Rsera

La mente immacolata
è vera gioia?

di VALERIO MAGRELLI

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"Ricordati di dimenticare". Quanti racconti, quante canzoni e quanti film girano intorno a questa frase! Frase complessa e impervia, frase contraddittoria, che nega nel momento stesso in cui sembra affermare, come il famoso cane che si morde la coda: frase-trappola, insomma. Allora, come mai questo piccolo gioco logico ha sollecitato tante ingegnose risposte? Il motivo è presto detto. In Occidente, le ricerche sulla cosiddetta "arte della memoria" si sono sviluppate per oltre due millenni, investendo via via pensiero, religione, filosofia, tanto da dare vita alla cibernetica e gli studi sull'intelligenza artificiale.

Da Cicerone a Quintiliano, da Raimondo Lullo a Giordano Bruno, da Pico della Mirandola fino ai primi modelli di computer, la nostra cultura ha sempre, ossessivamente cercato la maniera più facile e affidabile per registrare e conservare i ricordi. La memoria come chiave del potere, ha dunque stimolato indagini incessanti. Basti pensare all'importanza che, per tutti noi, ha ormai la leggendaria funzione di un tasto specifico che invita e rassicura il povero utente con la semplice formula: "Salva con nome". Nessuno, invece, tranne qualche eccentrico, ha mai provato a fondare un'arte "dell'oblio" ("Ricordati di dimenticare"...), la quale, viceversa, si è splendidamente prestata alle fantasticherie di scrittori, cantanti o registi.

Proprio uno di questi ultimi, Michel Gondry, realizzò nel 2004 una delle pellicole più riuscite sul tema, interpreti Jim Carrey e Kate Winslet. Stupidamente tradotta con "Se mi lasci, ti cancello", l'opera in verità prendeva il titolo da un verso del poeta settecentesco inglese Alexander Pope: "Eternal Sunshine of the Spotless Mind!" ossia, alla lettera, "Eterna gioia della mente immacolata!" La trama, infatti, parla di un mondo in cui si possono cancellare i ricordi peggiori, così che una persona abbandonata possa, ad esempio, decidere di abolire ogni traccia del suo traumatico passato. Di conseguenza, prima di terminare con un finale inatteso e toccante, la storia parlava appunto della "eterna gioia" promessa ad una mente "candida", o meglio "senza macchia", vale a dire (per essere precisi) ben smacchiata. Ebbene, ciò che fino a poco tempo fa apparteneva al dominio della fantascienza, sembra adesso avverarsi, grazie a una sconvolgente scoperta medica: pillole fatte per dimenticare.

Come reagire davanti ad una notizia del genere? A prima vista verrebbe da esultare: che meraviglia una vita "pulita", cioè senza più alcuna impronta lasciate dal dolore! Poi, a ben riflettere, viene in mente che l'Io di ogni individuo è fatto, intessuto, del suo stesso passato: toccarlo, equivarrebbe ad amputarci. Vero. Che dire però di tanti orrori subiti da innocenti? Perché, mettiamo, conservare per sempre un'esperienza atroce, gratuita e imperdonabile come lo stupro? Forse occorrebbe rispondere caso per caso, con grande oculatezza e cura del paziente. Certo, la sofferenza ci fa crescere, ma il culto della sofferenza ha in sé qualcosa di perverso. Esistono due generi di dolore: uno che forma, un altro che deforma. E ricordiamoci sempre che nulla e più dolce dell'anestesia, vale a dire del dono di superare i guasti del nostro corpo senza dover pagare ad ogni passo lo scotto della sofferenza fisica (per non dire della disuguaglianza che, sotto questo profilo, sembra la legge dell'umanità: dubito, per esempio, che il caro Priebke abbia mai patito una carie...) Morale della favola, l'importante è che a scegliere sia sempre e soltanto l'individuo, e non qualcuno (chiesa o partito) che pensi di poterlo fare al posto suo.