Israeliani e palestinesi tornano a sedersi attorno a un tavolo. Letteralmente. Il nuovo round di colloqui di pace, dopo uno stop di tre anni e sotto la regia degli Stati Uniti, riparte infatti da una cena. Un "iftar", il pasto serale dei musulmani nel mese di Ramadan, che il segretario di Stato americano John Kerry offrirà stasera alle due delegazioni a casa sua, a Washington. Ma si tratta solo di un preludio, un incontro informale, che precede il primo vertice vero e proprio del negoziato che partirà domani, negli uffici del Dipartimento di Stato. Le due delegazioni sono già partite alla volta degli Stati Uniti. A guidarle ci sarà, per Israele, il ministro della Giustizia Tzipi Livni e, per l'Autorità palestinese, il navigato negoziatore Saeb Erekat.
"Un'oppotunità per sviluppare un piano di lavoro tra le parti su come procedere nel negoziato nei prossimi mesi", si legge in una nota del ministero degli Esteri americano, che ringrazia il premier israeliano Netanyahu e il presidente dell'Autorità palestinese Abu Mazen per il "coraggio dimostrato". L'incontro di Washington è stato reso possibile dall'approvazione del governo d'Israele di un piano di liberazione di 104 prigionieri, in carcere da prima degli accordi di Oslo del '93. I palestinesi lo avevano indicato come pre-condizione per riavviare ogni discussione. E ieri è arrivato il via libera a Gerusalemme in un consiglio dei ministri infuocato.
Il governo ha deciso che un eventuale piano di pace che riguardi insediamenti e confini sarà sottoposto a un referendum. Poi però si è spaccato sul rilascio dei detenuti. Il piano è passato con una maggioranza risicata (13 ministri su 22 hanno votato a favore, con due astenuti) e Netanyahu ha dovuto incassare critiche feroci dalla destra radicale che sostiene il suo esecutivo, ma anche da esponenti del suo partito, il Likud. Tanto che il piano iniziale è stato ridimensionato: i 104 prigionieri saranno liberati a tappe, seguendo l'andamento generale del negoziato, e comunque ogni volta sarà necessaria un'altra consultazione all'interno del governo. Israele ha istituito una speciale commissione che dovrà valutare di volta in volta i pericoli per la sicurezza e l'opportunità del rilascio. I casi più controversi tra i detenuti da rimettere in libertà saranno gli ultimi ad essere esaminati. I servizi hanno suggerito che i detenuti vengano rilasciati a patto che accettino di vivere all'estero o nella Striscia di Gaza. Chi si oppone sostiene comunque che quei prigionieri sono terroristi con le mani sporche di sangue e che oltretutto il rilascio avviene senza ottenere nulla in cambio.
Netanyahu aveva spiegato, prima che la riunione del governo iniziasse, che un premier deve saper affrontare "scelte impopolari". E quella di ieri lo è stata davvero. Un sit-in di protesta dei parenti delle vittime del terrorismo ha accompagnato il consiglio dei ministri. E oggi sono pochi gli analisti sulla stampa che promuovono la scelta del premier che incassa critiche da destra, ma anche da sinistra da chi lo accusa di volersi solo riaccreditare con gli Stati Uniti e l'Occidente in una fase difficile per le crisi in Egitto e in Siria.
Il negoziato dunque riparte tra dubbi e critiche. Domani, a Washington al termine del primo incontro ufficiale, al quale parteciperà anche John Kerry, ci sarà una dichiarazione congiunta. I colloqui dureranno mesi e l'obiettivo, non dichiarato, è quello di arrivare a un vertice a due tra Netanyahu e Abu Mazen. Un obiettivo che tutti, per ora, considerano ancora lontano.
"Un'oppotunità per sviluppare un piano di lavoro tra le parti su come procedere nel negoziato nei prossimi mesi", si legge in una nota del ministero degli Esteri americano, che ringrazia il premier israeliano Netanyahu e il presidente dell'Autorità palestinese Abu Mazen per il "coraggio dimostrato". L'incontro di Washington è stato reso possibile dall'approvazione del governo d'Israele di un piano di liberazione di 104 prigionieri, in carcere da prima degli accordi di Oslo del '93. I palestinesi lo avevano indicato come pre-condizione per riavviare ogni discussione. E ieri è arrivato il via libera a Gerusalemme in un consiglio dei ministri infuocato.
Il governo ha deciso che un eventuale piano di pace che riguardi insediamenti e confini sarà sottoposto a un referendum. Poi però si è spaccato sul rilascio dei detenuti. Il piano è passato con una maggioranza risicata (13 ministri su 22 hanno votato a favore, con due astenuti) e Netanyahu ha dovuto incassare critiche feroci dalla destra radicale che sostiene il suo esecutivo, ma anche da esponenti del suo partito, il Likud. Tanto che il piano iniziale è stato ridimensionato: i 104 prigionieri saranno liberati a tappe, seguendo l'andamento generale del negoziato, e comunque ogni volta sarà necessaria un'altra consultazione all'interno del governo. Israele ha istituito una speciale commissione che dovrà valutare di volta in volta i pericoli per la sicurezza e l'opportunità del rilascio. I casi più controversi tra i detenuti da rimettere in libertà saranno gli ultimi ad essere esaminati. I servizi hanno suggerito che i detenuti vengano rilasciati a patto che accettino di vivere all'estero o nella Striscia di Gaza. Chi si oppone sostiene comunque che quei prigionieri sono terroristi con le mani sporche di sangue e che oltretutto il rilascio avviene senza ottenere nulla in cambio.
Netanyahu aveva spiegato, prima che la riunione del governo iniziasse, che un premier deve saper affrontare "scelte impopolari". E quella di ieri lo è stata davvero. Un sit-in di protesta dei parenti delle vittime del terrorismo ha accompagnato il consiglio dei ministri. E oggi sono pochi gli analisti sulla stampa che promuovono la scelta del premier che incassa critiche da destra, ma anche da sinistra da chi lo accusa di volersi solo riaccreditare con gli Stati Uniti e l'Occidente in una fase difficile per le crisi in Egitto e in Siria.
Il negoziato dunque riparte tra dubbi e critiche. Domani, a Washington al termine del primo incontro ufficiale, al quale parteciperà anche John Kerry, ci sarà una dichiarazione congiunta. I colloqui dureranno mesi e l'obiettivo, non dichiarato, è quello di arrivare a un vertice a due tra Netanyahu e Abu Mazen. Un obiettivo che tutti, per ora, considerano ancora lontano.