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In fuga da Gaza, costretto ad attraversare il mare. “Nessuno in Europa mi ha dato un visto”

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Tra i naufraghi soccorsi dalla Life Support di Emergency anche un ragazzo di Gaza. “Sono riuscito a uscire dal valico di Rafah. Ho visto troppi innocenti morire e avevo paura di imbarcarmi, ma non avevo altra opzione”
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“Ho visto troppe persone innocenti morire a Gaza, non volevo vedere altri bambini morire davanti a me in mare”. Karim, nome di fantasia, è uno dei 75 naufraghi soccorsi dalla Life Support di Emergency su una carretta in mezzo al mare e sbarcati a Vibo Valentia. Ad attraversare il mare su un barchino malconcio non ci aveva mai pensato, tanto meno aveva mai immaginato di dover scendere a patti con i trafficanti per almeno provare a salvarsi la vita.

Costretto a fuggire da Gaza dopo un anno di bombe e raid israeliani, fra i pochi riusciti ad attraversare il valico di Rafah e passare in Egitto, Paese ormai sempre più insofferente verso i palestinesi in fuga, quando ha bussato alla porta della Turchia, come di Irlanda, Olanda e altri Paesi europei si è visto chiudere la porta in faccia. Nessuno gli ha concesso un visto. Per raggiungere il fratello in Belgio, è stato costretto ad attraversare il mare su un cencio.

“Da Tripoli – racconta – ci ho provato per due volte, ma siamo stati intercet…

“Ho visto troppe persone innocenti morire a Gaza, non volevo vedere altri bambini morire davanti a me in mare”. Karim, nome di fantasia, è uno dei 75 naufraghi soccorsi dalla Life Support di Emergency su una carretta in mezzo al mare e sbarcati a Vibo Valentia. Ad attraversare il mare su un barchino malconcio non ci aveva mai pensato, tanto meno aveva mai immaginato di dover scendere a patti con i trafficanti per almeno provare a salvarsi la vita.

Costretto a fuggire da Gaza dopo un anno di bombe e raid israeliani, fra i pochi riusciti ad attraversare il valico di Rafah e passare in Egitto, Paese ormai sempre più insofferente verso i palestinesi in fuga, quando ha bussato alla porta della Turchia, come di Irlanda, Olanda e altri Paesi europei si è visto chiudere la porta in faccia. Nessuno gli ha concesso un visto. Per raggiungere il fratello in Belgio, è stato costretto ad attraversare il mare su un cencio.

“Da Tripoli – racconta – ci ho provato per due volte, ma siamo stati intercettati dai libici, riportati indietro e imprigionati”. Alla terza, è stato lui a esitare. “Ho visto che si sarebbero imbarcate delle donne e dei bambini e ho già visto morire troppi innocenti”. Ma lui rifugiato dalla nascita, senza un Paese in cui tornare o in cui sostare, non ha avuto scelta. “Alla fine sono salito ma prevedevo il peggio, non pensavo che sarei stato soccorso”.

Rassegnato all’inevitabile, è salito su quel barchino. In Libia, racconta, ci è finito dopo quattro mesi in Egitto. “Da lì ho preso un aereo per Bengasi, perché per fortuna avevo un passaporto che mi ha permesso di non passare dal deserto. Mi era stato detto che se fossi andato in Libia avrei potuto prendere un visto per andare in Turchia e da lì raggiungere mio fratello in Belgio”, racconta. Ma prima la Turchia, poi Irlanda, Olanda e altri Paesi europei hanno detto no.

Non è il primo a cui succeda. Da mesi ormai, le associazioni italiane ed europee denunciano una progressiva stretta sui visti chiesti dai palestinesi, in fuga da Gaza, come dai campi profughi dei martoriati Libano e Siria. E il flusso di profughi costretti a scegliere di attraversare il mare su imbarcazioni più o meno stabili per fuggire si sta progressivamente ingrossando.

Fino a qualche mese fa, i più erano uomini soli che si muovevamo dalla sponda sud nella speranza di mettere radici per poi farsi raggiungere da compagne, figli, fratelli piccoli. Adesso sono famiglie intere. Sui velieri della rotta orientale soprattutto, sulle barche che attraversano l’Egeo e poi sperano di guadagnare l’Europa lungo la rotta di terra iniziano a vedersi diverse generazioni della stessa famiglia. Sempre che sopravvivano a rotte e check point.

“Gaza – dice Karim – per me non è solo un nome, un luogo, è dove c'è la mia infanzia e la mia famiglia, la mia terra, non la dimenticherò mai. Ora vorrei però solo riuscire a raggiungere mio fratello in Belgio per iniziare a lavorare e mandare dei soldi alla mia famiglia che non ha più nulla, per provare a far fuggire anche loro”. A Gaza si sopravvive al presente, il futuro non è argomento all’ordine del giorno.

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