Per la prima volta dalla fondazione d'Israele, lo stato finanzierà classi separate di maschi e femmine sin dalle elementari, una caratteristica, questa, finora riservata al sistema educativo religioso ma mai applicata nella scuola pubblica statale tranne che a pretendere e a finanziare la separazione non fossero le stesse famiglie. Una decisione, quella presa dal ministro Shai Piron, un religioso ultra-ortodosso "moderno", eletto nella lista Yesh Atid guidata dal giornalista laico Yair Lapid, che inevitabilmente favorirà la componente nazionalista-religiosa e ultra-ortodossa della società israeliana a scapito delle componente liberale. Ma anche una decisione che si può leggere in modi diversi.
Il primo e più ovvio è che quest'accentuazione in senso religioso e genericamente conservatore del sistema educativo trova non a caso pratica applicazione mentre sulla scena politica trionfa (ormai da un decennio) la destra, nelle sue varie sfaccettature: dal pragmatismo tecnocratico di Lapid, al sionismo-religioso intransigente di Naftali Bennet, al nazionalismo ideologico di Netanyahu, al messianismo armato dei coloni. Mentre la sinistra, tradizionale sostenitrice di un'impalcatura statale laica e di una strategia della mediazione nelle relazioni sociali, è relegata ai margini.
E stato proprio grazie a questa filosofia inclusiva praticata dalla sinistra, per evitare che nessuna componente venisse lasciata fuori dalla fabbrica sociale, che nel 1953, il governo guidato da David Ben Gurion decise di unificare il sistema educativo, che andava a sostituire le scuole di partito, allo scopo di offrire una educazione "sionista" omogenea ai cittadini del nuovo stato. Ma dal momento che già allora erano presenti alcune minoranze con proprie regole e caratterstiche, come ad esempio il popolo degli haredim (gli ultra-ortodossi), e gli arabi, lo stato si riservava il diritto di dichiarare una scuola indipendente e non subordinata al sistema pubblico. Cosicché, ad esempio, gli ultra ortodossi potevano praticare la separazione tra i sessi e trascurare le materie fondamentali obbligatorie, per concentrarsi sull'insegnamento della Torah. Tanto si trattava di una frazione minoritaria delle società, circa il 5 per cento.
Sessantanni dopo, però, la scena sociale è totalmente capovolta e quella scolastica lo è di conseguenza. Quest'anno dei 145.611 iscritti alla prima elementare, il 46 per cento andrà in una scuola ultra-ortodossa, o araba, e non statale (sia laica, o religiosa). Più o meno le stesse proporzioni valgono per l'intera popolazione scolastica: degli oltre un milione e mezzo di studenti, il 43 per cento frequenterà istituti ultra-ortodossi o arabi. In parole povere la macchina dell'istruzione pubblica, come era stata concepita agli albori dello Stato è crollata, riducendo in pezzi anche il sistema didattico, dove le materie umanistiche che avrebbero dovuto fare dei nuovi israeliani i cittadini consapevoli di uno stato ebraico e democratico non vengono più insegnate.
Di contro, le scuole ultra-ortodosse offrono tutta una serie di vantaggi, che scaturiscono dai grandi finanziamenti di cui godono, come la mensa, l'orario continuato, i trasporti, che le rendono appetibili anche ad un pubblico moderatamente religioso.
Così, la decisione di introdurre la separazione tra maschi e femmine sin dalle elementari sarebbe un tentativo disperato da parte dello stato di battere la concorrenza delle scuole ultra-ortodosse, cedendo su alcuni valori, come quello della completa integrazione tra i due sessi, per mantenere intatta la base teorica del sistema educativo, attraverso l'insegnamento di materie come la storia, la filosofia e la letteratura che nelle classi degli haredim non si insegnano per niente.
