In treno
Non è che un ladro smetta di rubare soltanto perché è la vigilia di Natale. Anzi. Quindi salì sulla metropolitana affollata, verso le 5 del pomeriggio. La line era la F, la stazione Brooklyn Bridge-City Hall, la direzione Coney Island. Si sarebbe concesso il tragitto verso la prima fermata (York street), quello più lungo, sotto il fiume, per studiare i passeggeri e scegliere la vittima; quello per la seconda per entrare in azione e a Jay street-Metrotech sarebbe sceso. Tutto andò come nei piani. Uscì in strada con il portafogli gonfio di uno sconosciuto che stava proseguendo il viaggio. Passò vicino a un cestino della spazzatura e si sbarazzò dell’unico documento, la patente di guida. Lesse il nome, Gabriel Velasquez, prima di lasciarla scivolare tra le cartacce. Vide un caffè e ci entrò per scaldarsi.
Nel caffè
Si mise al fondo dell’ordinata fila e, arrivato il suo, turno ordinò un Mocha, grande. Quando gli chiesero il nome, poiché pagava con i soldi che erano appartenuti a …
In treno
Non è che un ladro smetta di rubare soltanto perché è la vigilia di Natale. Anzi. Quindi salì sulla metropolitana affollata, verso le 5 del pomeriggio. La line era la F, la stazione Brooklyn Bridge-City Hall, la direzione Coney Island. Si sarebbe concesso il tragitto verso la prima fermata (York street), quello più lungo, sotto il fiume, per studiare i passeggeri e scegliere la vittima; quello per la seconda per entrare in azione e a Jay street-Metrotech sarebbe sceso. Tutto andò come nei piani. Uscì in strada con il portafogli gonfio di uno sconosciuto che stava proseguendo il viaggio. Passò vicino a un cestino della spazzatura e si sbarazzò dell’unico documento, la patente di guida. Lesse il nome, Gabriel Velasquez, prima di lasciarla scivolare tra le cartacce. Vide un caffè e ci entrò per scaldarsi.
Nel caffè
Si mise al fondo dell’ordinata fila e, arrivato il suo, turno ordinò un Mocha, grande. Quando gli chiesero il nome, poiché pagava con i soldi che erano appartenuti a quello, rispose: “Gabriel”. Poi andò a sedersi, aspettando che la bevanda fosse pronta. Il tavolino era rotondo, la sedia di fronte vuota. Infilò il portafogli nella tasca interna dove, quando era in missione, non portava nè cellulare nè documenti. Si sentì osservato. Spostò lo sguardo: un barista lo fissava, una donna prese un bicchiere colorato dal banco e glielo portò: “Gabriel….? L’hanno chiamata invano. Ero dietro di lei in fila…”. Con l’altra mano teneva un bicchiere identico, da cui usciva profumo di caffè e cioccolata. Stessi gusti. La invitò a sedersi con lui. Sull’etichetta era scritto: “Maria”. Lei lo guardò sorridendo: “Hai qualcosa da annunciarmi, Gabriel?”. Lui ricambiò il sorriso.
A casa di lei
Si svegliarono la mattina di Natale. Lui aprì gli occhi per primo. Non riconobbe il posto, in cui era entrato al buio, ma riconobbe Maria. L’appartamento era piccolo, ma l’unica grande finestra aveva una bella vista dello skyline oltre il fiume. Alle pareti c’erano molte fotografie della donna. In ognuna era con un bambino, che cresceva scatto dopo scatto. Nella più recente dimostrava circa sei anni, ma che ne sapeva lui dell’età dei bambini? Si alzò, raccolse i suoi indumenti e si diresse verso il bagno, che non poteva non trovarsi oltre l’unica porta. Il portafogli era ancora nella tasca della giacca, intatto. Fece una rapida doccia, si asciugò e si rivestì. Quando uscì dal bagno lei stava preparando la colazione. Avrebbe voluto restare, e non per i pancake. Lo dissuase il pensiero di infliggere a una donna come lei uno come lui. Disse una frase scontata: “Mi dispiace, devo andare”. “Ti aspettano?”. Non sapendo come mentire, non rispose. Lei andò alla finestra per guardarlo attraversare la strada. Vide l’auto scura prenderlo in pieno.
In ospedale
Lui giaceva privo di conoscenza. Sarebbe sopravvissuto, ma non si sarebbe svegliato per qualche ora. Lei stava in piedi oltre il vetro. Era salita sull’ambulanza che l’aveva trasportato in quell’ospedale. L’avevano considerata la sua compagna, senza fare domande. Ora una mano le toccava la spalla: “Signora Maria…”. Si voltò. Il dottore aveva occhi grandi e una targhetta sul camice: “Auster”. Le disse: “Quest’uomo…”. “Gabriel…” “Ecco, nel suo portafogli aveva soltanto soldi e un biglietto da visita, il nome era Gabriel Velasquez…quando abbiamo chiamato il numero di telefono ha risposto la moglie”. “Ohhh…”. “E Gabriel Velasquez, suo marito, era accanto a lei”. “Ahhhh”. “Ieri, sulla metropolitana gli hanno rubato il portafogli”. “Quindi, Gabriel….”. La voce di un polizotto la interruppe: “Non è Gabriel. Maria si voltò verso di lui: “Abbiamo controllato nello schedario, ha qualche precedente, poca roba. Si chiama Auggie, Auggie Wren. Un desperado, ma non un criminale. Non proprio. Fino a tre anni fa aveva una tabaccheria su Court street, poi gli è successo qualcosa, in centrale stanno controllando. Comunque non è mai stato dentro. E anche stavolta gli andrà bene: è Natale, Velasquez non sporgerà denuncia. Ora se vuole, la riaccompagniamo a casa”. Lei esitò, poi rispose: “Grazie. Resto qui”.
La sera del 25
Lui riaprì gli occhi dopo il tramonto. Tutto era tornato regolare. “Forse avrà un’amnesia, ma temporanea”, aveva predetto il dottor Auster. L’avrebbero trattenuto, ma soltanto per il minimo indispensabile. Infine le consentirono di entrare nella stanza. Lui la guardò stupito. Lei si sedette con l’espressione di chi fa visita a un ricordo immutabile. Non sapeva che cosa dirgli, non aveva niente da chiedergli. Lui continuava fissarla. Si aspettava tutta una serie di cose, ma nessuna di quelle accadde. Il migliore dei destini che ci possa essere regalato è un’assoluzione. Dentro di lei il verdetto era stato raggiunto. Accettò quel che era e quel che non era. Gli prese la mano e disse: “Gabriel…”. Lui sorrise: “Hai qualcosa da annunciarmi?”.