Mondo

L'ANALISI

L'Europa deve sedurre gli europei

E' urgente che emergano dei leader capaci in grado di dimostrare che un'Europa forte può essere l'antidoto contro la depressione
di MOSÉIS NAÍM

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Sono stato per lavoro in Spagna e in Italia e ne sono tornato con impressioni forti e alcune sorprese. Queste impressioni ovviamente sono molto personali e arbitrarie, avendo parlato con un campione di persone assai poco rappresentativo. Ed è ovvio che la Spagna e l'Italia non sono l'"Europa": la crisi che vivono e l'"umore" di questi di due Paesi non coincidono con quelli dei loro vicini nordeuropei. Tuttavia, ci sono altre tendenze che sono chiaramente più generali, più "europee".

Una delle cose che mi hanno maggiormente colpito è la somiglianza fra lo stato d'animo "nazionale " che ho percepito in Italia e in Spagna e i sintomi che gli psichiatri descrivono nelle persone con depressione clinica: pessimismo, scoramento, fatalismo, difficoltà a prendere decisioni, mancanza di motivazione, irritabilità... Sui mezzi di comunicazione, nelle dichiarazioni di leader politici e comuni cittadini, o nelle conversazioni sulla "situazione del Paese" che si fanno fra amici, si avverte una gran quantità di scetticismo, esasperazione, scoraggiamento. Palpabile è anche la scarsità di idee e proposte stimolanti. È comprensibile: quando una famiglia subisce un duro trauma, rinchiudersi al proprio interno è una reazione normale.

In entrambi i Paesi ho trovato una forte propensione a guardare al proprio interno e un marcato disinteresse per quello che succede fuori, nel resto del mondo. In Spagna, per esempio, la mia visita è coincisa con un incidente nel Parlamento catalano, dove un deputato ha minacciato con un sandalo Rodrigo Rato, il banchiere che stava interpellando. Questo evento naturalmente ha attirato l'attenzione dei mezzi di informazione e tutti ne hanno discusso: quasi tutte le persone con cui ho avuto modo di parlare hanno citato l'episodio. In quello stesso giorno, a Pechino, il Comitato centrale del Partito comunista cinese approvava riforme economiche che avranno conseguenze molto più pesanti sulla vita degli spagnoli rispetto al sandalo dell'iracondo deputato catalano. Eppure gli spagnoli hanno trovato molto più interessante l'istrionismo di quest'ultimo che le riforme dei cinesi. Lo stesso mi è successo in Italia. Per l'ennesima volta, la mia visita è coincisa con il dibattito pubblico su Silvio Berlusconi, il suo rapporto con il potere e  -  inevitabilmente  -  con le donne. È naturale che per gli italiani quello che succede nel resto del mondo sia meno divertente da seguire e discutere delle acrobazie politiche  -  e di altro genere  -  del signor Berlusconi: ma il resto del mondo peserà sul destino dell'Italia più del signor Berlusconi.

Ho notato addirittura che in questi due Paesi quel "resto del mondo" che ormai non suscita più molto interesse né entusiasmo ormai include, tristemente, anche l'Europa, o più nello specifico il progetto di integrazione europea. Gli atteggiamenti che ho riscontrato rispetto al progetto comunitario sono di tolleranza passiva, di rassegnazione. C'è ancora consenso per certi aspetti, come il libero commercio o il movimento di persone. Ma non ho trovato nessuno che parlasse con entusiasmo di un'Europa più unita, o che pensasse che un continente più integrato potrebbe essere fonte di progresso per il suo Paese, per se stesso o per la sua famiglia. Su questo tema, le opinioni degli italiani e degli spagnoli sono simili a quelle espresse nel resto d'Europa. Secondo l'Eurobarometro, un'inchiesta ampia realizzata in 27 Paesi, la metà dei cittadini è pessimista sul futuro dell'Unione Europea come istituzione e il 69 per cento dice di non avere fiducia nelle autorità di Bruxelles. Due terzi degli europei sentono che la loro voce non conta nelle decisioni della comunità.

Queste risposte sono tanto gravi quanto facilmente comprensibili. Sarebbe da stupirsi se così non fosse. La crisi economica, il modo in cui gli organismi comunitari l'hanno affrontata, la loro lontananza dal cittadino, il loro burocratismo e la loro scarsa trasparenza, la mancanza di carisma  -  l'invisibilità  -  dei loro leader sono solo alcuni dei fattori che alimentano la mancanza di entusiasmo degli europei verso il progetto di creare un'Europa più unita e più forte.

Tutto questo può e deve cambiare. I problemi che minano il progetto europeo sono molti e ben noti. Ma la minaccia forse più importante viene dal fatto che l'Europa ha perso la capacità di sedurre gli europei. È urgente che emergano leader capaci di dimostrare che un'Europa grande e forte può essere il miglior antidoto conto la depressione.

Twitter @moisesnaim (Traduzione di Fabio Galimberti)
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