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Gli anti Natale: cosa fa chi non vuole festeggiare

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Tutte le anime del fronte contrario alle festività. Come Hugh Grant e Colin Firth. Come salvarsi quindi? C’è chi ci riesce ma anche chi soccombe
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“La senti la magia del Natale?”. “No”. E allora sei un Grinch, un anti-Natale, chiamatelo come vi pare. Uno di quelli che diventa astigmatico di fronte allo sbriluccicare delle lucine, che soffre la riunione coatta dei parenti, che bolla i regali come simbolo del consumismo sfrenato, che leva tutti i canditi dal panettone e detesta il pandoro, che disprezza il momento in cui il nonno di turno grida “ambo” fuori tempo massimo, che si vergogna dello zio travestito ogni anno da Babbo Natale e della mamma col cerchietto di renne sulla testa. Uno di quelli che il Natale sente l’assenza a tavola di chi non c’è più, che non ha la possibilità di comprare dei doni, che avverte di botto il peso della solitudine. O uno di quelli che ancora non ha capito come si gioca a spurchiafiletto.

La sindrome del Grinch

La sindrome del Grinch che avrebbe anche una spiegazione scientifica non è così rara. E affligge anche le star. L’attore Colin Firth anni fa dichiarava al Daily Mail: “Provo profondo disgust…

“La senti la magia del Natale?”. “No”. E allora sei un Grinch, un anti-Natale, chiamatelo come vi pare. Uno di quelli che diventa astigmatico di fronte allo sbriluccicare delle lucine, che soffre la riunione coatta dei parenti, che bolla i regali come simbolo del consumismo sfrenato, che leva tutti i canditi dal panettone e detesta il pandoro, che disprezza il momento in cui il nonno di turno grida “ambo” fuori tempo massimo, che si vergogna dello zio travestito ogni anno da Babbo Natale e della mamma col cerchietto di renne sulla testa. Uno di quelli che il Natale sente l’assenza a tavola di chi non c’è più, che non ha la possibilità di comprare dei doni, che avverte di botto il peso della solitudine. O uno di quelli che ancora non ha capito come si gioca a spurchiafiletto.

La sindrome del Grinch

La sindrome del Grinch che avrebbe anche una spiegazione scientifica non è così rara. E affligge anche le star. L’attore Colin Firth anni fa dichiarava al Daily Mail: “Provo profondo disgusto per le festività. In questo periodo dell’anno sto attento a non accendere la radio perché quei jingle sono detestabili. Penso che il Natale ci trasformi tutti in Scrooge”, il cattivo del Canto di Natale di Charles Dickens.

I social ne sono pieni: c’è chi ha creato gruppi di solidarietà e chi cerca alleati. Soprattutto tra i genitori disperati. Come Sara: “Ai miei figli ho sempre detto la verità, nemmeno per un secondo gli ho fatto credere in Babbo Natale, c’è qualcun altro come me?”. Oppure Maria: “I miei figli amano il Natale, abbiamo fatto l’albero, io continuo a sentire il gelo”. O Francesca: “Anche io ho un figlio che adora il Natale, è una tortura”. Caterina: “Calendari dell’avvento ed elfi maledetti? Mi rifiuto, non se ne parla”.

Poi ci sono quelli dello spirito autentico perduto. Come Silvia: “Una festa diventata commerciale che inizia tropo presto, già a novembre, e ha consumato la bellezza delle città e la dolcezza dei pensieri per parenti e amici”. Quelli del “che noia”, come Roberta: “Natale è come la domenica, stesso menu di tortellini e bolliti, cambia solo il dolce, via la zuppa inglese dentro il panettone”. E i realisti, come Matteo: “La cosa più bella del Natale è la tredicesima”.

I fuggitivi: Natale in Marocco

E allora che si fa? Hugh Grant, nella finzione protagonista del film di Natale Love actually, nella realtà odia il Natale. O almeno così disse in un’intervista al Mirror: “Negli ultimi anni ho portato papà in viaggio in diversi paesi musulmani per scappare completamente dalle festività. Entrambi odiamo il Natale”.

Già, il viaggio; per chi può è una possibilità. Claudia, bergamasca, autrice di un blog di viaggi (travelstories), ha dedicato un post a chi come parola d’ordine ha “scappiamo dal Natale” perché come lei lo trova “ripetitivo e noioso”, dopo esperienze personale difficili e dolorose che l’hanno convinta a fare a meno di alberi e addobbi. E allora ecco le idee, anche se costose visto il periodo: Natale in Zambia, Malawi, Mozambico, Cambogia, Marocco o Laos. Non è un film dei Vanzina: ogni anno, una meta diversa, purché lontano dagli elfi e a una condizione: partenza prima del 25 e ritorno dopo il 6, per evitare in una botta sola pure Capodanno e la Befana.

I solidali: Natale per gli altri

C’è un’altra via. E si chiama beneficenza. Prendiamo sempre il solito Hugh “Grinch” Grant: lo scorso anno ha servito il pasto a 200 anziani inglesi rimasti soli proprio il giorno di Natale. Racconta Fabrizio, leccese trapiantato a Firenze: “Da anni il 25 dicembre do una mano come volontario di Sant’Egidio: nella basilica di San Lorenzo ci sono i tavoli da apparecchiare, i pasti da cucinare, i piatti da servire. Almeno per un giorno nessuno è solo e si sta tutti insieme con i senza fissa dimora, gli anziani, le persone in difficoltà, i profughi, i poveri, i migranti”.

Gli alternativi: Natale in maschera

L’idea alternativa è "buttarla in caciara”, trasformare il Natale in una specie di carnevale. Così è a casa di Pino, romano dalla famiglia allargata. Per evitare le domande della zia - “quando ti sposi? perché non hai ancora figli?” - l’attenzione si sposta dal dentro al fuori. E a Natale scatta la gara dei vestiti brutti: peggio si esce combinati, meglio si sta e si vince l’unico regalo messo sotto l’albero. Tra entrate a effetto, sfilate, alzate di palette e risate c’è meno tempo per le domande. Il tema può variare a piacere.

Gli sconfitti: i Grinch al cenone

La maggior parte dei Grinch però sono gli sconfitti. Quelli che evaderebbero volentieri e invece gli tocca il cenone. “Odio le feste in generale, ancor più le contraddizioni, il consumismo, gli addobbi, le luci, lo spreco di risorse ed energia – racconta Diego, campano ma residente a Roma – Nei giorni di Natale c’è sempre traffico, cercare i regali mi mette angoscia, è un’imposizione e non un gusto, e non c’è meritocrazia: ne ricevono tutti almeno uno, pure le persone antipatiche e sgarbate, perché siamo socialmente obbligati a farli: ‘E se poi lui te lo fa? Pare brutto’. Si salvano solo i dolci. Pure i cenoni con i parenti mi stressano”. E quindi a Natale che farà? “Un cenone con i parenti”.

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