Rsera

Il Pakistan guarda alla Cina
in funzione anti-Usa

di RAIMONDO BULTRINI

2 minuti di lettura
Il primo mese di incarico del nuovo premier Nawaz Sharif è passato senza pause tra una crudeltà e l'altra com'era stato alla vigilia del voto di maggio e negli anni predenti.
 
Il numero degli attentati e delle uccisioni per motivi religiosi, politici o di affari non è diminuito nemmeno di poco, e dall'inizio della campagna elettorale nel solo territorio delle aree tribali ai confini con l'Afghanistan sono morte 240 persone, senza contare le oltre 160 uccise dal giorno della sua vittoria in poi. Nel conteggio sono inclusi i devoti fatti saltare in aria nelle moschee sciite e i civili, soldati o militanti uccisi nel Nordovest e in Baluchistan. Ma anche target politici, come la vicepresidente del partito di Imran Khan e - tra  gli ultimi - il capo della sicurezza del presidente Asif Ali Zardari (e del figlio nato dal matrimonio con Benazir Bhutto), fatto saltare in aria la settimana scorsa assieme ad altri due bodyguard davanti a una sede del Ppp di Karachi, la Città Senza Legge per eccellenza, capitale commerciale del Sud.

Da qui la domanda che si pone lo stesso Sharif: potrà egli salvare, praticamente da solo, uno Stato in perenne rotta di collisione con gli iceberg della sua storia?. Per rassicurare il mondo, lascia intendere che la situazione di caos, insicurezza e di inefficienza raggiunti in tutti i settori della vita economica e sociale pakistana sono una costante fin dalla Partizione del 1947, e non c'è da allarmarsi più di tanto.

Era stato però lo stesso Sharif, dopo due falliti tentativi da premier del passato, a sostenere in campagna elettorale che riportarlo al potere era forse l'ultima chance per il Pakistan di diventare un "Paese normale". "Lasciatemi terminare ciò che mi fu impedito prima", ha ripetuto in comizi e interviste. Ma anche se è troppo presto per giudicare il rodaggio del suo esecutivo, a cedere fin dalle prime battute è proprio il suo punto di forza maggiore, la ricerca di un compromesso con i gruppi fondamentalisti, una sorta di armistizio coi taleban e gli altri gruppi contrari a ogni compromesso con l'Occidente e gli Usa in particolare.

E' vero che Sharif, più che come garante della sicurezza interna, si era presentato al voto nella veste di riformatore dell'economia, con l'obiettivo di creare lavoro ristabilendo la confidenza dei mercati. Ma sapeva benissimo che nessuno investe in un Paese dilaniato da bombe e omicidi, e per guadagnarsi le necessarie simpatie degli islamici ortodossi, ha fatto propria la causa  nazionalista e religiosa sia pakistana che talebana, tuonando contro le ingerenze degli Stati Uniti. Più volte ha annunciato - l'ultima ieri - che imporrà la fine dell'uso di aerei droni Usa che uccidono militanti e spesso civili, e denunciato le "spudorate" operazioni straniere in pieno territorio nazionale come il sequestro e l'uccisione di Osama bin Laden, o il massacro di 24 militari di Islamabad durante un attacco in elicottero sul confine con l'Afghanistan a novembre. 

Ma come sempre in passato, nessun premier civile pakistano (un golpe dei soldati guidati da Pervez Musharraf, oggi agli arresti, depose Sharif dalla poltrona nel 1999), può fare i conti senza l'esercito,  la più potente istituzione nazionale proprietaria di banche, finanziarie, imprese, e dotata di un budget governativo enorme integrato dai finanziamenti degli Stati Uniti, terrorizzati dall'idea di alienarsi i militari dell'unico Paese islamico con la bomba atomica.

Sharif ha infatti passato gran parte del suo primo mese a discutere con le Forze armate e l'intelligence ISI i dettagli di una possibile trattativa diretta con i taleban. Già si sa che le prime risposte non sono state unanimi, soprattutto per lo scetticismo di quanti si trovano ogni giorno a combattere con formazioni terroriste interne e straniere come in Afghanistan, celebri per non essere mai scese a compromessi, e per non sapere o potere mantenere gli impegni.

Per questo Sharif non si è ancora azzardato ad annunciare un incontro con questo genere di nemici, e invece che nel confinante Afghanistan, si è recato nel suo primo viaggio ufficiale in Cina a parlare di progetti di sviluppo e di affari. "La nostra amicizia è più alta dell'Himalaya e più dolce del miele", ha detto Sharif con una certa enfasi retorica ai leader cinesi. Fuor di metafora, chiede a Pechino di non lasciare il suo Paese completamente nelle mani degli Stati Uniti e dei loro aiuti umanitari e militari. Nella segreta - e illusoria - speranza che i taleban apprezzeranno quantomeno l'intenzione.