Poletti: "Nostre leggi sul lavoro sono di sinistrissima"
Il ministro del Lavoro a Repubblica delle Idee. "L'Italia deve diventare un Paese di opportunità per i giovani e non quello dei privilegi, se no pagano sempre i ragazzi". E spiega che non cambierà l'età pensionabiledi PAOLO GALLORI
NAPOLI - "Far lavorare un ragazzo 36 mesi di seguito è di sinistrissima. Non è vero che abbiamo liberalizzato i contratti a termine". Il ministro del Lavoro Giuliano Poletti, ospite a Napoli a Repubblica delle Idee difende con forza la sua riforma del lavoro, in particolare per quello che riguarda i contratti a termine. Poletti non accetta che si parli di "liberalizzazione" dell'uso del contratto a tempo determinato. Parla piuttosto di semplificazione, per rendere più facile per le imprese, ma anche più vantaggioso, assumere con quella tipologia piuttosto che usare quelle forme che hanno favorito, loro sì, la precarizzazione del lavoro.
"Abbiamo pensato da sempre - dice il ministro - che esiste un contratto buono (quello a tempo indeterminato) e altri sbagliati che si sopportano. Ma così non si assume la gente. Noi facciamo del tempo determinato un contratto buono, aggravando le altre forme con paletti e misure di dissu…
"Abbiamo pensato da sempre - dice il ministro - che esiste un contratto buono (quello a tempo indeterminato) e altri sbagliati che si sopportano. Ma così non si assume la gente. Noi facciamo del tempo determinato un contratto buono, aggravando le altre forme con paletti e misure di dissu…
NAPOLI - "Far lavorare un ragazzo 36 mesi di seguito è di sinistrissima. Non è vero che abbiamo liberalizzato i contratti a termine". Il ministro del Lavoro Giuliano Poletti, ospite a Napoli a Repubblica delle Idee difende con forza la sua riforma del lavoro, in particolare per quello che riguarda i contratti a termine. Poletti non accetta che si parli di "liberalizzazione" dell'uso del contratto a tempo determinato. Parla piuttosto di semplificazione, per rendere più facile per le imprese, ma anche più vantaggioso, assumere con quella tipologia piuttosto che usare quelle forme che hanno favorito, loro sì, la precarizzazione del lavoro.
"Abbiamo pensato da sempre - dice il ministro - che esiste un contratto buono (quello a tempo indeterminato) e altri sbagliati che si sopportano. Ma così non si assume la gente. Noi facciamo del tempo determinato un contratto buono, aggravando le altre forme con paletti e misure di dissuasione. Come la causale, con cui gli imprenditori rischiano di incorrere in contestazioni. Ecco perché considero più stabile un contratto da 36 mesi piuttosto che sei da sei mesi, come si faceva prima".
All'osservazione riguardante l'approccio alla riforma del mercato del lavoro partendo dal tempo determinato come "spinto" dalla Confindustria, che addirittura potrebbe fare a meno del contratto unico previsto dalla legge delega, il ministro ribatte deciso: "Leggo tutti i documenti quelli di Confindustria, quello della Cgil ma anche la lettera di Mario l'imbianchino, poi però bisogna decidere. Non può continuare a pagare lo Stato. E - conferma - il contratto unico è scritto nella legge delega. Il contratto a termine è solo un primo pezzo con cui partire. Tutto il resto arriverà, ma non si poteva andare per gradi. Serve un'armonizzazione tra misure per il lavoro e ammortizzatori sociali, altrimenti crolla il sistema come un castello di carte. E io non voglio altri esodati".
Sui tempi della riforma, Poletti ha uno scenario temporale chiaro: "Il presidente della Commissione lavoro del Senato mi ha detto che per fine luglio sarà licenziato il testo, che arriverà in aula. A settembre toccherà alla Camera, credo che per ottobre il passaggio sarà completo anche lì. Se il Parlamento opera come deve, il governo è pronto: entro fine anno la riforma ci sarà. L'ultima volta che si è affrontato il tema ci hanno messo 4 anni, noi dieci mesi".
