Riesplode in Cina la protesta verde. Oltre 10 mila persone, 20 mila secondo i manifestanti, sono scese in piazza vicino a Guangzhou, terza città del Paese, nota in Europa come Canton, per opporsi al progetto di un mega inceneritore, che dovrebbe sorgere in una delle zone più inquinate del mondo. Già un anno fa la popolazione di Quingyuan, distretto a pochi chilometri, aveva dato vita ad una delle più massicce rivolte contro i piani del governo, costretto dopo settimane di scontri a sospendere il piano di un altro inceneritore. Nel fine settimana, nel quartiere di Huadu, si erano presentati solo 3 mila manifestanti. Ieri si è mossa invece a sorpresa una vera e propria folla, che ha alzato oltre 5 mila bandiere per dire che il villaggio di Shiling, dove è previsto l'impianto di smaltimento dei rifiuti, non può permettersi di aggiungere altri elementi tossici in un'aria già definita "inadatta alla vita umana".
La manifestazione, autorizzata dai funzionari del governo locale, è stata controllata da mille agenti in tenuta anti-sommossa e non ha fatto registrare incidenti. La tensione resta però alta perché gli ambientalisti, che sono sfilati fino alle sede del partito comunista, hanno intimato ai funzionari di cancellare anche questo secondo inceneritore. A Guangzhou però entro il 2015 è prevista la costruzione di ben cinque nuovi impianti per i rifiuti, in aggiunta a quello già attivo a Likeng. Una situazione esplosiva: la capitale dell'industria cinese low cost, dove viene confezionato il 50% delle borse in pelle di tutto il mondo, produce ogni anno oltre 40 milioni di tonnellate di rifiuti nocivi, che gli amministratori non sanno più dove smaltire. Gli insorti di Shiling, sobborgo di 300 mila abitanti, hanno denunciato il silenzio con cui le autorità hanno scelto il luogo per l'inceneritore, annunciato inizialmente in un altro sito.
Entro agosto dovrebbe arrivare il definitivo via libera politico, la perizia ambientale è prevista per febbraio e la posa della prima pietra è fissata nel giugno 2014. Un calendario tutt'altro che definitivo, alla luce dello scontro aperto con la manifestazione di ieri. Madri e padri di Shiling si sono detti "profondamente turbati" dall'idea che i propri figli crescano non solo tra i liquami delle pelletterie, ma pure tra i fumi di un inceneritore. Giornali e televisioni locali, oltre al web, hanno superato la censura diffondendo la protesta in tutta la Cina. Migliaia di internauti si stanno così mobilitando per sostenere la rivolta e la Rete si va riempiendo con le storie di casi-limite sul dramma dell'inquinamento nel Paese. L'ambientalismo, più della politica e dell'economia, si rivela dunque il più sensibile campo di battaglia del nuovo dissenso cinese, profondamente mutato rispetto al movimento azzerato nel 1989 con il massacro di piazza Tiananmen.
I giovani cinesi, oltre che la classe media, si dimostrano sempre più tiepidi verso l'opposizione ideologica al partito comunista, ma sempre più attenti alla lotta per ottenere un'aria meno tossica, cibo sicuro, acqua potabile e terreni non imbevuti di veleno. Una mobilitazione che allarma particolarmente la nuova leadership del partito, investita della missione di rendere sostenibile, anche a livello umano, la crescita nazionale. Si spiega così il disarmo di censura e repressione rispetto alle rivolte verdi: le autorità capiscono che è una lotta con profonde radici popolari, che coinvolge tutti e che anche all'interno dei dirigenti raccoglie sempre più consensi. "Siamo molto preoccupati - ha potuto dire in tivù l'organizzatore della manifestazione di Shiling - e non vogliamo che le nuove generazioni dei cinesi abbiamo un'attesa di vita inferiore a quelle dei loro nonni".
