Da sinistra, il navigatore Giovanni Soldini, il direttore di Repubblica Mario Calabresi e l'alpinista valdostano Hervé Barmasse (agf)
Soldini: "Salvare i naufraghi è da sempre la legge del mare: assurdo che l'Occidente la discuta"
di SIMONA CASALINI
Il navigatore milanese e l'alpinista valdostano Hervé Barmasse al Maxxi. Dialogo tra avventure, imprese e coraggio col direttore Mario Calabresi
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"E' il mare che ti lascia passare", dice Giovanni Soldini. "Sono le montagne che decidono di farsi conoscere e attraversare", conferma Hervé Barmasse. Nella piazza del Maxxi, a RepIdee, il direttore di Repubblica Mario Calabresi ha dialogato con due sportivi italiani che il mondo conosce per il loro coraggio e sangue freddo, il velista oceanico Giovanni Soldini e l’alpinista Hervé Barmasse. Il milanese ha raccontato la sua vita di marinaio del mondo, il valdostano le montagne "che ha dentro".
Con uno sguardo alle tragiche vicende del nostro mare. "Da sempre" scandisce Soldini, "la prima regola dei naviganti, a partire dagli antichi romani, è quella che da sempre dice che un naufrago lo tiri sù, lo porti in salvo. Oggi non è più così, la politica dei paesi occidentali ora la mette in discussione e prima di salvare qualcuno si chiede 'ma dove viene, che passaporto ha, ora dove lo sbarco'. Questa mi pare una folle assurdità".
Oltre i limiti si può andare? No, per l'alpinista, "e tante volte mi è accaduto di dover tornare indietro. Perchè anche il rinunciare è un crescere di esperienza ed è, a suo modo, un successo". Per il navigatore invece barriere non ce ne sono, "l'unico limite è quello che ti pone il mare. Però qualche volta vai proprio fuori" ammette, "ad esempio, dopo una transoceanica in trimarano mi sono venute le allucinazioni, sembravo un matto, lì ho davvero toccato il mio limite fisico".
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Nello zaino Cosa si porta di più prezioso nello zaino Barmasse? "Un pezzo di formaggio valdostano e un buon libro. E al campo base ci deve sempre essere un buon vino". E Soldini? "Mmm, io il libro non posso proprio, in barca se hai un attimo di tempo dormi...cinque ore al giorno, venti minuti di fila poi ti devi svegliare. Hai navi intorno, ci sono gli iceberg, controlli l'autopilota....diciamo che sei un po' sulle spine....". E sul (poco) sonno, ancora l'alpinista: "Quando sali capita anche che non dormi per tre giorni di fila"
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La natura Undici anni di differenza tra i due, Soldini cinquantenne, Barmasse 38 anni, ma molte cose in comune, due italiani grandi nella loro passione, due sportivi che vivono in mezzo alla natura e a loro modo la governano con rispetto. Si conoscono da anni ma, l'uno vagabondo negli oceani del mondo, l'altro in cima alle vette mai violate, non hanno tanto tempo per frequentarsi. "Quando sei solo in luoghi sperduti ti rendi perfettamente conto che sei un puntino, di quanto conti poco rispetto alle leggi che regolano la natura. Ed è lei che comanda, Parigi ieri era sott'acqua e questi eventi ti ricordano quanto sia piccolissimo il tuo posto" dice Soldini e l'altro annuisce. "In queste ultime settimane c'erano circa 400 persone in coda per salire sull'Everest, quattro sono morti di recente. Si sale tutti attaccati alla corda fissa, quella che io chiamo il filo d'Arianna, messa prima dagli sherpa che fanno tutto il lavoro, si guadagnano da vivere. Quella corda ti porta dal campo base alla vetta tutti in fila, con o senza ossigeno, basta che stai attaccato...anche senza mai aver usato la piccozza. E sono chilometri di plastica che poi resta lì, per sempre ... Non è questo il vero alpinismo...E' come se tu, Giovanni, in regata accendessi il motore" argomenta Barmasse.
Gli inizi "Dovevo fare lo sciatore, i miei idoli erano Tomba e la Compagnoni ma a 16 anni sono caduto, mi sono fatto male" ricorda l'alpinista, "ero in crisi, non sapevo più cosa volevo e mio padre, guida alpina, mi ha portato sul Cervino d'inverno. Io ero abituato a scendere in montagna, non a salire...Sarà stata la medicina del Cervino ma la montagna mi ha stregato e da quei giorni non mi ha più lasciato". E Soldini: "Verso i 15, 16 anni ero un adolescente in difficoltà, vivevo a Milano, non mi piaceva, mi è venuto in mente che volevo viaggiare. A 16 anni ho fatto la mia prima traversata dell'Atlantico, ho portato una barca alle Baleari con dei miei amici e poi da lì ho chiesto a un armatore che stava partendo per i Caraibi di portarmi con lui. Ho telefonato a mia madre da una cabina telefonica e le ho detto. "Io vado dall'altra parte dell'oceano, e lei mi ha lasciato andare".
La paura Che cosa è la paura? Per Soldini "è un'ottima compagna di viaggio, che ti fa vedere con chiarezza cosa non puoi oltrepassare e ti fa tornare a casa", per Barmasse è il senso della responsabilità, la consapevolezza del rischio. "Ti aiuta a pesare ogni scelta, non pensi più solo al tuo ego".
I videoe le imprese Avventure al limite della sopravvivenza, raccontate dalle parole dei protagonisti leggerenza e semplicità. L'enfasi non è nella cifra di entrambi. Dietro però ci sono i video che testimoniano acrobazie e peripezie da brivido: quelle scalate verticali a mani nude su sprofondi senza ripari "in cui mi trovo a mio agio", "quel mare a Capo Horn che in fondo non era tanto mosso" e poi si vede il roteare su spume bianche o l'improvvisa caduta di pietre e ghiacchio con l'uomo appeso in parete, che schiaffeggiano lo schermo, che inchiodano i terrestri. "Meno male che viviamo in ufficio!", scherza il direttore Calabresi e la platea conferma. Soldini che salva Isabelle Autissier nello sprofondo dei Cinquanta ruggenti; che arriva quarto, formidabile comandante, alla regata Sidney-Hobart, che è un po' il Super Bowl dell'emisfero australe; che spiega che ora si è buttato in un'ultima avventura estrema, governare un trimarano gigante che vola sull'acqua e si lascia gli aliscafi dietro. Barmasse sulle pareti più indomabili del mondo, dal Pakistan alla Patagonia alle vette himalayane alle Ande, per poi tornare al "suo" Cervino, sulla via di Bonatti, quel riscoprire le Alpi "che regalano avventure incredibili", così ne parla il valdostano. Un omaggio a Messner e al suo credo: "Non serve andare lontano, le imprese le puoi fare anche vicino casa". E un affettuoso ricordo anche per Henriette d'Angeville, la prima donna a scalare la temibile montagna "di casa". "Quante volte l'ho scalato il Cervino? Non saprei, solo gli svizzeri le contano tutte...però direi un centinaio di volte".
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