La visione di Poletti è chiarissima: "Le regole da sole non creano lavoro. Regole semplici e trasparenti aiutano l'economia. Perché per creare lavoro servono imprese che crescano, ne sono convinto. E le nostre regole dicono alle imprese: non avete più scuse per non assumere. Anche gli 80 euro rientrano nelle nostre intenzioni di aiutare i consumi e quindi la produttività. Servono a spingere la domanda. L'Europa del Nord aspetta nel 2014 a un +1 di Pil. Se noi riusciremo a fare +0,3 sarà un risultato di rilievo, non accetterò paragoni rispetto a -1% ".
Poletti allarga la visione oltre il lavoro dipendente, andando a comprendere anche le partite Iva, "quelle vere". "Non possiamo ignorare che esistano. Sono persone che lavorano e hanno bisogno anche loro di una mano. Se qualcuno non li paga, ad esempio, in Italia possono solo andare dal giudice e aspettare dieci anni una sentenza. Intanto muoiono. Occorre dunque intervenire sui tempi della giustizia, ma immaginare anche un fondo di soccorso in loro sostegno".
Le responsabilità della situazione italiana per il ministro sono diffuse e generalizzate: "L'Italia ha pensato di poter risolvere i problemi scaricando i costi delle decisioni sui cittadini non decidendo. La colpa è delle imprese, del sindacato, della politica e delle istituzioni. Non aver affrontato i problemi ha fatto sì che dopo hanno pagato tutti i cittadini". Perché la malattia, chiarisce il ministro, "era già qui. L'Italia era già ferma da dieci anni. La crisi lo ha evidenziato. Ma adesso che qualcosa inizia a muoversi, rischiamo di restare fermi ancora".
Quanto alle pensioni Poletti non vuole aumentare l'età, ma farsi carico delle difficoltà di quei lavoratori "vicini alla pensione. Hanno bisogno di risposte se perdono il lavoro. Pensiamo un 'contratto di equità' in grado di mettere quelle persone in grado di arrivare all'età pensionabile. Gli esodati sono una priorità. E' un tema che ha diversi gradi di difficoltà. Questa è l'urgenza".
Oltre ai pensionandi un altro problema riguarda i giovani, quella generazione massacrata da un tasso di disoccupazione record vicino al 50 per cento. Al ministro viene ricordata l'enfasi data al progetto europeo Garanzia Giovani, mentre l'Istat certifica che in realtà i ragazzi che scappano dal Paese sono sempre di più.
"Abbiamo - dice il ministro - due milioni e 400mila giovani che non studiano e non lavorano. Dove erano prima che arrivasse Poletti? Li abbiamo prodotti con le nostre politiche. Ma questo governo non vuole piangere, vuole fare. Per rendere l'Italia un Paese di grandi opportunità, spazzando via l'Italia dei piccoli privilegi, delle piccole enclavi. Se non cambiamo questo, se ne andranno tutti. Oggi, se un giovane smette di studiare e non trova lavoro, il problema è solo della sua famiglia. Noi invece diciamo ai giovani: registratevi sulla pagina del sito del Ministero dedicata al Progetto. Le agenzie pubbliche vi chiameranno entro 4 mesi e vi faranno una proposta: tornare a scuola, apprendistato, servizio civile, attività formative. Ma adesso sul sito c'è anche un'altra pagina: è dedicata alla registrazione delle imprese disponibili a servirsi di questi giovani, che oggi sono in 70mila a essersi registrati. Per me è un successo".
"Ma attenzione - avverte il titolare del Lavoro - dobbiamo stare attenti a che non si scateni un conflitto fra coloro che hanno un problema". E il discorso, anche tra qualche tensione nell'uditorio del Salone d'Ercole, a Palazzo Reale, da parte di chi contesta la chiusura "ingiusta" di ditte e imprese, scivola sulla mancata integrazione sociale dei lavoratori della fascia d'età 40, 50 anni, ricordando il suicidio dell'operaia 47enne cassintegrata suicidatasi a Pomigliano d'Arco. Poletti è ancora una volta chiaro: "Gli ispettori del lavoro sono lavoratori che vanno rispettati. Cosa dobbiamo fare, chiudere gli occhi davanti alle irregolarità? Quanto al discorso dell'età, l'Europa ha fatto un regolamento che comprende la fascia 15/25 anni. L'Italia ha ottenuto di ampliare la fascia fino ai 29 anni. Poi possiamo mettere in campo incentivi per chi assume lavoratori su con l'età. Ma, ancora una volta, ripeto che la risposta è nell'economia e nelle imprese. Possiamo dare tutti gli incentivi che si vogliono, ma se non si crea lavoro, il lavoro non c'é".
