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Svizzera, scatta l'operazione
denaro pulito

di FRANCO ZANTONELLI

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Il timore di un effetto domino, dopo l'accordo della scorsa settimana tra Berna e Washington, per chiudere una vertenza fiscale che, alle banche svizzere, finirà per costare più di 10 miliardi di dollari, sta facendo tremare le ginocchia agli "Gnomi" elvetici. I quali sono consapevoli che, dopo gli Stati Uniti, anche diversi Paesi dell'Unione Europea, Francia e Germania in testa, aumenteranno la pressione, sugli istituti di credito della Confederazione, affinché restituiscano, con gli interessi, le somme colossali che hanno contribuito a far evadere, ai loro clienti.
"Dopo aver ceduto di fronte agli americani risulterà molto difficile, per la Svizzera, non fare lo stesso, con l'Ue", ammette l'avvocato ginevrino, Douglas Hornung, in un'intervista al settimanale Le Matin Dimanche.  Fatto sta che, consapevoli che l'epoca del "denaro sporco" è ormai terminata, molte banche stanno cercando di mettersi in regola. Le due più grandi, Ubs e Credit Suisse, chiedono, ormai, che i cittadini esteri, titolari di un conto cifrato, sottoscrivano un documento in cui certificano che quegli averi sono stati dichiarati, al fisco del Paese di residenza. Ad aprire la via della "Weissgeld Strategie", ovvero della "strategia del denaro pulito" era stata, lo scorso anno, la Banca Raiffeisen, terzo istituto elvetico per importanza il cui Ceo, Pierin Vincenz, ha deciso di sbarrare la porta ai soldi non dichiarati, convinto che, per il segreto bancario svizzero, fossero iniziate a suonare le campate a morto.

Un ulteriore impulso a liberarsi dei capitali che scottano l'ha, indubbiamente, dato l'annuncio congiunto, elvetico-statunitense della scorsa settimana, sull'accettazione, da parte del Governo svizzero, delle condizioni imposte, dal Dipartimento della Giustizia di Washington, alle banche della Confederazione, perché chiudano i conti con il loro passato di complici nell'evasione fiscale. Quell'accordo, per intenderci, che comporterà, per gli "Gnomi", un salasso milisrdario. L'effetto collaterale più immediato dell'intesa lo stanno patendo, a quanto pare, molti clienti francesi della piazza finanziaria di Ginevra. "È vero che buona parte dei conti a 6 zeri sono già stati chiusi e trasferiti in altre piazze offshore, ma rimane il problema di cosa fare con quelli più modesti", dice un consulente finanziario ginevrino. Così, a quanto pare, alcune banche private hanno imposto, alla clientela transalpina, di regolarizzare la loro situazione, entro il 30 settembre.

L'alternativa? Prelevare una piccola parte del capitale, chiudere il conto e trasferire altrove quanto rimasto. Addirittura le banche in questione avrebbero allungato, a questi clienti non più graditi, una lista di istituti di beneficienza, dove depositare quei soldi che scottano. Per l'avvocato Douglas Hornung, tuttavia, questo atteggiamento rischia di rivelarsi catastrofico, in prospettiva, per il sistema bancario elvetico. "Se i clienti americani disponevano di circa 30 miliardi di dollari di soldi non dichiarati, ebbene quelli degli europei sono ben di più ed un accordo con l'Ue significherà la morte certa, per parecchie banche", la sua previsione. Una situazione che, peraltro, sta già avvenendo nel Canton Ticino, dove alcuni piccoli istituti, sorti nel secondo dopoguerra, approfittando dell'esportazione di capitali dall'Italia, o sono stati costretti a chiudere o sono in vendita. "Il mancato accordo con l'Italia crea incertezza tra la clientela di quel Paese", ammette il direttore ticinese di Ubs, Giovanni Crameri.