PESCARA - Il terremoto geologico del 6 aprile 2009 che ha distrutto L'Aquila e tanti paesi vicini, ma anche il terremoto 'morale' delle tangenti e delle concussioni. Le impalcature e le macerie, ma anche il centro storico del capoluogo dell'Abruzzo com'era prima che il sisma lo scuotesse fino a raderlo quasi al suolo. Nelle foto di Gianni Berengo Gardin c'è il racconto di una città nobile e superba, trascinata nella polvere dalla rabbia della terra e dalla fame di ricchezza di chi ha sfruttato tangenti, appalti gonfiati e bilanci truccati. "Arrivato due anni e mezzo dopo il sisma all'Aquila, volevo raccontare nelle mie foto il dolore, ma anche la tenacia e la volontà di ripartire degli aquilani". A colpire Gardin, protagonista di uno degli appuntamenti di Repubblica delle idee a Pescara, la sensazione che, mentre tutto era ancora fermo (niente cantieri, ancora macerie e, ai balconi, i panni stesi dalle 03:32 della notte della scossa), la gente avesse voglia di 'fare'.
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Il 'fotografo dei tempi lunghi', come lo ha definito Michele Smargiassi, contrapponendo la sua opera a quella di chi, cellulare alla mano, scatta compulsivamente, descrive a parole quello che le sue immagini hanno catturato in istanti lunghi 15 anni. "Non sono convinto, come si dice spesso, che le immagini parlino da sole. A mio avviso hanno sempre bisogno di essere specificate. Le fotografie mostrano le conseguenze, le parole servono per indagare le cause di ciò che è accaduto". Quindi la corruzione e il malaffare, lo sperpero di soldi e le lungaggini burocratiche che hanno costretto migliaia di persone a vivere in case costruite in zone isolate, senza negozi e servizi.
Seguendo uno dei più importanti insegnamenti ricevuti all'inizio della carriera, cioè il rispetto assoluto per chi viene fotografato, Berengo Gardin ha immortalato operai, famiglie, luoghi e oggetti intimi. E, dietro ogni scatto, la collaborazione e la partecipazione di chi, quella storia, l'ha vissuta sulla pelle. "Le persone che fotografo non devono subire lo scatto come violenza: sono collaboratori attivi del mio lavoro di documentazione, che vuole essere cronaca e denuncia". Un racconto che resterà per chi viene dopo di noi, a ricordo di quello che sta per sparire o è sparito: "Anche le immagini più scioccanti, dopo quattro giorni spariscono dalla memoria della gente e l'egoismo ci abitua a superare il trauma, che così diventa abitudine". Ma, spiega Gardin, il "lavoro sociale che svolgo - ha detto il fotografo - punta a un miglioramento dei fotografati, racchiudendo emozioni e situazioni che, magari, a parole sarebbe difficile raccontare".
La platea, piena, assiste alla proiezione del corto 'L'assegnazione delle tende dopo il terremoto' di Paolo Sorrentino: immagini dalle quali traspare la paura e la disperazione di tutte quelle persone che, rimaste senza casa, aspettavano di essere nominate per potersi sistemare nella tendopoli.
"All'Aquila il dolore era circolare, ho anche pensato di cambiare mestiere, non avendo il coraggio di andare da un padre a chiedere il nome del ragazzo morto sotto le macerie". A raccontare il dramma delle prime ore dopo la scossa è Giuseppe Caporale, cronista esperto e abituato a raccontare il dolore, che, davanti alla distruzione e alla disperazione, si è fermato a riflettere sul senso di questo mestiere.
Poi ha incontrato un collega, Attilio Bolzoni, e insieme a lui ha deciso di analizzare tutti i documenti relativi agli edifici crollati per far emergere la verità. "Dopo più di sei anni dal sisma, ora si dice che il centro rivivrà tra altri 5 anni. Tra le lentezze del governo e le difficoltà dell'emergenza, ci sono stati anche i problemi legati alla corruzione e allo spreco di denaro. E poi la malversazione di quanti hanno usato illecitamente i fondi ottenuti per la ricostruzione.
"Solo per il Progetto Case è stato speso un miliardo e 200 milioni di euro: dietro l'operazione c'era la volontà di propaganda del governo, tanto che le prime chiavi furono consegnate il giorno del compleanno dell'allora premier Silvio Berlusconi. Ma le strutture erano fatiscenti, anche se costate tantissimo. Le inchieste avviate hanno portato a scoprire che erano stati utilizzati 7.000 isolatori sismici non regolari, 800 balconi sono a rischio crollo e 3 edifici sono stati realizzati con legno scadente. Peccato che lì per anni hanno vissuto delle persone, con il rischio di morire".
Ma, ricorda Caporale, se la ricostruzione non ha funzionato, o ha funzionato poco, la macchina della giustizia è stata più efficiente. Tolti i crolli legati al sisma, dei 15 processi istituiti per verificare le responsabilità, due si sono conclusi con assoluzioni e 13 con condanne. "La giustizia ha fatto il suo corso regolarmente e già siamo al secondo grado di giudizio. Ma anche i processi hanno rappresentato momenti di dolore collettivo, dato che hanno riguardato un'intera comunità".
