricerca, con l’obbligo per gli aerei civili di obbedire a tutte le autorità, incluse la Guardia costiera libica e tunisina, e la possibilità di estendere anche agli armatori le responsabilità civili in caso di fermo di una nave per un s…

I tratti sono quasi elementari, gli elementi stilizzati. Il mare, i lager libici, le guerre e la violenza da cui sono fuggiti, temi che tornano sempre fra i fogli. Si è affidata ai disegni che i naufraghi da poco soccorsi hanno lasciato a bordo l’ong tedesca Sos Humanity per raccontare i sogni e le speranze di chi attraversa il mare, l’orrore della Libia che tutti si lasciano alle spalle, la disperazione di chi è disposto a tutti pur non tornarci più. Li ha portati oggi in Senato, per un’iniziativa che è anche un appello: “Non affogate il diritto d’asilo”.

Arriva mentre il decreto flussi, passato alla Camera e ora in transito verso il Senato nasconde le forniture di armi e motovedette a Paesi terzi e promette una nuova stretta su soccorsi e attività di ricerca, con l’obbligo per gli aerei civili di obbedire a tutte le autorità, incluse la Guardia costiera libica e tunisina, e la possibilità di estendere anche agli armatori le responsabilità civili in caso di fermo di una nave per un salvataggio di troppo. “Misure – sottolinea Flore Murad di Sos Humanity – mirate unicamente a impedire alle ong di documentare la mancata assistenza e la complicità delle autorità nelle violazioni dei diritti umani”. Quelle che alcuni naufraghi appena soccorsi non hanno neanche la forza di raccontare. E allora le disegnano.

“Libero” scrive in inglese e in arabo Housama il 30 maggio, qualche giorno dopo essere stato soccorso dalla tinozza verde, squadrata e stracarica su cui viaggiava pressato insieme a troppi altri. La rappresentazione di quella carretta tutta spigoli è reale, sono barche messe insieme grossolanamente, caricate anche dieci volte la loro reale capacità, su cui ci si sale senza alcuna certezza di riuscire a toccare terra. Ma per chi scappa dalla Libia è l’unica opzione.

“Quando siamo arrivati a Tripoli siamo stati rapiti. Ci hanno chiusi in una casa e appena arrivati ci hanno picchiati. C’era una donna incinta, ha partorito da sola, senza alcuna assistenza o medicina”, ha raccontato ai soccorritori di Humanity Dina, ragazza eritrea di ventiquattro anni fuggita dal Paese con il suo compagno Ashar e soccorsa dall’ong tedesca nel maggio scorso. “Sono morti molti amici miei in quel posto. Quando succede, prendono un lenzuolo, avvolgono il corpo e lo buttano nel Sahara. Avevo un amico lì, era chiuso lì da quattro anni. Gli hanno sparato perché si rifiutava di pregare”, aggiunge lui. Occhi rossi, denti aguzzi, le sembianze di un mostro, uno dei naufraghi soccorsi insieme a loro il suo carceriere lo ricorda così.

La Humanity1 non è enorme, ma dal mare quello sembra. Di notte, quando il buio si stende come una glassa sulle onde e tutto confonde, il faro sul ponte è una luce di speranza per chi attraversa il mare. “Non dimenticheremo mai questo giorno, non dimenticheremo il salvataggio di Humanity, dio benedica voi e le vostre famiglie”, scrive a margine del foglio Kasim, che la nave ong l’ha vista arrivare mentre stava pressato su un barchino pieno di gente sopra e sotto il primo ponte.

“Non si può partire dalla Libia senza il permesso della Guardia Costiera. I trafficanti sono d’accordo con loro”, spiega Soumaila Diawara, dirigente della sinistra maliana, costretto a fuggire dal Paese attraverso la Libia, dove ha vissuto sulla propria pelle l’orrore della detenzione. In Italia è arrivato nel 2014, dopo essere sopravvissuto a un naufragio, e ha dovuto ricominciare tutto da capo: gli studi, il percorso di vita e lavoro. Oggi ha tre libri all’attivo e dalla sua viva voce in Senato arriva il racconto di cosa sia davvero la Libia con cui l’Italia continua a stringere accordi. “Avevo sedici anni quando sono arrivato lì. Sono stato imprigionato, ci hanno detto che saremmo stati liberi solo pagando e ci hanno ordinato di chiamare qualcuno. Tre persone che non avevano nessuno da chiamare sono state ammazzate accanto a me”, spiega Ibrahima Lo, naufrago e scrittore, alla cui storia si è ispirato Matteo Garrone per il film “Io Capitano”.

Con il Mediterraneo svuotato di soccorsi, fuggire è sempre più difficile, soccorrere sempre più rischioso. “La salvaguardia del diritto d’asilo viene messa a repentaglio quotidianamente. La messa in discussione delle norme e della disciplina che criminalizzano il soccorso in mare e la migrazione è necessaria”, spiega l’avvocata Francesca Cancellaro, che con un ricorso, accolto dal tribunale, ha impegnato la Corte Costituzionale a pronunciarsi sulla legittimità del decreto Piantedosi. Alla base una domanda: com’è possibile che venga sanzionata una nave che si rifiuta di ottemperare agli ordini della Guardia costiera di un Paese verso cui è vietato riportare chi fugge perché la sua vita sarebbe a rischio? E c’è un video di Sea Watch a dimostrare cosa significhi l’attività dei libici nel Mediterraneo.

“Chiamano le barche su cui viaggiamo taxi del mare, non sono velieri di lusso o yacht, sono pescherecci malandati, gommoni e imbarcazioni in vetroresina bucata”, dice Remon Karam, con la voce che gli trema di rabbia e indignazione. Dieci anni fa, quando è scappato dall’Egitto dopo l’omicidio del cugino, aveva solo 14 anni e per tutti i sette giorni del viaggio ha pensato che li avrebbe avuti per sempre. “Tutti i decreti che hanno fatto. Io mi arrabbio due volte perché presuppongono un concetto di base: noi non siamo esseri umani, siamo numeri. È vero che sono arrivati meno migranti quest’anno perché sono morti altrove. Perché li ha fatti ribaltare la Guardia costiera, perché li hanno deportati nel deserto, perché sono naufragati”.

C’è un disegno fra quelli che Humanity ha portato in Senato. C’è un aereo che sorvola un barchino. E’ uno dei velivoli della flotta civile che dà l’allarme e segnala carrette e gommoni in difficoltà, uno di quelli che il governo vorrebbe tenere a terra. Nel mare disegnato e ricordato, altre barche con una croce sopra. Sono quelle che a terra non arrivano mai, si adagiano sul fondo del Mediterraneo, diventato cimitero.

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