Per chiudere, il ministro Poletti risponde alla sollecitazione Camusso: riproporre l'unità dei partiti di sinistra nel segno del lavoro. "Un partito - dice Poletti - deve parlare a tutto il Paese. Il lavoro è un elemento importante, ma se per lavoro si intende solo quello dipendente non ci sto. Dove li mettiamo i giovani, gli artigiani, i professionisti. Io penso a un partito che guardi a un Paese delle grandi opportunità, non che continui a campare di rendita. Serve un grande cambiamento culturale. Altrimenti non recupereremo il distacco dagli altri".
"Abbiamo pensato da sempre - dice il ministro - che esiste un contratto buono (quello a tempo indeterminato) e altri sbagliati che si sopportano. Ma così non si assume la gente. Noi facciamo del tempo determinato un contratto buono, aggravando le altre forme con paletti e misure di dissuasione. Come la causale, con cui gli imprenditori rischiano di incorrere in contestazioni. Ecco perché considero più stabile un contratto da 36 mesi piuttosto che sei da sei mesi, come si faceva prima".
All'osservazione riguardante l'approccio alla riforma del mercato del lavoro partendo dal tempo determinato come "spinto" dalla Confindustria, che addirittura potrebbe fare a meno del contratto unico previsto dalla legge delega, il ministro ribatte deciso: "Leggo tutti i documenti quelli di Confindustria, quello della Cgil ma anche la lettera di Mario l'imbianchino, poi però bisogna decidere. Non può continuare a pagare lo Stato. E - conferma - il contratto unico è scritto nella legge delega. Il contratto a termine è solo un primo pezzo con cui partire. Tutto il resto arriverà, ma non si poteva andare per gradi. Serve un'armonizzazione tra misure per il lavoro e ammortizzatori sociali, altrimenti crolla il sistema come un castello di carte. E io non voglio altri esodati".
Sui tempi della riforma, Poletti ha uno scenario temporale chiaro: "Il presidente della Commissione lavoro del Senato mi ha detto che per fine luglio sarà licenziato il testo, che arriverà in aula. A settembre toccherà alla Camera, credo che per ottobre il passaggio sarà completo anche lì. Se il Parlamento opera come deve, il governo è pronto: entro fine anno la riforma ci sarà. L'ultima volta che si è affrontato il tema ci hanno messo 4 anni, noi dieci mesi".
La visione di Poletti è chiarissima: "Le regole da sole non creano lavoro. Regole semplici e trasparenti aiutano l'economia. Perché per creare lavoro servono imprese che crescano, ne sono convinto. E le nostre regole dicono alle imprese: non avete più scuse per non assumere. Anche gli 80 euro rientrano nelle nostre intenzioni di aiutare i consumi e quindi la produttività. Servono a spingere la domanda. L'Europa del Nord aspetta nel 2014 a un +1 di Pil. Se noi riusciremo a fare +0,3 sarà un risultato di rilievo, non accetterò paragoni rispetto a -1% ".
Poletti allarga la visione oltre il lavoro dipendente, andando a comprendere anche le partite Iva, "quelle vere". "Non possiamo ignorare che esistano. Sono persone che lavorano e hanno bisogno anche loro di una mano. Se qualcuno non li paga, ad esempio, in Italia possono solo andare dal giudice e aspettare dieci anni una sentenza. Intanto muoiono. Occorre dunque intervenire sui tempi della giustizia, ma immaginare anche un fondo di soccorso in loro sostegno".
