La notte bianca
delle donne palestinesi
di FABIO SCUTO
Il film israeliano "White Night" sarà proiettato la prima settimana di ottobre alla rassegna internazionale "Autumn Human Rights Film Festival" che per il secondo anno si svolge a Kabul, la capitale dell'Afghanistan. Una location certamente inusuale per un docufilm di un'artista israeliana e con produttori sempre israeliani. Kabul, Taliban, Afghanistan, sono nomi che evocano tragiche immagini viste in tv, attentati, kamikaze, soldati della coalizione internazionale caduti o feriti nella guerra contro il terrorismo di marca jihadista, la violenza contro le donne. Su questo buio il festival vuole gettare una luce, accoglie le pellicole dei cineasti perseguitati in Kirghizistan o in Iran, senza nessuna censura se non quella del tema guida della rassegna: i diritti umani e la loro violazione.
La pellicola della cineasta israeliana Irit Gal presentato in anteprima al Docaviv Festival l'anno scorso, è stata realizzata nel 2012. Racconta la "Notte bianca…
La pellicola della cineasta israeliana Irit Gal presentato in anteprima al Docaviv Festival l'anno scorso, è stata realizzata nel 2012. Racconta la "Notte bianca…
Il film israeliano "White Night" sarà proiettato la prima settimana di ottobre alla rassegna internazionale "Autumn Human Rights Film Festival" che per il secondo anno si svolge a Kabul, la capitale dell'Afghanistan. Una location certamente inusuale per un docufilm di un'artista israeliana e con produttori sempre israeliani. Kabul, Taliban, Afghanistan, sono nomi che evocano tragiche immagini viste in tv, attentati, kamikaze, soldati della coalizione internazionale caduti o feriti nella guerra contro il terrorismo di marca jihadista, la violenza contro le donne. Su questo buio il festival vuole gettare una luce, accoglie le pellicole dei cineasti perseguitati in Kirghizistan o in Iran, senza nessuna censura se non quella del tema guida della rassegna: i diritti umani e la loro violazione.
La pellicola della cineasta israeliana Irit Gal presentato in anteprima al Docaviv Festival l'anno scorso, è stata realizzata nel 2012. Racconta la "Notte bianca" di un gruppo di donne palestinesi, costrette a attraversare clandestinamente il Muro che separa la Cisgiordania da Israele per poter andare a lavorare nella ditta di pulizie israeliana. Il viaggio richiede loro di evitare incontri pericolosi con i soldati israeliani, ma le costringe anche a violare il tabù nella società tradizionale araba contro le donne che escono sole di notte. Queste madri, vedove, mogli, portano spesso a casa l'unico incerto salario con il quale sopravvive tutta la famiglia. Sono parte di quelle migliaia di palestinesi che lavorano in Israele per un salario minore di quello degli operai israeliani ma che è almeno il doppio di quello medio dei Territori palestinesi.
Il docufilm sintetizza in un'ora mezzo la "Notte bianca" di queste donne costrette a levarsi all'una del mattino e intraprendere la loro avventura notturna che si conclude fra le tre e le quattro, quando finalmente riescono a strisciare sotto il reticolato in un punto ancora non completato del Muro ed entrare in Israele. Questo periplo ogni notte è percorso da migliaia di palestinesi, i permessi di lavoro in Israele sono solo 35 mila ma si stima - sono calcoli dell'Anp - che i lavoratori palestinesi clandestini siano altrettanti: le donne nelle imprese di pulizia, nella raccolta della frutta o nelle case private come domestiche; gli uomini nei cantieri edili, spesso quelli nei Territori occupati dove si stanno espandendo le colonie volute da Netanyahu. Paradossalmente lavorano per chi, in assenza di un vero trattato di pace che blocchi l'espansione degli insediamenti israeliani, si sta impadronendo di quella terra che anche l'Onu riconosce come appartenente alla Palestina e che in futuro potrebbe essere il loro Stato. Una speranza al momento lontana, la comunità internazionale presa dal colpo di mano in Egitto prima e dai drammatici sviluppi della guerra in Siria poi, ha messo in sordina quello che era un tempo il problema chiave del Medio Oriente - la pace fra Israele e palestinesi - e che ora invece rispetto alle crisi in corso è un conflitto di "low intensity", a bassa intensità, non grave e non di emergenza. La ripresa dei negoziati voluta dal presidente Usa Obama ha riportato al tavolo due ex nemici riluttanti a trovare un accordo. Il premier israeliano Yitzhak Rabin sosteneva che fare la pace è come sposarsi, bisogna essere in due. E i primi incontri che si sono svolti a Washington quest'estate hanno dimostrato che le parti sono ancora molto lontano da trovare un accordo, non solo sull'intero dossier ma anche su come procedere. Abu Mazen vuole un negoziato definito nei tempi e nei confini per uno status finale della Palestina; Benjamin Netanyahu preferisce passi successivi, senza vincoli di tempo, con la garanzia che Israele controllerà le future frontiere della Palestina per i prossimi 40 anni. Per un accordo fra le parti, nella terra dei miracoli ci vuole davvero un miracolo.
