Rsera

La tata americana
che piace ai cinesi

di GIAMPAOLO VISETTI

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Nei ristoranti alla moda, esclusiva di funzionari e nuovi ricchi, la scena è quotidianamente garantita: i genitori cinesi si rivolgono ai figli grazie all'interprete che traduce dal mandarino all'inglese. La ragione è semplice: i "piccoli prìncipi" quasi non conoscono la lingua madre, mentre i genitori non parlano l'idioma comune dell'Occidente. Affidare i bambini ad una colf anglofona è l'ultima moda degli ex proletari trasformati in capitalisti, lo status symbol che, più della berlina tedesca, certifica il successo. I discendenti di Mao, per conquistare il mondo, pretendono che i loro successori conoscano il linguaggio del business. Alla balia prelevata in un villaggio contadino del Sichuan succede così la baby-sitter laureata, assunta negli Usa o direttamente in Inghilterra. I neonati, prima ancora di sentire la voce materna, ricevono il benvenuto sulla terra da una ragazza pagata per insegnare loro la lingua di Shakespeare. Crescono nelle ville alle porte di Pechino, di Shanghai, o di Canton, ma è come se venissero allevati a Manhattan, oppure a Cambridge. Full-immersion dalla nascita: chi si rivolge a loro, lo fa solo in inglese, lessico imposto anche a video-giochi, film e canali tivù via satellite.

Sono cinesi e vivono in Cina, ma non masticano che qualche parola di mandarino, suggerita dai nonni, e si esprimono come i coetanei di un emisfero ignoto. In pubblico l'effetto è sorprendente. Mamma e papà nati in Manciuria chiedono alla colf californiana di pregare il figlio di togliere i gomiti dal piatto. L'imbarazzo è tale che molte coppie decidono di correre ai ripari. Per scongiurare il rischio di restare estranei al proprio erede, causa incomunicabilità lessicale, di sera e nel weekend indossano a loro volta i panni di allievi di un corso d'inglese. Indispensabile, ma rischioso: il figlio anglofono non cerca di meglio che rispondere ai rilievi, correggendo gli errori linguistici dei genitori. Per le studentesse di Stati Uniti, Australia e Gran Bretagna, la voglia dei milionari cinesi di una discendenza poliglotta è invece una manna. Le colf anglofone, con obbligo di padronanza del mandarino, guadagnano più di un docente universitario. Oltre allo stipendio strappano vitto e alloggio, studi gratuiti, voli per tornare a casa, l'uso di un'auto e la possibilità di seguire bambini e datori di lavoro nelle vacanze trascorse nei resort più esclusivi dei pianeta. Impegnative le richieste dei selezionatori di baby-sitter straniere: riservatezza assoluta, conoscenza di usi e costumi cinesi, adozione dei metodi educativi ispirati da Confucio e totale aderenza alle indicazioni genitoriali. Spesso comiche le conseguenze: colf americane che spiegano in inglese ad un annoiato bambino cinese come si usano i bastoncini per prelevare il riso dalla ciotola, su indicazione di una mamma che parla in mandarino mentre addenta un hamburger. L'esibizionismo esterofilo dei figli anglofoni, preludio a scuole in America o in Europa, si diffonde al punto da assurgere a fenomeno sociale, trasformandosi in caso politico.

La nuova generazione dei bebè cinesi che non parlano cinese, non preoccupa solo la leadership comunista. Giornali e tivù di Stato non censurano le notizie dei matrimoni-vip sfasciati dalle colf anglofone, protagoniste le ragazze dell'Ovest che approdano in famiglia per dare lezioni ai figli e finiscono per occuparsi anche dei mariti. Sui media cinesi spopolano così i consigli per le mogli che sentono i coniugi caldeggiare improvvisamente un'educazione all'inglese. Regola numero uno: mai una baby-sitter straniera sotto i cinquanta e dall'aspetto accettabile. Per il partito comunista la questione è ancora più delicata. Impegnato a diffondere il mandarino nel mondo e a trasformare la cultura cinese nello stile di vita del secolo, non nasconde il proprio disagio nel prendere atto di un'élite nazionale che al contrario abbraccia lingua e civiltà tuttora limitate in patria. La propaganda si chiede che senso abbia fare sacrifici per trasformare la Cina nella prima potenza globale, capace di influenzare l'umanità, per poi ridursi ad isolare i figli unici davanti ai cartoon hollywoodiani in lingua originale. La sfida di Pechino agli arricchiti, decisi ad esibire pargoli anglofoni e colf americane, dunque è lanciata. Il governo annuncia test di mandarino per l'accesso agli istituti più esclusivi del Paese e corsi obbligatori di arti marziali. Almeno basket ed Nba, per ora, ufficialmente possono attendere.