Banche fragili e in crisi. E non solo a causa delle sofferenze. Sono in affanno anche per la quantità di titoli pubblici italiani che hanno in pancia, per le innovazioni tecnologiche che gli toglieranno il monopolio del credito (colossi come Apple sono già interessati) e con un problema che fino a pochi mesi fa non avevano, quello della transazione verso le nuove regole europee che, se escludono da un lato il salvataggio statale, dall'altro impongono la ricapitalizzazione, ma senza condivisione del rischio a livello europeo. Ogni Paese faccia da sè, insomma. Sono i tedeschi a bloccare l'idea della creazione di un Fondo comune. E il dubbio che qualche banca possa non farcela c'è. Già è accaduto alle quattro banche salvate dal Fondo Atlante, che hanno però distrutto i risparmi dei piccoli risparmiatori, mentre il fondo ha già esaurito gran parte delle risorse. Si è parlato di banche, ma anche del sistema finanziario in generale e della politica monetaria a Repidee, dove il giornalista Federico Rampini ha intervistatao l'economista Lucrezia Reichlin. E' stata anche presentata l'idea, avanzata in uno studio curato dalla Reichlin e da altri, del lancio dei bond per i rifugiati, strumento che piace anche al premier Renzi.
"Il sistema bancario italiano è fragile - ha detto la Reichlin - ma non perché le banche abbiano concesso credito facile, come era accaduto negli Usa e in Gran Bretagna all'indomani del crack del 2008. Sono state anche loro vittime della recessione. Le crisi del 2008 e quella del 2011 hanno indebolito il sistema bancario, che al contrario, nel 2008 era molto più solido di quello di altri Paesi, Germania compresa. Hanno troppe sofferenze in pancia, crediti incagliati di imprese medie e piccole in particolare che sono fallite. In Europa siamo secondi come fragilità solo al Portogallo. E la nostra fragilità, percepita a livello europeo, è più alta perché ci sono stati ultimamente scandali bancari che ci hanno messo in cattiva luce in Europa". Il primo quello del Monte dei Paschi di Siena, poi quello delle quattro banche fallite e salvate dal Fondo Atlante e anche le due popolari ricapitalizzate a fatica. Anche la Germania però ha avuto ultimamente problemi con la Deutche Bank i cui titoli sono crollati in poco tempo, chiede Rampini. "Si, ma la crisi della Deutsche - ha spiegato la Reichlin - è stata una conseguenza dello scandalo Wolksvagen; è la banca di riferimento. E' stato fisologico il crollo, ma poi c'è stato un intervento statale, che è stato possibile per due motivi, il primo è che lo Stato tedesco non è indebitato come il nostro e ha risorse per farlo, il secondo è che non erano ancora stati bloccati, a livello europeo, gli interventi statali. Questa è la grande differenze di questi ultimi tempi, da quando il bail-in, è entrato in funzione". La trappola per il sistema bancario italiano, messa in evidenza dallo stesso governatore della Banca d'Italia Vincenzo Visco nell'ultima assemblea a palazzo Kock - è propio nella transizione che vieta un intervento a livello statale. Da una parte è richiesta la ricapitalizzazione per rendere forte il sitema, ma ogni singolo stato deve fare da sé.
"La condivisione dei rischi è avversata dai tedeschi, che non condividono l'idea di dover pagare i debiti di banche fallite anche a causa di operazione scandalose su cui ora indaga la magistratura". Non si fidano e dunque è saltata la creazione del fondo che avrebbe previsto la condivisione dei rischi. "E' un attegiamento comprensibile, spiega la Reichlin - ma che non condivido perché costerebbe all'Unione da uno 0,3 a uno 0,7% al massimo del Pil dell'intera Europa. Poco, di fronte a quello che potrebbe innescarsi senza fondo. Penso che il bail-in sia giusto in sé. E' chiaro a tutti che non devono essere i cittadini contribuenti a pagare per gli azzardi della banche, spesso guidati da quegli stessi manager che sono spinti a incassare premi per avere risultati e profitti immediati. Ma ciò non toglie che i rischi, una volta risanato il sistema debbano essere condivisi se vogliamo veramente continuare sulla via dellUnione Europea".