Ma neanche quest'obbiettivo apparentemente secondario è scontato. Ieri è stato pubblicato l'appello di una sessantina di cattedratici tra cui un paio di premi Nobel contro il progetto ministeriale di abolire gli esami di storia e letteratura dalla maturità, pur lasciando in vita i relativi corsi e giudizi. Tanto ormai, pensa il ministro Piron, l'esame di stato è un fatto sempre più tecnico, copiato dal sistema americano, ottimo per licenziare i creativi inventori delle start up di cui abbonda Israele. Giovani imprenditori di successo, che possono allegramente infischiarsene della letteratura ebraica...
Il primo e più ovvio è che quest'accentuazione in senso religioso e genericamente conservatore del sistema educativo trova non a caso pratica applicazione mentre sulla scena politica trionfa (ormai da un decennio) la destra, nelle sue varie sfaccettature: dal pragmatismo tecnocratico di Lapid, al sionismo-religioso intransigente di Naftali Bennet, al nazionalismo ideologico di Netanyahu, al messianismo armato dei coloni. Mentre la sinistra, tradizionale sostenitrice di un'impalcatura statale laica e di una strategia della mediazione nelle relazioni sociali, è relegata ai margini.
E stato proprio grazie a questa filosofia inclusiva praticata dalla sinistra, per evitare che nessuna componente venisse lasciata fuori dalla fabbrica sociale, che nel 1953, il governo guidato da David Ben Gurion decise di unificare il sistema educativo, che andava a sostituire le scuole di partito, allo scopo di offrire una educazione "sionista" omogenea ai cittadini del nuovo stato. Ma dal momento che già allora erano presenti alcune minoranze con proprie regole e caratterstiche, come ad esempio il popolo degli haredim (gli ultra-ortodossi), e gli arabi, lo stato si riservava il diritto di dichiarare una scuola indipendente e non subordinata al sistema pubblico. Cosicché, ad esempio, gli ultra ortodossi potevano praticare la separazione tra i sessi e trascurare le materie fondamentali obbligatorie, per concentrarsi sull'insegnamento della Torah. Tanto si trattava di una frazione minoritaria delle società, circa il 5 per cento.
Sessantanni dopo, però, la scena sociale è totalmente capovolta e quella scolastica lo è di conseguenza. Quest'anno dei 145.611 iscritti alla prima elementare, il 46 per cento andrà in una scuola ultra-ortodossa, o araba, e non statale (sia laica, o religiosa). Più o meno le stesse proporzioni valgono per l'intera popolazione scolastica: degli oltre un milione e mezzo di studenti, il 43 per cento frequenterà istituti ultra-ortodossi o arabi. In parole povere la macchina dell'istruzione pubblica, come era stata concepita agli albori dello Stato è crollata, riducendo in pezzi anche il sistema didattico, dove le materie umanistiche che avrebbero dovuto fare dei nuovi israeliani i cittadini consapevoli di uno stato ebraico e democratico non vengono più insegnate.
Di contro, le scuole ultra-ortodosse offrono tutta una serie di vantaggi, che scaturiscono dai grandi finanziamenti di cui godono, come la mensa, l'orario continuato, i trasporti, che le rendono appetibili anche ad un pubblico moderatamente religioso.
Così, la decisione di introdurre la separazione tra maschi e femmine sin dalle elementari sarebbe un tentativo disperato da parte dello stato di battere la concorrenza delle scuole ultra-ortodosse, cedendo su alcuni valori, come quello della completa integrazione tra i due sessi, per mantenere intatta la base teorica del sistema educativo, attraverso l'insegnamento di materie come la storia, la filosofia e la letteratura che nelle classi degli haredim non si insegnano per niente.
Ma neanche quest'obbiettivo apparentemente secondario è scontato. Ieri è stato pubblicato l'appello di una sessantina di cattedratici tra cui un paio di premi Nobel contro il progetto ministeriale di abolire gli esami di storia e letteratura dalla maturità, pur lasciando in vita i relativi corsi e giudizi. Tanto ormai, pensa il ministro Piron, l'esame di stato è un fatto sempre più tecnico, copiato dal sistema americano, ottimo per licenziare i creativi inventori delle start up di cui abbonda Israele. Giovani imprenditori di successo, che possono allegramente infischiarsene della letteratura ebraica...