Rsera

IL COMMENTO

Pechino senza fascino
i turisti la abbandonano

di GIAMPAOLO VISETTI

3 minuti di lettura
Addio Pechino. Il fascino della capitale cinese sembra svanito, assieme ai suoi quartieri tradizionali e all'esercito di biciclette che ne solcava le strade. I turisti stranieri sono in fuga e perfino la Città Proibita comincia ad essere ignorata dai grandi tour, che pongono comunque la Cina tra le mete più ambite del momento. La crisi è tale che la commissione cittadina per lo sviluppo turistico ha convocato gli stati generali per mettere a punto un piano di rilancio. I dati però annunciano che la strada è in salita. Dopo il trionfo delle Olimpiadi 2008, con il tutto esaurito e il boom di alberghi, ristoranti e centri commerciali, il declino è stato inarrestabile. Nel 2011 erano stati ancora 5,2 milioni i turisti che avevano visitato piazza Tiananmen, la Grande Muraglia e il Tempio del Cielo, mentre lo scorso anno si è scesi sotto quota 5 milioni, con almeno 20 milioni di visitatori perduti. Nei primi sei mesi di quest'anno, l'ennesimo passo indietro: 2,1 milioni di arrivi, un altro 14,3% in meno del già debole 2012. A preoccupare autorità e operatori, anche l'indice di soddisfazione dei turisti: ora è fermo al 75,2%, rispetto all'81 del periodo gennaio-aprile e alla media del 93% dei precedenti cinque anni. All'origine della falla, la bocciatura da parte di europei, meno 30%, giapponesi, meno 70% e statunitensi, meno 38%.

Giustificata la fuga dei giapponesi: il Sol Levante stenta a risollevarsi dalla crisi atomica di Fukushima e tra Tokyo e Pechino è scoppiata la guerra nazionalista per il controllo dell'arcipelago delle Diaoyu-Senkaku. Più complessa la bocciatura dell'Occidente. "Incide la crisi economica scoppiata nel 2008 - dice Zhang Hui, docente di management del turismo dell'università Jiaotong della capitale - ma sotto accusa sono anche i servizi offerti. Pechino è l'unica capitale mondiale in cui le gite organizzate, i musei e gli svaghi sono allo stadio primordiale". Il summit d'emergenza convocato dal partito ha evidenziato anche altri problemi: i prezzi di hotel e ristoranti continuano a crescere, mentre nel resto del Paese sono fermi, l'offerta di guide e cartelli in inglese è scarsa, traffico e smog hanno raggiunto un livello che l'ambasciata americana di Pechino definisce "non adatto alla vita umana". "Non si vede perché - dice Hu Jiying, market manager di una delle prime agenzie della capitale - europei e statunitensi debbano investire soldi e tempo per soffocare in un caos in cui non capiscono una parola, torrido o gelido, ma soprattutto sprovvisto di un vero e proprio gioiello irrinunciabile".

Crisi economica e ostilità tra vicini non bastano dunque a spiegare il declino di quella che fu una delle città più meravigliose della storia e tra gli intellettuali cinesi scoppia il dibattito su "Pechino ignorata". Le decine di milioni di turisti stranieri che evitano la capitale, atterrano comunque in Cina. Fanno però rotta direttamente su tratti meno ricostruiti della Grande Muraglia, si fermano nell'avveniristica Shanghai e nella tropicale Hong Kong, visitano l'armata dei guerrieri di terracotta a Xian, oppure scelgono le regioni più esotiche del Paese: il Tibet degli Ottomila e dei monasteri di Lhasa, lo Yunnan, le riserve dei panda giganti e le risaie del Sichuan, i picchi straordinari di Guilin, oppure l'isola di Hainan, pronta al ruolo dei Caraibi dell'Asia. Tutto, fuorché Pechino, considerata ormai un'inutile e dispendiosa perdita di tempo. "La verità - dice il professor Chen Xu dell'Accademia cinese del turismo - è che nel nome dello sviluppo, negli ultimi trent'anni la capitale ha bruciato gran parte dei propri tesori.

Gli hutong e le case tradizionali con il cortile al centro sono stati spazzati via dai grattacieli, i giardini e i laghi sono stati sommersi dai centri commerciali, i vecchi quartieri dove si girava in bicicletta sono stati travolti dalle tangenziali. Così, più ancora che durante la Rivoluzione culturale di Mao,  si è estinta la vita autentica della città, con il suo patrimonio di mercati, artigiani, cibo da strada e passatempi antichi. Ma se Pechino assomiglia sempre di più ad una qualsiasi, squallida e anonima megalopoli, perché le gente dovrebbe sceglierla per passarci le vacanze?". Il guaio è che tutte le analisi rivelano una parte di verità, al punto che le autorità hanno commissionato uno studio d'urgenza per trovare la medicina capace di guarire il "grande ammalato" del turismo cinese. Il pressing del business si fa infatti sentire, con decine di alberghi e ristoranti, costruiti per le Olimpiadi, afflitti dai conti in rosso. Tra i primi rimedi annunciati, aree chiuse al traffico attorno ai monumenti più importanti, la ristrutturazione di musei e teatri, pacchetti low cost per trasporti e biglietti, scritte e guide in inglese, oltre all'abolizione del visto (già avviata) per chi sosta nella capitale non più di tre giorni. Iniziative indispensabili, specie ora che la svalutazione dello yen rilancia Tokyo, scoppia la moda di Seul e Shanghai sta per inaugurare il parco dei divertimenti più grande del mondo: ma se Pechino non sarà capace di riscoprire e valorizzare la propria storia, riconquistando almeno parte dell'atmosfera magica perduta, sarà quasi impossibile tornare a rappresentare il sogno che per secoli ha attirato gli occidentali verso il Celeste Impero.