Evidente l'imbarazzo di Pechino. Cedere ai manifestanti, cancellando per la seconda volta uno degli inceneritori necessari a Guangzhou, sarebbe interpretato come un atto di debolezza e un'autorizzazione implicita di altre proteste in tutto il Paese. La linea dura, fino alla violenza, porrebbe però la leadership contro la schiacciante maggioranza della popolazione. Rimane così irrisolto il nodo più stretto del nuovo dissenso cinese: conciliare il benessere e la qualità dell'ambiente. Il solo problema che oggi, in mancanza di una soluzione, minaccia realmente la stabilità sociale nella seconda economia del pianeta.
La manifestazione, autorizzata dai funzionari del governo locale, è stata controllata da mille agenti in tenuta anti-sommossa e non ha fatto registrare incidenti. La tensione resta però alta perché gli ambientalisti, che sono sfilati fino alle sede del partito comunista, hanno intimato ai funzionari di cancellare anche questo secondo inceneritore. A Guangzhou però entro il 2015 è prevista la costruzione di ben cinque nuovi impianti per i rifiuti, in aggiunta a quello già attivo a Likeng. Una situazione esplosiva: la capitale dell'industria cinese low cost, dove viene confezionato il 50% delle borse in pelle di tutto il mondo, produce ogni anno oltre 40 milioni di tonnellate di rifiuti nocivi, che gli amministratori non sanno più dove smaltire. Gli insorti di Shiling, sobborgo di 300 mila abitanti, hanno denunciato il silenzio con cui le autorità hanno scelto il luogo per l'inceneritore, annunciato inizialmente in un altro sito.
Entro agosto dovrebbe arrivare il definitivo via libera politico, la perizia ambientale è prevista per febbraio e la posa della prima pietra è fissata nel giugno 2014. Un calendario tutt'altro che definitivo, alla luce dello scontro aperto con la manifestazione di ieri. Madri e padri di Shiling si sono detti "profondamente turbati" dall'idea che i propri figli crescano non solo tra i liquami delle pelletterie, ma pure tra i fumi di un inceneritore. Giornali e televisioni locali, oltre al web, hanno superato la censura diffondendo la protesta in tutta la Cina. Migliaia di internauti si stanno così mobilitando per sostenere la rivolta e la Rete si va riempiendo con le storie di casi-limite sul dramma dell'inquinamento nel Paese. L'ambientalismo, più della politica e dell'economia, si rivela dunque il più sensibile campo di battaglia del nuovo dissenso cinese, profondamente mutato rispetto al movimento azzerato nel 1989 con il massacro di piazza Tiananmen.
I giovani cinesi, oltre che la classe media, si dimostrano sempre più tiepidi verso l'opposizione ideologica al partito comunista, ma sempre più attenti alla lotta per ottenere un'aria meno tossica, cibo sicuro, acqua potabile e terreni non imbevuti di veleno. Una mobilitazione che allarma particolarmente la nuova leadership del partito, investita della missione di rendere sostenibile, anche a livello umano, la crescita nazionale. Si spiega così il disarmo di censura e repressione rispetto alle rivolte verdi: le autorità capiscono che è una lotta con profonde radici popolari, che coinvolge tutti e che anche all'interno dei dirigenti raccoglie sempre più consensi. "Siamo molto preoccupati - ha potuto dire in tivù l'organizzatore della manifestazione di Shiling - e non vogliamo che le nuove generazioni dei cinesi abbiamo un'attesa di vita inferiore a quelle dei loro nonni".
Evidente l'imbarazzo di Pechino. Cedere ai manifestanti, cancellando per la seconda volta uno degli inceneritori necessari a Guangzhou, sarebbe interpretato come un atto di debolezza e un'autorizzazione implicita di altre proteste in tutto il Paese. La linea dura, fino alla violenza, porrebbe però la leadership contro la schiacciante maggioranza della popolazione. Rimane così irrisolto il nodo più stretto del nuovo dissenso cinese: conciliare il benessere e la qualità dell'ambiente. Il solo problema che oggi, in mancanza di una soluzione, minaccia realmente la stabilità sociale nella seconda economia del pianeta.