Gli elementi del giallo e della cospirazione ci sono tutti dietro la notizia dell'incriminazione del generale pakistano Pervez Musharraf per l'attentato del 2007 contro l'ex premier Benazir Bhutto. Una Corte antiterrorismo di Rawalpindi, dove si trova il quartier generale dell'esercito, lo accusa non solo di non aver protetto, ma di aver favorito l'eliminazione della sua concorrente politica, grazie alla collaborazione di ufficiali della polizia e militanti di un gruppo terrorista, sei dei quali alla sbarra assieme a lui.
E' la prima volta che un ex generale dell'esercito - specialmente del calibro di un uomo che ha governato da dittatore per 9 anni - finisce sotto processo, in un Paese dove l'influenza dei militari è fortissima, anche oggi che governa un secondo esecutivo civile guidato da un ex premier, Nawaz Sharif. Difficile dire se sia una coincidenza che Sharif fosse stato estromesso proprio da un golpe di Musharraf nel 1999, e poi costretto a un lungo esilio. Lo stesso ex dittatore, dopo la sua caduta in disgrazia, fuggì a Dubai e Londra, prima di rientrare con una certa incoscienza in patria per partecipare alle elezioni del maggio di quest'anno. Infatti finì quasi subito agli arresti domiciliari, sulla base dei sospetti per il delitto Benazir e un'altra serie di reati tra i quali l'assassinio di un leader tribale del Baluchistan.
I legali di Musharraf hanno subito sottolineato il carattere politico dell'incriminazione, che non è "supportata da alcuna prova", come sostiene uno dei difensori. Si tratta di imputazioni pesanti, che oltre all'omicidio e la strage - altre 24 persone perirono durante l'attentato al termine di un comizio - includono complotto, terrorismo e violazione delle leggi sugli esplosivi. Tanto pesanti da sollevare altri dubbi tra il team della Difesa. Tutti i tribunali dello Stato dipendono infatti da Iftikhar Muhammad Chaudhry, capo delle Corti di Giustizia, altro personaggio che da giudice della Corte Suprema fu in rotta di collisione con Musharraf e contribuì con le manifestazioni di popolo in suo favore alla caduta del generale nel 2008.
Erano passati pochi mesi dalla morte di Benazir, e l'effetto boomerang del delitto distrusse i piani elettorali di Musharraf portando alla vittoria il Partito Popolare dei Bhutto, guidato dal vedovo Asif Zardari. Proprio sulla base di tutti questi precedenti, e dei numerosi altri nemici come i Taleban che tentarono più volte di ucciderlo, risulta difficile comprendere come mai l'ex dittatore abbia scelto di tornare nella bocca del leone, forse nella speranza di godere ancora di protezioni nell'esercito.
I sospetti di una cospirazione ai suoi danni, come ventilato dagli avvocati, si scontrano con alcuni riscontri delle indagini sul ruolo degli ufficiali che su diretta o indiretta richiesta di Musharraf fecero del tutto, secondo la pubblica accusa, per favorire un gruppo di militanti già sospettati di preparare l'attentato e per impedire poi le autopsie sui corpi delle vittime della strage. Un ex dirigente della polizia di Rawalpindi, Saud Aziz, in cambio di una grazia da parte del nuovo presidente pakistano e vedovo di Benazir, promise di rivelare "la vera coospirazione" dietro il massacro. Ma pochi giorni dopo ritrattò tutto. Un altro ufficiale, invece, confermò che all'indomani dell'attentato gli fu ordinato dagli uomini di Musharraf di tenere una conferenza stampa per infuenzare e deviare le indagini della polizia.
Secondo l'accusa, inoltre, l'attacco fu pianificato da ex studenti della Madrassa Darul Uloom Haqqania legati a un leader talebano ucciso dai droni Usa nel 2009. Furono loro a trasportare i militanti suicidi e a farli entrare in azione mentre l'intelligence militare controllava ogni loro mossa. Ma un altro degli assi nella manica dell'accusa è una dichiarazione del cittadino americano Mark Siegel, amico di Benazir Bhutto, secondo il quale Musharaff fece una telefonata di minacce alla ex premier che stava per rientrare in Pakistan (anche lei dopo un esilio) nell'ottobre del 2007 per sfidarlo alle urne. All'indomani del primo attentato alla sua vita subito dopo l'arrivo a Karachi, con 139 vittime, Benazir scrisse a Siegel che in caso di un attentato mortale si sarebbe dovuto ritenere responsabile Musharraf assieme a un gruppo di membri dell'intelligence militare.
