In cento hanno scioperato domenica. Altrettanti si sono accodati lunedì. E' stato l'apice di una protesta che va avanti da molti anni, per denunciare un piccolo grande scandalo che fa fatica ad attrarre attenzione: il rischio della fine per mancanza d'imputati e di soldi del processo contro i responsabili del genocidio di due milioni di cambogiani.
A proclamare lunedi scorso la nuova serrata delle cancellerie, degli uffici di traduzione, degli archivi, insomma il cuore pulsante del Tribunale per i crimini di guerra installato dalle Nazioni Unite, sono stati i dipendenti cambogiani, che non ricevono lo stipendio dal mese di maggio. Tra questi ci sono anche i giudici e i pm della pubblica accusa che ricevono assieme ai loro colleghi un trattamento certamente diverso da quello dei magistrati e del personale occidentale impiegato per lo stesso Tribunale, ma con le buste paga delle Nazioni Unite nell'ordine di migliaia di dollari mensili, contro 3 o 400 dollari di media dei locali e anche meno.
L'onere dei salari ai cambogiani spetterebbe al governo di Phnom Penh, retto da un uomo che di khmer rouge se ne intende, Hun Sen. Fu per sfuggire alle loro purghe quando era comandante dell'esercito khmer nel nord est che fuggì nella seconda metà degli anni '70 in Vietnam, e guidò poi il nemico in patria per liberarla dai suoi sanguinari ex compagni. Hun Sen e i vietminh trovarono un Paese ridotto a un campo di concentramento con un quarto della popolazione sterminata da massacri e carestie.
Nonostante il suo contributo alla fine del genocidio, Hun Sen non è però mai stato troppo entusiasta dell'idea di far processare i responsabili al di fuori della ristretta cerchia del vertice, ovvero 5 o 6 persone oggi quasi tutte decedute. Il Paese fu infatti attraversato da un'ondata di follia collettiva che ha condizionato la psiche e il comportamento di quadri medi e piccoli all'interno delle stesse famiglie, dove i figli denunciavano i genitori ai tribunali del popolo e i matrimoni avvenivano sulla base di una scelta casuale affidata ai dirigenti de partito. Ma l'oblio della memoria anche per i capi, ormai decimati dall'età durante la lunga fase di preparazione del processo, non è certo un problema oggi all'ordine del giorno della sua politica.
Dopo 34 anni passati da ministro e premier, Hun Sen è impegnato in una grande opera di modernizzazione economica e sociale che gli è valsa da poco la rielezione, seppure di stretta misura stavolta. Per questo sforzo nello sviluppo - ha fatto dire a un suo portavoce - non ci sono abbastanza soldi per occuparsi di un processo al passato, e il futuro del Tribunale è ora affidato tutto ai donatori. Che evidentemente sembrano a loro volta occupati da altre emergenze.
Forse tanto disinteresse nasce dal fatto che uno alla volta, i 6 imputati sopravvissuti si sono ridotti a due, dopo la morte a marzo del co-fondatore Ieng Sary e l'esclusione per dementia di sua moglie Ieng Thirith, cognata di Pol Pot e unica donna al vertice. Vecchi e restii ad ammettere alcuna colpa, siedono ancora sul banco degli imputati con l'accusa di genocidio e crimini contro l'umanità "Fratello numero 2" Nuon Chea, 87 anni, ex braccio destro di Pol Pot e l'ex capo di Stato Khieu Samphan, 82.
Il problema dei soldi è stato sollevato più volte a livello internazionale per rimarcare la contraddizione di un processo costato già più di 200 milioni di dollari, con migliaia di testimoni, mezzo milione di documenti già archiviati ma finora una sola sentenza di condanna, quella contro Kaing Guek Eav, alias Compagno Duch, comandante della famigerata prigione per le torture di Toul Sleng.
I sostenitori del Tribunale hanno sottolineato il fatto che in ogni caso è stato costruito un achivio della memoria che passerà alle future generazioni. Eppure proprio durante la recente campagna elettorale, un membro del partito di opposizione è giunto a sostenere - nonostante le evidenze del processo - che il carcere delle torture è stata un'invenzione della propaganda vietnamita.