Caporale ha ricordato uno dei processi, in cui l'imputato era un costruttore che, nel crollo del palazzo costruito, aveva perso la figlia, diventando vittima e artefice di un dramma. "Ricordo che, all'apertura del processo, il magistrato corse si alzò e corse ad abbracciare quell'uomo: era la dimostrazione di un lutto che aveva colpito proprio tutti: un lutto circolare". E 'Colpa nostra', un documentario realizzato da Caporale insieme al regista Walter Nanni, racconta proprio le cause e gli effetti di una ferita ancora troppo profonda per essere dimenticata.
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Il 'fotografo dei tempi lunghi', come lo ha definito Michele Smargiassi, contrapponendo la sua opera a quella di chi, cellulare alla mano, scatta compulsivamente, descrive a parole quello che le sue immagini hanno catturato in istanti lunghi 15 anni. "Non sono convinto, come si dice spesso, che le immagini parlino da sole. A mio avviso hanno sempre bisogno di essere specificate. Le fotografie mostrano le conseguenze, le parole servono per indagare le cause di ciò che è accaduto". Quindi la corruzione e il malaffare, lo sperpero di soldi e le lungaggini burocratiche che hanno costretto migliaia di persone a vivere in case costruite in zone isolate, senza negozi e servizi.
Seguendo uno dei più importanti insegnamenti ricevuti all'inizio della carriera, cioè il rispetto assoluto per chi viene fotografato, Berengo Gardin ha immortalato operai, famiglie, luoghi e oggetti intimi. E, dietro ogni scatto, la collaborazione e la partecipazione di chi, quella storia, l'ha vissuta sulla pelle. "Le persone che fotografo non devono subire lo scatto come violenza: sono collaboratori attivi del mio lavoro di documentazione, che vuole essere cronaca e denuncia". Un racconto che resterà per chi viene dopo di noi, a ricordo di quello che sta per sparire o è sparito: "Anche le immagini più scioccanti, dopo quattro giorni spariscono dalla memoria della gente e l'egoismo ci abitua a superare il trauma, che così diventa abitudine". Ma, spiega Gardin, il "lavoro sociale che svolgo - ha detto il fotografo - punta a un miglioramento dei fotografati, racchiudendo emozioni e situazioni che, magari, a parole sarebbe difficile raccontare".
La platea, piena, assiste alla proiezione del corto 'L'assegnazione delle tende dopo il terremoto' di Paolo Sorrentino: immagini dalle quali traspare la paura e la disperazione di tutte quelle persone che, rimaste senza casa, aspettavano di essere nominate per potersi sistemare nella tendopoli.
"All'Aquila il dolore era circolare, ho anche pensato di cambiare mestiere, non avendo il coraggio di andare da un padre a chiedere il nome del ragazzo morto sotto le macerie". A raccontare il dramma delle prime ore dopo la scossa è Giuseppe Caporale, cronista esperto e abituato a raccontare il dolore, che, davanti alla distruzione e alla disperazione, si è fermato a riflettere sul senso di questo mestiere.
Poi ha incontrato un collega, Attilio Bolzoni, e insieme a lui ha deciso di analizzare tutti i documenti relativi agli edifici crollati per far emergere la verità. "Dopo più di sei anni dal sisma, ora si dice che il centro rivivrà tra altri 5 anni. Tra le lentezze del governo e le difficoltà dell'emergenza, ci sono stati anche i problemi legati alla corruzione e allo spreco di denaro. E poi la malversazione di quanti hanno usato illecitamente i fondi ottenuti per la ricostruzione.
"Solo per il Progetto Case è stato speso un miliardo e 200 milioni di euro: dietro l'operazione c'era la volontà di propaganda del governo, tanto che le prime chiavi furono consegnate il giorno del compleanno dell'allora premier Silvio Berlusconi. Ma le strutture erano fatiscenti, anche se costate tantissimo. Le inchieste avviate hanno portato a scoprire che erano stati utilizzati 7.000 isolatori sismici non regolari, 800 balconi sono a rischio crollo e 3 edifici sono stati realizzati con legno scadente. Peccato che lì per anni hanno vissuto delle persone, con il rischio di morire".
Ma, ricorda Caporale, se la ricostruzione non ha funzionato, o ha funzionato poco, la macchina della giustizia è stata più efficiente. Tolti i crolli legati al sisma, dei 15 processi istituiti per verificare le responsabilità, due si sono conclusi con assoluzioni e 13 con condanne. "La giustizia ha fatto il suo corso regolarmente e già siamo al secondo grado di giudizio. Ma anche i processi hanno rappresentato momenti di dolore collettivo, dato che hanno riguardato un'intera comunità".
Caporale ha ricordato uno dei processi, in cui l'imputato era un costruttore che, nel crollo del palazzo costruito, aveva perso la figlia, diventando vittima e artefice di un dramma. "Ricordo che, all'apertura del processo, il magistrato corse si alzò e corse ad abbracciare quell'uomo: era la dimostrazione di un lutto che aveva colpito proprio tutti: un lutto circolare". E 'Colpa nostra', un documentario realizzato da Caporale insieme al regista Walter Nanni, racconta proprio le cause e gli effetti di una ferita ancora troppo profonda per essere dimenticata.