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Di che cosa
hanno paura i banchieri

di Moisés Naìm

3 minuti di lettura
Ottobre è il mese in cui gli uccelli che vivono al nord migrano al sud, e i banchieri di ogni parte del mondo volano a Washington. Sono i giorni della riunione annuale del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale. Ministri dell'economia e governatori di banche centrali di un'infinità di Paesi si installano a Washington per parlare con i loro colleghi, con i dirigenti del Fondo monetario e della Banca mondiale e con i banchieri del settore privato.

Per quelli che credono che dietro a tutto quello che succede nel mondo ci siano cospirazioni e manovre dei ricchi e potenti, questo incontro rappresenta una fonte inesauribile di speculazioni. I banchieri che hanno causato la crisi economica mondiale e che invece di pagare le conseguenze si sono arricchiti ancora di più, si riuniscono per celebrare le loro imprese, concordare nuove strategie per continuare ad accrescere le loro fortune e cooptare i ministri, che invece di servire l'interesse pubblico servono loro. È così che molti percepiscono questo vertice, e come tutte le teorie del complotto anche questa è basata su fantasie ed esagerazioni, ma anche su realtà incontestabili.

Non c'è dubbio, per esempio, che i banchieri godono di un'influenza sproporzionata, che i loro comportamenti hanno contribuito alla catastrofe economica e che in generale per i loro errori non hanno pagato un conto salato quanto il resto della società, che continua a soffrire per le conseguenze dei loro abusi. Tutto questo è indiscutibile. Ma è indiscutibile anche che non tutti i banchieri sono usciti illesi dalla crisi, che i governi e la società hanno imposto nuove restrizioni agli istituti di credito e che nel settore finanziario c'è una concorrenza feroce: la JP Morgan, per esempio, dovrà pagare quasi 11 miliardi di dollari per le colossali multe comminategli dal Governo americano. Non solo: le banche devono fare i conti con un contesto mondiale pieno di rischi, dove un errore di calcolo provoca perdite immense. Solo un esempio: secondo il Fmi, se i tassi di interesse a lungo termine dovessero aumentare appena dell'1 per cento, i detentori di titoli di Stato subirebbero perdite per 2.300 miliardi di dollari.

In effetti, una delle ragioni dell'annuale pellegrinaggio dei banchieri a Washington è ottenere informazioni che li aiutino a valutare i rischi a cui devono far fronte. Quest'anno, i temi che preoccupano i banchieri sono molto diversi da quelli che dominavano i precedenti appuntamenti. Prima il timore maggiore era il rischio di un'implosione economica dell'Europa, ora è la disfunzionalità del sistema politico americano: sicuramente il caos finanziario mondiale che si verrebbe a creare se il Congresso degli Stati Uniti non approvasse l'aumento del tetto all'indebitamento verrà evitato, ma la paura che la capacità di governo dell'economia più importante e interconnessa del mondo subisca periodicamente blocchi che le impediscono di funzionare normalmente è rimasta impressa nella mente dei banchieri. Un altro motivo di inquietudine negli anni precedenti era la mancanza di crescita economica nelle economie sviluppate, ora è l'imminente rallentamento dei Paesi emergenti: dal 2000 a oggi, questi Paesi (Cina, India, Brasile, Indonesia, Turchia e così via) sono cresciuti in media del 6 per cento all'anno, contro il 2 per cento degli Stati Uniti; ora l'economia dell'80 per cento dei paesi emergenti sta crescendo più lentamente: sono in arrivo anni di vacche magre.

Questo rallentamento avrà inevitabilmente conseguenze sociali e politiche. Potrebbero esplodere quelle proteste di piazza che hanno preso di sorpresa Governi e politici di diversi Paesi, e potrebbero estendersi a nazioni che finora ne erano rimaste immuni. Tutto questo preoccupa i banchieri. Le rivolte, le loro cause, i loro effetti e le risposte che devono dare i Governi in termini di miglioramenti economici e riforme politiche compaiono in quasi tutte le conversazioni, e anche questa è una novità.

Infine, una questione che emerge sempre più spesso è quella della disuguaglianza. Negli ambienti finanziari c'è una maggiore consapevolezza del fatto che l'iniquità economica, l'esclusione sociale e altri tipi di ingiustizia non possono più essere tollerati o occultati come in passato. I banchieri non hanno soluzioni a questo problema, però è molto intrigante che in riunioni dove la preoccupazione principale è come fare più soldi ora spunti in modo ricorrente la preoccupazione di cosa fare per evitare che l'iniquità si trasformi in fonte di instabilità.
Non importa se questa preoccupazione sia dovuta alla diffusione di una maggiore coscienza sociale fra i banchieri o alla paura che le esplosioni di malcontento sociale possano nuocere ai loro affari. La cosa interessante è che un tema che prima non entrava nelle loro conversazioni ora è onnipresente.
(Traduzione di Fabio Galimberti)