I maggiori filosofi tedeschi hanno preparato e costruito l'ideologia nazista? E' la provocatoria domanda del filosofo francese Jean-Pierre Faye, noto per un saggio sui Linguaggi del totalitarismo. Rilanciato dalle colonne di Le Monde, il quesito rianima il dibattito culturale sul legame tra il regime di allora e le teorie di intellettuali come Martin Heidegger, Carl Schmitt e Ernst Jünger. Come già si sapeva, Faye ricorda che Heidegger e Schmitt hanno aderito al partito nazionalsocialista. Già dal 1 maggio 1933 avevano preso la tessera. “Contrariamente a quel che succedeva in Italia, prendere la tessera del partito nazionalsocialista tedesco non era automatico né semplice” osserva il filosofo francese. In quel periodo c'erano 24 milioni di militanti del partito fascista e solo 8 milioni per quello nazista. La scelta dei due filosofi tedeschi era, insomma, ancor più “volontaria e consapevole”.
Ma al di là della scelta personale, oggetto di studio e controversie già nel dopoguerra, in questo caso l'accusa nuova è la complicità intellettuale nella costruzione (e non decostruzione) del regime. Faye elenca alcune citazioni che proverebbero una oggettiva "complicità" con il pensiero nazista. Carl Schmitt, ad esempio, ha elaborato il concetto di “Stato totale”, tanto caro a Adolf Hitler. Il 23 novembre 1932, spiega ancora Faye, Schmitt organizzò una conferenza sul “totale Staat” davanti a un parterre di industriali e politici.
In quel momento Jünger aveva già pubblicato, tre anni prima, La Mobilitazione Totale. Heidegger proferì elogi pubblici del Führer, tra cui la “professione di fede in Adolf Hitler” del dicembre 1933. Nel suo “Appello per il rito del lavoro”, il filosofo tedesco non avrebbe fatto altro che giustificare da un punto di vista teorico i lavori forzati, e dunque i futuri campi di concentramento.
Il “silenzio” di Heidegger sul nazismo è stato più volte esaminato, criticato, giustificato, anche in patria. Ma è in Francia, dove il “suo” esistenzialismo ha fatto proseliti e ammiratori, che il dibattito è ancor più animato. Il figlio di Jean-Michel Faye, Emmanuel, ha pubblicato un voluminoso saggio intitolato Hedeigger, l'introduzione del nazismo in filosofia (ora tradotto anche in Italia da L'Asino d'oro), nel quale riprende molte di queste tesi. Ma quel che vuole dimostrare ora Faye (padre) è che Heiddeger va contestualizzato nel clima culturale dell'epoca. Insieme a Schmitt e Jünger, Heidegger formava un “trittico” che, sostiene il filosofo francese, “ha disegnato lo spazio di accettazione per l'ideologia diffusa dalla furia hitleriana”.
Ma al di là della scelta personale, oggetto di studio e controversie già nel dopoguerra, in questo caso l'accusa nuova è la complicità intellettuale nella costruzione (e non decostruzione) del regime. Faye elenca alcune citazioni che proverebbero una oggettiva "complicità" con il pensiero nazista. Carl Schmitt, ad esempio, ha elaborato il concetto di “Stato totale”, tanto caro a Adolf Hitler. Il 23 novembre 1932, spiega ancora Faye, Schmitt organizzò una conferenza sul “totale Staat” davanti a un parterre di industriali e politici.
In quel momento Jünger aveva già pubblicato, tre anni prima, La Mobilitazione Totale. Heidegger proferì elogi pubblici del Führer, tra cui la “professione di fede in Adolf Hitler” del dicembre 1933. Nel suo “Appello per il rito del lavoro”, il filosofo tedesco non avrebbe fatto altro che giustificare da un punto di vista teorico i lavori forzati, e dunque i futuri campi di concentramento.
Il “silenzio” di Heidegger sul nazismo è stato più volte esaminato, criticato, giustificato, anche in patria. Ma è in Francia, dove il “suo” esistenzialismo ha fatto proseliti e ammiratori, che il dibattito è ancor più animato. Il figlio di Jean-Michel Faye, Emmanuel, ha pubblicato un voluminoso saggio intitolato Hedeigger, l'introduzione del nazismo in filosofia (ora tradotto anche in Italia da L'Asino d'oro), nel quale riprende molte di queste tesi. Ma quel che vuole dimostrare ora Faye (padre) è che Heiddeger va contestualizzato nel clima culturale dell'epoca. Insieme a Schmitt e Jünger, Heidegger formava un “trittico” che, sostiene il filosofo francese, “ha disegnato lo spazio di accettazione per l'ideologia diffusa dalla furia hitleriana”.