Pronto soccorso, attese di oltre 48 ore a Tor Vergata. La classifica degli ospedali peggiori
di Michele BocciSi avvicina la stagione critica per i pronto soccorso. Freddo, influenza e altri virus portano tante persone nelle stanze dell’emergenza, dove purtroppo qualcuno resta più a lungo di quanto è possibile sopportare. Si possono trascorrere anche più di due giorni in attesa di un letto libero in reparto. I peggiori ospedali, da questo punto di vista, si trovano nella capitale. Le barelle, purtroppo, in alcune grandi realtà di Roma sono una costante, soprattutto in certi periodi, Ma la crisi di organico dei servizi di emergenza, che hanno grandi problemi a trovare medici, sta rendendo difficile il lavoro durante tutto l’arco dell’anno e in tutta Italia.
Letti in reparto introvabili e brandine
A fare una foto sui casi estremi di disagio per i pazienti è l’Agenas, l’agenzia delle Regioni che ha raccolto i dati sulla percentuale di pazienti che restano almeno 48 ore nei pronto soccorso degli ospedali più grandi, generalmente in attesa di un letto per essere ricoverati. Uno dei grandi problemi…
Si avvicina la stagione critica per i pronto soccorso. Freddo, influenza e altri virus portano tante persone nelle stanze dell’emergenza, dove purtroppo qualcuno resta più a lungo di quanto è possibile sopportare. Si possono trascorrere anche più di due giorni in attesa di un letto libero in reparto. I peggiori ospedali, da questo punto di vista, si trovano nella capitale. Le barelle, purtroppo, in alcune grandi realtà di Roma sono una costante, soprattutto in certi periodi, Ma la crisi di organico dei servizi di emergenza, che hanno grandi problemi a trovare medici, sta rendendo difficile il lavoro durante tutto l’arco dell’anno e in tutta Italia.
Letti in reparto introvabili e brandine
A fare una foto sui casi estremi di disagio per i pazienti è l’Agenas, l’agenzia delle Regioni che ha raccolto i dati sulla percentuale di pazienti che restano almeno 48 ore nei pronto soccorso degli ospedali più grandi, generalmente in attesa di un letto per essere ricoverati. Uno dei grandi problemi delle strutture sanitarie italiane è proprio la disponibilità di posti nei reparti per chi arriva attraverso il percorso di emergenza. Capita ovunque di costringere i malati a attendere il trasferimento in una medicina interna, in una geriatria, in una chirurgia. Certe volte si esagera. L’attesa, a seconda della struttura, può avvenire su barelle di emergenza piazzate pure nei corridoi, o in sistemazioni più comode, che la rendono un po’ meno pesante.
Ecco i peggiori
A andare peggio, a leggere i dati di Agenas, è il policlinico Tor Vergata, dove addirittura il 12,3% di coloro che accedono al pronto soccorso aspettano almeno 48 ore prima di uscire, di solito appunto indirizzati in un reparto. Segue il Sant’Andrea, sempre di Roma, con l’11,1%, e dopo arriva il Cardarelli di Napoli (9,1%). Un’altra struttura che finisce spesso al centro delle cronache per l’affollamento del pronto soccorso è il San Camillo, sempre nella capitale, che arriva al 7,1%. E in effetti dovrebbe far scattare più di un campanello d’allarme nella Regione Lazio il fatto che in classifica, subito dopo arrivi pure l’Umberto I, con 5,5%. Dopo ci sono il Cervello di Palermo, Cosenza, Siena, Mauriziano di Torino e così via.
Dove nessuno aspetta due giorni
A andar bene sono strutture che sfoggiano uno zero per cento. Si tratta di Padova, del Policlinico di Milano, del San Matteo di Pavia, del Brutzu di Cagliari. A smentire certi luoghi comuni sulle differenze nord-sud (che comunque in molti settori ci sono) restano sotto l’1% realtà come l’azienda ospedaliera Martino e il Papardo di Messina, il Giaccone di Palermo, Cagliari, Sassari, Potenza, Trapani (oltre a Verona, Ferrara, Modena, Città della Salute di Torino, Novara, Alessandria, Cuneo).
Quelli che se ne vanno a causa delle attese
Altro indicatore sul funzionamento del pronto soccorso è quello che calcola gli abbandoni. Chi se ne va dall’emergenza lo fa perché è stanco di aspettare. Di solito succede a persone che non hanno problemi particolarmente gravi, cioè ai codici cosiddetti “minori”. Chi sta male difficilmente se ne va, anche di fronte a attese lunghe. Detto questo, l’alta percentuale di abbandoni è considerata una cosa negativa, perché racconta di un’organizzazione che, magari complici le carenze, non risponde in tempi accettabili ai problemi a seconda della loro gravità.
“Gli episodi di abbandono – scrive Agenas – sono significativi. Da un lato comportano un dispendio di risorse e energie dedicate a pazienti che poi non concludono il loro iter diagnostico-terapeutico e dall’altro manifestano la percezione della qualità del servizio da parte dell’utente”. È enorme il dato del Cervello di Palermo, che raggiunge addirittura il 24,7%. Cioè quasi un paziente su quattro dopo essere stato registrato se ne va. Segue l’ospedale Dei Colli di Napoli con il 19,6%, il Civico di Palermo (18,9%), il solito Tor Vergata (16,7%) il Giaccone di Palermo (14%), gli ospedali Riuniti di Foggia (13,7%) il Garibaldi di Catania 12,2%, il Sant’Andrea di Roma (12,1%).