A proclamare lunedi scorso la nuova serrata delle cancellerie, degli uffici di traduzione, degli archivi, insomma il cuore pulsante del Tribunale per i crimini di guerra installato dalle Nazioni Unite, sono stati i dipendenti cambogiani, che non ricevono lo stipendio dal mese di maggio. Tra questi ci sono anche i giudici e i pm della pubblica accusa che ricevono assieme ai loro colleghi un trattamento certamente diverso da quello dei magistrati e del personale occidentale impiegato per lo stesso Tribunale, ma con le buste paga delle Nazioni Unite nell'ordine di migliaia di dollari mensili, contro 3 o 400 dollari di media dei locali e anche meno.
L'onere dei salari ai cambogiani spetterebbe al governo di Phnom Penh, retto da un uomo che di khmer rouge se ne intende, Hun Sen. Fu per sfuggire alle loro purghe quando era comandante dell'esercito khmer nel nord est che fuggì nella seconda metà degli anni '70 in Vietnam, e guidò poi il nemico in patria per liberarla dai suoi sanguinari ex compagni. Hun Sen e i vietminh trovarono un Paese ridotto a un campo di concentramento con un quarto della popolazione sterminata da massacri e carestie.
Nonostante il suo contributo alla fine del genocidio, Hun Sen non è però mai stato troppo entusiasta dell'idea di far processare i responsabili al di fuori della ristretta cerchia del vertice, ovvero 5 o 6 persone oggi quasi tutte decedute. Il Paese fu infatti attraversato da un'ondata di follia collettiva che ha condizionato la psiche e il comportamento di quadri medi e piccoli all'interno delle stesse famiglie, dove i figli denunciavano i genitori ai tribunali del popolo e i matrimoni avvenivano sulla base di una scelta casuale affidata ai dirigenti de partito. Ma l'oblio della memoria anche per i capi, ormai decimati dall'età durante la lunga fase di preparazione del processo, non è certo un problema oggi all'ordine del giorno della sua politica.
Dopo 34 anni passati da ministro e premier, Hun Sen è impegnato in una grande opera di modernizzazione economica e sociale che gli è valsa da poco la rielezione, seppure di stretta misura stavolta. Per questo sforzo nello sviluppo - ha fatto dire a un suo portavoce - non ci sono abbastanza soldi per occuparsi di un processo al passato, e il futuro del Tribunale è ora affidato tutto ai donatori. Che evidentemente sembrano a loro volta occupati da altre emergenze.
Forse tanto disinteresse nasce dal fatto che uno alla volta, i 6 imputati sopravvissuti si sono ridotti a due, dopo la morte a marzo del co-fondatore Ieng Sary e l'esclusione per dementia di sua moglie Ieng Thirith, cognata di Pol Pot e unica donna al vertice. Vecchi e restii ad ammettere alcuna colpa, siedono ancora sul banco degli imputati con l'accusa di genocidio e crimini contro l'umanità "Fratello numero 2" Nuon Chea, 87 anni, ex braccio destro di Pol Pot e l'ex capo di Stato Khieu Samphan, 82.
Il problema dei soldi è stato sollevato più volte a livello internazionale per rimarcare la contraddizione di un processo costato già più di 200 milioni di dollari, con migliaia di testimoni, mezzo milione di documenti già archiviati ma finora una sola sentenza di condanna, quella contro Kaing Guek Eav, alias Compagno Duch, comandante della famigerata prigione per le torture di Toul Sleng.
I sostenitori del Tribunale hanno sottolineato il fatto che in ogni caso è stato costruito un achivio della memoria che passerà alle future generazioni. Eppure proprio durante la recente campagna elettorale, un membro del partito di opposizione è giunto a sostenere - nonostante le evidenze del processo - che il carcere delle torture è stata un'invenzione della propaganda vietnamita.