La pellicola della cineasta israeliana Irit Gal presentato in anteprima al Docaviv Festival l'anno scorso, è stata realizzata nel 2012. Racconta la "Notte bianca" di un gruppo di donne palestinesi, costrette a attraversare clandestinamente il Muro che separa la Cisgiordania da Israele per poter andare a lavorare nella ditta di pulizie israeliana. Il viaggio richiede loro di evitare incontri pericolosi con i soldati israeliani, ma le costringe anche a violare il tabù nella società tradizionale araba contro le donne che escono sole di notte. Queste madri, vedove, mogli, portano spesso a casa l'unico incerto salario con il quale sopravvive tutta la famiglia. Sono parte di quelle migliaia di palestinesi che lavorano in Israele per un salario minore di quello degli operai israeliani ma che è almeno il doppio di quello medio dei Territori palestinesi.
Il docufilm sintetizza in un'ora mezzo la "Notte bianca" di queste donne costrette a levarsi all'una del mattino e intraprendere la loro avventura notturna che si conclude fra le tre e le quattro, quando finalmente riescono a strisciare sotto il reticolato in un punto ancora non completato del Muro ed entrare in Israele. Questo periplo ogni notte è percorso da migliaia di palestinesi, i permessi di lavoro in Israele sono solo 35 mila ma si stima - sono calcoli dell'Anp - che i lavoratori palestinesi clandestini siano altrettanti: le donne nelle imprese di pulizia, nella raccolta della frutta o nelle case private come domestiche; gli uomini nei cantieri edili, spesso quelli nei Territori occupati dove si stanno espandendo le colonie volute da Netanyahu. Paradossalmente lavorano per chi, in assenza di un vero trattato di pace che blocchi l'espansione degli insediamenti israeliani, si sta impadronendo di quella terra che anche l'Onu riconosce come appartenente alla Palestina e che in futuro potrebbe essere il loro Stato. Una speranza al momento lontana, la comunità internazionale presa dal colpo di mano in Egitto prima e dai drammatici sviluppi della guerra in Siria poi, ha messo in sordina quello che era un tempo il problema chiave del Medio Oriente - la pace fra Israele e palestinesi - e che ora invece rispetto alle crisi in corso è un conflitto di "low intensity", a bassa intensità, non grave e non di emergenza. La ripresa dei negoziati voluta dal presidente Usa Obama ha riportato al tavolo due ex nemici riluttanti a trovare un accordo. Il premier israeliano Yitzhak Rabin sosteneva che fare la pace è come sposarsi, bisogna essere in due. E i primi incontri che si sono svolti a Washington quest'estate hanno dimostrato che le parti sono ancora molto lontano da trovare un accordo, non solo sull'intero dossier ma anche su come procedere. Abu Mazen vuole un negoziato definito nei tempi e nei confini per uno status finale della Palestina; Benjamin Netanyahu preferisce passi successivi, senza vincoli di tempo, con la garanzia che Israele controllerà le future frontiere della Palestina per i prossimi 40 anni. Per un accordo fra le parti, nella terra dei miracoli ci vuole davvero un miracolo.