Caso plutonio, una bonifica lunga 20 anni: 17 metri cubi di rifiuti radioattivi senza un deposito
di Luca FraioliTutte le autorità coinvolte minimizzano. Per il ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica non è stato un incidente ma un «evento anomalo». Per Sogin una «contaminazione interna». E secondo Isin «la vicenda sembra al momento non prefigurare conseguenze severe». Eppure sono bastate le parole plutonio, radioattività e nucleare, per mettere in allarme l’opinione pubblica. Segno forse di un’ipersensibilità a certi temi, nonostante gli anni ormai trascorsi dai due referendum (del 1987 e del 2011) e i tentativi dell’attuale governo di riportare nel dibattito pubblico il ricorso al nucleare di ultima generazione come fonte di energia.
L’ «evento anomalo» pare sia stato in effetti di piccolissima entità. E se da un lato la reazione può essere sproporzionata, dall’altro, però, quanto successo alla Casaccia evidenzia come il nucleare sia una tecnologia complessa, che richiede misure di sicurezza altissime, oltre a tempi e costi considerevoli.
Tutte le autorità coinvolte minimizzano. Per il ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica non è stato un incidente ma un «evento anomalo». Per Sogin una «contaminazione interna». E secondo Isin «la vicenda sembra al momento non prefigurare conseguenze severe». Eppure sono bastate le parole plutonio, radioattività e nucleare, per mettere in allarme l’opinione pubblica. Segno forse di un’ipersensibilità a certi temi, nonostante gli anni ormai trascorsi dai due referendum (del 1987 e del 2011) e i tentativi dell’attuale governo di riportare nel dibattito pubblico il ricorso al nucleare di ultima generazione come fonte di energia.
L’ «evento anomalo» pare sia stato in effetti di piccolissima entità. E se da un lato la reazione può essere sproporzionata, dall’altro, però, quanto successo alla Casaccia evidenzia come il nucleare sia una tecnologia complessa, che richiede misure di sicurezza altissime, oltre a tempi e costi considerevoli.
Cominciamo dai tempi. Il plutonio in questione, o meglio le sostanze contaminate dal plutonio (perché il plutonio come combustibile fissile ormai non c’è più alla Casaccia) hanno a che fare con gli esperimenti che l’Enea conduceva negli anni ‘60 (quando in effetti si chiamava Cnen, Comitato nazionale per l’energia nucleare). L’Impianto Plutonio entrò in funzione nel 1968: vi si svolgevano «attività di ricerca sulle tecnologie di produzione degli elementi di combustibile nucleare».
A seguito del referendum del 1987, nel 1990 ci fu lo stop al programma nucleare italiano e vennero fermate anche le ricerche correlate. Solo più di dieci anni dopo, nel 2003, la Sogin assunse la gestione dell’impianto per la bonifica del sito. Sono passati altri 21 anni e la bonifica non è completa. Ma si tratta appunto di un lavoro complesso: ci sono per esempio voluti 11 anni (dal 2010 al 2021) per smantellare (sempre nell’Impianto Plutonio della Casaccia) le 56 “scatole a guanti” usate per maneggiare il materiale radioattivo, contenitori ermetici e a prova di radiazioni nei quali gli operatori potevano introdurre solo le braccia opportunamente protette. Il loro completo smantellamento è «uno dei risultati più significativi nell’ambito del decommissioning del sito di Casaccia», si legge sul sito Sogin.
Ma quanto plutonio resta ancora negli ex laboratori Enea? Per Sogin, «questi rifiuti, sia di matrice organica che acquosa, sono stoccati in parte nell’impianto Plutonio (1 mc — rifiuti di media attività) e in parte nei depositi temporanei di Nucleco (circa 16 mc — rifiuti di bassa attività)».
Nucleco, la società per cui lavora l’operaio contaminato, è del gruppo Sogin ed è specializzata nella gestione dei rifiuti radioattivi e nella bonifica di siti nucleari e industriali. È anche quella che gestisce i depositi temporanei di scorie. Un documento del 2021 riassumeva lo spazio disponibile: circa 4mila metri quadrati di capannoni e mille di aree all’aperto. E già allora veniva lanciato l’allarme: lo spazio disponibile nel prossimo futuro ammonta a poco più di mille metri cubi.
Quindi dove finiranno, una volta trattati, i solidi e i liquidi contaminati dal plutonio che ora sono alla Casaccia? In un capannone Nucleco, se ci sarà spazio. O si sposteranno di pochi metri per essere ospitati presso Opec-2, sempre alla Casaccia. L’impianto Operazioni Calde-2 fu costruito negli anni Settanta per studiare l’irraggiamento dei combustibili nucleari, ma non è mai entrato in esercizio. Oggi è stato ristrutturato per lo stoccaggio temporaneo di rifiuti radioattivi.
«La destinazione finale dovrebbe essere il deposito nazionale, che però ancora non si fa», dice Stefano Monti, per molti anni dirigente Enea e oggi presidente dell’Associazione italiana per il nucleare. «È un male che non ci sia ancora un deposito nazionale dei rifiuti radioattivi, dove centralizzare e controllare ogni cosa. Tutti se ne dovrebbero rendere conto».