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Quando trovare lavoro
non dà la felicità

di Naoko Okada

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Nel Paese del Sol levante non è poi così difficile trovare lavoro. Secondo quanto riferito dal ministero degli Interni giapponese, a settembre il tasso di disoccupazione è sceso al 4%, registrando un miglioramento dello 0,1% rispetto al mese precedente. E il merito sarebbe della ripresa stimolata dall'Abenomics, una serie di misure macroeconomiche volute dall'attuale Primo ministro giapponese Shinzo Abe (da cui prendono il nome). Con questa strategia di politica economica, il numero di neolaureati che trova un impiego una volta terminati gli studi è aumentato, solo quest'anno, del 3,4% (per un totale di 67,3%).

Il lavoro quindi c'è, ma pare che non dia sempre la felicità. O almeno questo è quanto è emerso dai dati forniti dal Ministero della Salute e del Lavoro: nel 31% dei casi, i neolaureati che nel 2010 avevano trovato un'occupazione, nel corso del successivo triennio hanno deciso di lasciarla. La tendenza è in aumento, del 2,2% rispetto ai laureati del 2009.

Il servizio al cliente offerto in questo paese è rinomato in tutto il mondo per l'efficienza e la cortesia con cui viene realizzato. Gradito da chi ne usufruisce, diventa un incubo per chi lo fornisce, soprattutto quando si tratta di clienti esigenti e prepotenti. Non a caso, il settore alberghiero e quello della ristorazione sono i più colpiti dalla fuga di giovani lavoratori (51%). Lo stesso discorso vale per il mestiere degli insegnanti, considerato oggi uno dei più duri a causa di stipendi troppo bassi rispetto al carico eccessivo di lavoro a cui sono sottoposti i docenti, compreso l'impegno di dover affrontare i cosiddetti moster parents, i genitori prepotenti. Nel settore dell'istruzione, il 49% dei nuovi arrivati se ne va entro 3 anni, mentre è del 38% il tasso di abbandono registrato in quello medico.

I motivi che spiegano il fenomeno, secondo il Ministero, sono diversi. Certamente, uno di questi è la condizione instabile dei neolaureati: uno su cinque si accontenta di un lavoro temporaneo. In più, le grandi aziende tendono a ridurre le assunzioni, quindi molti giovani sono costretti a ripiegare sulle piccole-medie imprese dove, a volte, la gestione dei lavoratori non è delle migliori.

Per i mass media giapponesi le colpevoli di questo trend sarebbero le "black company", cioè  le aziende che sfruttano i lavoratori a condizioni disperate. Queste imprese sono diventate un problema sociale da quando si parla del caso Uniqlo e delle dure condizioni a cui sono sottoposti i suoi dipendenti. L'azienda di fast fashion è guidata da Tadashi Yanai che, con un patrimonio di 13,3 miliardi di dollari, sarebbe, secondo Forbes, l'uomo più ricco del Giappone.

Dal mese scorso, il Ministero della Salute e del Lavoro ha iniziato a darsi da fare per fermare questa tendenza all'"usa e getta". Nel mirino degli ispettori sono finite così 4 mila aziende, a cominciare da quelle dove la cessazione del rapporto di lavoro è più frequente.

Il fenomeno dei lavoratori usa e getta  minaccia il futuro del Paese.  I giovani non investono più in un'istruzione professionale a lungo termine e, inoltre, chi cambia lavoro o azienda viene considerato un perdente perché si crede che le ragioni dell'insuccesso vadano individuate nella scarsa abilità professionale o nel carattere problematico di chi si licenzia. Questa è la mentalità del popolo agricolo che ama la stabilità nella vita. Stabilità che già da tempo qui in Giappone non c'è più.