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La migrazione europea
delle donne povere

di FRANCO ZANTONELLI

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L'eldorado elvetico attira sempre più giovani donne spagnole e portoghesi, ridotte in miseria dalla crisi. Arrivano a Ginevra, Losanna e in altre località della Svizzera francofona, il più delle volte portandosi dietro i figli. Spesso, in tasca, non hanno più di 10 euro, quello che rimane loro dopo il lungo viaggio in auto, dalla penisola iberica. E in macchina sono, non di rado, costrette a dormire, prima che qualche associazione caritatevole riesca a rimediare, a queste sventurate, un tetto e dei pasti. Storie di disperazione che sembrano uscite dalla penna di John Steinbeck, lo scrittore che raccontò l'America della grande depressione. "Sono sgomento, mi ritrovo confrontato a situazioni che rimandano, proprio, alla crisi del '29", ha dichiarato non a caso, al settimanale Le Matin Dimanche, Laurent Zumstein, coordinatore dei servizi di solidarietà della Chiesa riformata di Losanna.

"Quotidianamente- ha aggiunto -sono testimone di veri e propri drammi umani, che sfuggono alle statistiche". Esemplare, al riguardo, il caso di Amalia, una giovane donna portoghese, fuggita da Lisbona. Di notte ha trovato ospitalità in una struttura d'accoglienza che, tuttavia, chiudendo di giorno, la costringe a girovagare per le vie di Losanna, con il suo bimbo di due mesi. Per allattarlo si siede ai tavolini di un fast food dove riesce, pure, a rimediare qualche pasto caldo per sè. "Quando sono arrivata in Svizzera- ha detto la donna- sono rimasta stupita nello scoprire quante altre madri si trovassero nella mia stessa situazione". Prima o poi, però, Amalia, se non riesce a trovare un impiego, svanisce nell'ombra. Queste donne, che raggiungono la Svizzera dopo aver perso tutto, nel Paese d'origine, dispongono infatti, unicamente, di un visto turistico e, in assenza di un lavoro, finiscono inevitabilmente nella clandestinità. Intanto i dormitori pubblici, che in Svizzera sono prevalentemente in mano alle parrocchie, visto che il fenomeno dei senza casa è stato, sinora, marginale, sono al collasso.

"Siamo costretti, in continuazione, a rifiutare delle richieste d'aiuto, che ci giungono da donne spagnole", ammette sconsolato Jean de Dieu Rudacogora, animatore pastorale di una parrocchia cattolica di Losanna. Ecco, allora, che in alcuni comuni, per fronteggiare l'emergenza, si creano dei posti letto nei bunker della Protezione Civile. Quelli in grado di resistere ad un attacco nucleare, che vennero disseminati su tutto il territorio elvetico, durante gli anni della Guerra Fredda. Ma è una soluzione di emergenza, non certamente una sistemazione. Ecco, allora, che le stesse associazioni di immigrati spagnoli e portoghesi si mobilitano, per scongiurare i loro concittadini a restarsene in patria, se non dispongono di un contratto di lavoro regolare, nella Confederazione. "È pazzesco, riceviamo richieste d'aiuto da gente le cui condizioni di vita sembrerebbero tornate indietro di 50/60 anni, dobbiamo mettere in atto dei meccanismi di solidarietà", dice Marco Ferrara, della sezione elvetica del Partito Socialista Operaio Spagnolo. Ovvero aiutare chi ha perso tutto, a causa della grande depressione del 21esimo secolo, a ricostruire il proprio Paese, non a fuggire. È vero, la Svizzera è una nazione molto ricca, dove chi si trova ai piedi della scala sociale ha un reddito, comunque, dignitoso. Dove anche i figli dei clandestini hanno diritto alla scolarità. "Tuttavia mandare a scuola questi ragazzi, come pure aumentare i posti nei rifugi per i senzatetto non ha senso, perché non fa altro che alimentare un'inutile speranza in chi crede di trovare una vita migliore, da noi", commenta amaramente Oscar Tosato, assessore alle politiche sociali, a Losanna. "Ma dove dovevamo andare, se volevamo sopravvivere", dicono due fratelli di Valencia, Daniel e Javier Pastor, che dopo tre anni di d'inferno, in Spagna, si sentono baciati in fronte dalla sorte per aver trovato un lavoro da muratori, in Svizzera.