Le responsabilità della situazione italiana per il ministro sono diffuse e generalizzate: "L'Italia ha pensato di poter risolvere i problemi scaricando i costi delle decisioni sui cittadini non decidendo. La colpa è delle imprese, del sindacato, della politica e delle istituzioni. Non aver affrontato i problemi ha fatto sì che dopo hanno pagato tutti i cittadini". Perché la malattia, chiarisce il ministro, "era già qui. L'Italia era già ferma da dieci anni. La crisi lo ha evidenziato. Ma adesso che qualcosa inizia a muoversi, rischiamo di restare fermi ancora".
Quanto alle pensioni Poletti non vuole aumentare l'età, ma farsi carico delle difficoltà di quei lavoratori "vicini alla pensione. Hanno bisogno di risposte se perdono il lavoro. Pensiamo un 'contratto di equità' in grado di mettere quelle persone in grado di arrivare all'età pensionabile. Gli esodati sono una priorità. E' un tema che ha diversi gradi di difficoltà. Questa è l'urgenza".
Oltre ai pensionandi un altro problema riguarda i giovani, quella generazione massacrata da un tasso di disoccupazione record vicino al 50 per cento. Al ministro viene ricordata l'enfasi data al progetto europeo Garanzia Giovani, mentre l'Istat certifica che in realtà i ragazzi che scappano dal Paese sono sempre di più.
"Abbiamo - dice il ministro - due milioni e 400mila giovani che non studiano e non lavorano. Dove erano prima che arrivasse Poletti? Li abbiamo prodotti con le nostre politiche. Ma questo governo non vuole piangere, vuole fare. Per rendere l'Italia un Paese di grandi opportunità, spazzando via l'Italia dei piccoli privilegi, delle piccole enclavi. Se non cambiamo questo, se ne andranno tutti. Oggi, se un giovane smette di studiare e non trova lavoro, il problema è solo della sua famiglia. Noi invece diciamo ai giovani: registratevi sulla pagina del sito del Ministero dedicata al Progetto. Le agenzie pubbliche vi chiameranno entro 4 mesi e vi faranno una proposta: tornare a scuola, apprendistato, servizio civile, attività formative. Ma adesso sul sito c'è anche un'altra pagina: è dedicata alla registrazione delle imprese disponibili a servirsi di questi giovani, che oggi sono in 70mila a essersi registrati. Per me è un successo".
"Ma attenzione - avverte il titolare del Lavoro - dobbiamo stare attenti a che non si scateni un conflitto fra coloro che hanno un problema". E il discorso, anche tra qualche tensione nell'uditorio del Salone d'Ercole, a Palazzo Reale, da parte di chi contesta la chiusura "ingiusta" di ditte e imprese, scivola sulla mancata integrazione sociale dei lavoratori della fascia d'età 40, 50 anni, ricordando il suicidio dell'operaia 47enne cassintegrata suicidatasi a Pomigliano d'Arco. Poletti è ancora una volta chiaro: "Gli ispettori del lavoro sono lavoratori che vanno rispettati. Cosa dobbiamo fare, chiudere gli occhi davanti alle irregolarità? Quanto al discorso dell'età, l'Europa ha fatto un regolamento che comprende la fascia 15/25 anni. L'Italia ha ottenuto di ampliare la fascia fino ai 29 anni. Poi possiamo mettere in campo incentivi per chi assume lavoratori su con l'età. Ma, ancora una volta, ripeto che la risposta è nell'economia e nelle imprese. Possiamo dare tutti gli incentivi che si vogliono, ma se non si crea lavoro, il lavoro non c'é".
Per chiudere, il ministro Poletti risponde alla sollecitazione Camusso: riproporre l'unità dei partiti di sinistra nel segno del lavoro. "Un partito - dice Poletti - deve parlare a tutto il Paese. Il lavoro è un elemento importante, ma se per lavoro si intende solo quello dipendente non ci sto. Dove li mettiamo i giovani, gli artigiani, i professionisti. Io penso a un partito che guardi a un Paese delle grandi opportunità, non che continui a campare di rendita. Serve un grande cambiamento culturale. Altrimenti non recupereremo il distacco dagli altri".