✕

Perché ci piacciono le canzoni natalizie? Ce lo rivela la scienza

Ascolta l'audio

Se ascoltiamo musica a cui abbiamo associato molte emozioni positive si risvegliano nel nostro cervello le associazioni
2 minuti di lettura

Dal “Last Christmas” degli Wham, che sa tanto di cinepanettone (o, ancora meglio, di vacanze tra montagne innevate dove sbocciano nuovi amori) alla malinconica “Fairytale of New York” dei Pogues, a “All I want for Christmas is you” di Maria Carey, è innegabile che le canzoni natalizie riscaldino il cuore. Ma quali sono i meccanismi psicologici che fanno sì che puntualmente, ad ogni ricorrenza della festività, il sentimento corroborante ingenerato dall’ascolto sia sempre lo stesso?

La scienza su questo non ha – come è giusto – verità definitive, ma qualche indizio che ormai sembra consolidato. Come il potere della nostalgia di tempi felici trascorsi insieme ai cari. «Quando ascoltiamo musica a cui abbiamo associato, nel tempo, molte emozioni positive, come capita appunto con le canzoni natalizie, si risvegliano nel nostro cervello le associazioni con tali emozioni, soprattutto grazie al coinvolgimento dell’amigdala e dell’ippocampo, aree cerebrali cruciali per i ricordi. Oltre alle are…

Dal “Last Christmas” degli Wham, che sa tanto di cinepanettone (o, ancora meglio, di vacanze tra montagne innevate dove sbocciano nuovi amori) alla malinconica “Fairytale of New York” dei Pogues, a “All I want for Christmas is you” di Maria Carey, è innegabile che le canzoni natalizie riscaldino il cuore. Ma quali sono i meccanismi psicologici che fanno sì che puntualmente, ad ogni ricorrenza della festività, il sentimento corroborante ingenerato dall’ascolto sia sempre lo stesso?

La scienza su questo non ha – come è giusto – verità definitive, ma qualche indizio che ormai sembra consolidato. Come il potere della nostalgia di tempi felici trascorsi insieme ai cari. «Quando ascoltiamo musica a cui abbiamo associato, nel tempo, molte emozioni positive, come capita appunto con le canzoni natalizie, si risvegliano nel nostro cervello le associazioni con tali emozioni, soprattutto grazie al coinvolgimento dell’amigdala e dell’ippocampo, aree cerebrali cruciali per i ricordi. Oltre alle aree cerebrali che già sono particolarmente attive – e preziose per l’emersione delle emozioni - durante l’ascolto di musica in generale, come il nucleus accumbens» spiega Raquel Ravaglioli, docente di musicoterapia alla Biola University.

La capacità di evocare emozioni propria della musica è stata evidenziata anche da studi come quelli della neuroscienziata Amy Belfi, che ha mostrato come i ricordi autobiografici suscitati dall’ascolto musicale sono più vividi dei ricordi autobiografici evocati dalla visione di volti. Un altro indizio del ruolo giocato dai ricordi nella reazione emotiva alle musiche festive viene dagli studi su un fenomeno detto “picco di reminiscenza”, secondo il quale una volta che si sono superati i 40 anni, i ricordi di eventi autobiografici avvenuti tra i 15 e i 30 anni hanno una maggiore probabilità di essere evocati rispetto a quelli di altre fasce d’età. Una spiegazione è che tra i 15 e i 30 anni facciamo alcune delle esperienze più importanti e significative della vita, come il primo amore. Il legame con la musica – e quindi con i suoi effetti sulla memoria – sarebbe legato al fatto che tra i 15 e i 30 anni ci formiamo in maniera autonoma i nostri gusti musicali: quindi è quello il periodo in cui l’associazione tra la musica e la personalità diventa più stretta.

Un corollario emerso in alcuni studi riguarda, addirittura, la trasferibilità intergenerazionale del picco di reminiscenza. Durante la giovinezza infatti, oltre alle musiche di nostra scelta, siamo particolarmente esposti durante le vacanze natalizie - caratterizzate dalle riunioni familiari - alle musiche che i nostri genitori amano di più: e quindi le canzoni che fanno parte del loro picco di reminiscenza in qualche misura si trasferirebbero anche nel nostro. E così via di generazione in generazione.

L’importanza del passato, nel gradimento della musica di Natale, si vede anche dal fatto che tipicamente a dare più piacere nell’ascolto sono classici consolidati – come “Feliz Navidad” di José Feliciano, o il magnifico gospel “Oh happy day”, per non citare il sempiterno “Jingle Bells” – che, ascoltati ormai tante volte e sempre in occasioni festive liete, hanno assommato in noi negli anni un notevole carico di associazioni emotive gratificanti legate a tutti i Natali passati.

«Inoltre – e questo è un meccanismo più generale ma che interviene anche nell’effetto delle musiche festive sull’umore – la musica ha il potere di facilitare il rilascio dei cosiddetti “ormoni della felicità”: principalmente la dopamina e la serotonina» sottolinea Ravaglioli.

«Questo effetto è legato soprattutto alla struttura degli accordi e delle melodie delle canzoni festive che, nella cultura occidentale, creano un certo tipo di attese acustiche nella nostra mente, che poi soddisfano. In questo caso la componente di piacere è dedicata alla facilità con cui possiamo predire l’evolversi della canzone con cui abbiamo familiarità».

Un ultimo aspetto cruciale riguarda il cantare insieme agli altri, attività che si svolge soprattutto durante le feste, anche perché le canzoni natalizie, per i motivi che abbiamo già elencato, sono tipicamente facili da cantare e sono note a tutti i membri della famiglia: studi come quelli dello psicologo dell’evoluzione Robin Dunbar sottolineano come il canto corale rinsaldi i legami sociali tra le persone e permetta di sentirsi parte di un corpus sociale che trascende il singolo. Alcune ricerche più recenti, stimolate dagli stili di vita durante la pandemia, indicano che questo effetto, seppure in misura inferiore rispetto al cantare insieme dal vivo, si ha perfino quando si è con gli altri soltanto in maniera virtuale, ovvero in videoconferenza.

Leggi i commenti