Da qui l'importanza di un processo che potrebbe riservare molte sorprese e creare motivi di preoccupazione ulteriori in un clima già reso teso e violento dai continui attacchi del terrorismo islamico o dei gruppi criminali e politici.
E' la prima volta che un ex generale dell'esercito - specialmente del calibro di un uomo che ha governato da dittatore per 9 anni - finisce sotto processo, in un Paese dove l'influenza dei militari è fortissima, anche oggi che governa un secondo esecutivo civile guidato da un ex premier, Nawaz Sharif. Difficile dire se sia una coincidenza che Sharif fosse stato estromesso proprio da un golpe di Musharraf nel 1999, e poi costretto a un lungo esilio. Lo stesso ex dittatore, dopo la sua caduta in disgrazia, fuggì a Dubai e Londra, prima di rientrare con una certa incoscienza in patria per partecipare alle elezioni del maggio di quest'anno. Infatti finì quasi subito agli arresti domiciliari, sulla base dei sospetti per il delitto Benazir e un'altra serie di reati tra i quali l'assassinio di un leader tribale del Baluchistan.
I legali di Musharraf hanno subito sottolineato il carattere politico dell'incriminazione, che non è "supportata da alcuna prova", come sostiene uno dei difensori. Si tratta di imputazioni pesanti, che oltre all'omicidio e la strage - altre 24 persone perirono durante l'attentato al termine di un comizio - includono complotto, terrorismo e violazione delle leggi sugli esplosivi. Tanto pesanti da sollevare altri dubbi tra il team della Difesa. Tutti i tribunali dello Stato dipendono infatti da Iftikhar Muhammad Chaudhry, capo delle Corti di Giustizia, altro personaggio che da giudice della Corte Suprema fu in rotta di collisione con Musharraf e contribuì con le manifestazioni di popolo in suo favore alla caduta del generale nel 2008.
Erano passati pochi mesi dalla morte di Benazir, e l'effetto boomerang del delitto distrusse i piani elettorali di Musharraf portando alla vittoria il Partito Popolare dei Bhutto, guidato dal vedovo Asif Zardari. Proprio sulla base di tutti questi precedenti, e dei numerosi altri nemici come i Taleban che tentarono più volte di ucciderlo, risulta difficile comprendere come mai l'ex dittatore abbia scelto di tornare nella bocca del leone, forse nella speranza di godere ancora di protezioni nell'esercito.
I sospetti di una cospirazione ai suoi danni, come ventilato dagli avvocati, si scontrano con alcuni riscontri delle indagini sul ruolo degli ufficiali che su diretta o indiretta richiesta di Musharraf fecero del tutto, secondo la pubblica accusa, per favorire un gruppo di militanti già sospettati di preparare l'attentato e per impedire poi le autopsie sui corpi delle vittime della strage. Un ex dirigente della polizia di Rawalpindi, Saud Aziz, in cambio di una grazia da parte del nuovo presidente pakistano e vedovo di Benazir, promise di rivelare "la vera coospirazione" dietro il massacro. Ma pochi giorni dopo ritrattò tutto. Un altro ufficiale, invece, confermò che all'indomani dell'attentato gli fu ordinato dagli uomini di Musharraf di tenere una conferenza stampa per infuenzare e deviare le indagini della polizia.
Secondo l'accusa, inoltre, l'attacco fu pianificato da ex studenti della Madrassa Darul Uloom Haqqania legati a un leader talebano ucciso dai droni Usa nel 2009. Furono loro a trasportare i militanti suicidi e a farli entrare in azione mentre l'intelligence militare controllava ogni loro mossa. Ma un altro degli assi nella manica dell'accusa è una dichiarazione del cittadino americano Mark Siegel, amico di Benazir Bhutto, secondo il quale Musharaff fece una telefonata di minacce alla ex premier che stava per rientrare in Pakistan (anche lei dopo un esilio) nell'ottobre del 2007 per sfidarlo alle urne. All'indomani del primo attentato alla sua vita subito dopo l'arrivo a Karachi, con 139 vittime, Benazir scrisse a Siegel che in caso di un attentato mortale si sarebbe dovuto ritenere responsabile Musharraf assieme a un gruppo di membri dell'intelligence militare.
Da qui l'importanza di un processo che potrebbe riservare molte sorprese e creare motivi di preoccupazione ulteriori in un clima già reso teso e violento dai continui attacchi del terrorismo islamico o dei gruppi criminali e politici.