E qui entra in discussione anche il fantasma della Brexit. L'uscita della Gran Bretagna dalla Ue allarma un po' tutti, sono stati disegnati scenari preoccupanti, speculazioni finanziarie, instabilità dei cambi fino alle perdite in campo commerciale. Lucrezia Reichlin è molto pessimista su questo punto. "Il rischio dell'uscita è alto - commenta l'economista, che vive a Londra - i giovani sono orientati a rimanere in Europa, ma i giovani spesso disertano le urne, mentre gli anziani sono per l'uscita. Non credo però che i costi economici saranno alti, certo magari ci saranno turbolenze destinate però a essere governate. A lungo però le cose si aggiusterebbero, soprattutto per quanto riguarda l'aspetto del commercio. Quello che mi preoccupa invece è che l'uscita della Gran Bretagna costituirebbe l'inizio della disgregazione europea. E' l'aspetto politico che vedo con più preoccupazione, non le conseguenze economiche".
L'Europa ha invece l'interesse a unirsi sull'immigrazione. Da qui l'idea dei refugees bond, obbligazioni per finanziare progetti mirati ad accogliere gli immigrati che arrivano sulle nostre coste come a integrare coloro destinati a rimanere in Europa come rifugiati in fuga dalle guerre che stanno devastando paesi africani e del Medio oriente. "Credo che su questo punto si potrebbe trovare l'unione - spiega la Reiclin che ha curato insieme ad altri colleghi uno studio su questi ipotetici nuovi titoli - verrebbero emessi con la garanzia della Banca centrale europea e i finanziamenti non andrebbero ai singoli Paesi, ma direttamente ai progetti presentati, sia per l'accoglienza che per l'integrazione. Potrebbero usufruirne tutte le agenzie che oggi se ne occupano, Frontex compresa".
"Il sistema bancario italiano è fragile - ha detto la Reichlin - ma non perché le banche abbiano concesso credito facile, come era accaduto negli Usa e in Gran Bretagna all'indomani del crack del 2008. Sono state anche loro vittime della recessione. Le crisi del 2008 e quella del 2011 hanno indebolito il sistema bancario, che al contrario, nel 2008 era molto più solido di quello di altri Paesi, Germania compresa. Hanno troppe sofferenze in pancia, crediti incagliati di imprese medie e piccole in particolare che sono fallite. In Europa siamo secondi come fragilità solo al Portogallo. E la nostra fragilità, percepita a livello europeo, è più alta perché ci sono stati ultimamente scandali bancari che ci hanno messo in cattiva luce in Europa". Il primo quello del Monte dei Paschi di Siena, poi quello delle quattro banche fallite e salvate dal Fondo Atlante e anche le due popolari ricapitalizzate a fatica. Anche la Germania però ha avuto ultimamente problemi con la Deutche Bank i cui titoli sono crollati in poco tempo, chiede Rampini. "Si, ma la crisi della Deutsche - ha spiegato la Reichlin - è stata una conseguenza dello scandalo Wolksvagen; è la banca di riferimento. E' stato fisologico il crollo, ma poi c'è stato un intervento statale, che è stato possibile per due motivi, il primo è che lo Stato tedesco non è indebitato come il nostro e ha risorse per farlo, il secondo è che non erano ancora stati bloccati, a livello europeo, gli interventi statali. Questa è la grande differenze di questi ultimi tempi, da quando il bail-in, è entrato in funzione". La trappola per il sistema bancario italiano, messa in evidenza dallo stesso governatore della Banca d'Italia Vincenzo Visco nell'ultima assemblea a palazzo Kock - è propio nella transizione che vieta un intervento a livello statale. Da una parte è richiesta la ricapitalizzazione per rendere forte il sitema, ma ogni singolo stato deve fare da sé.
"La condivisione dei rischi è avversata dai tedeschi, che non condividono l'idea di dover pagare i debiti di banche fallite anche a causa di operazione scandalose su cui ora indaga la magistratura". Non si fidano e dunque è saltata la creazione del fondo che avrebbe previsto la condivisione dei rischi. "E' un attegiamento comprensibile, spiega la Reichlin - ma che non condivido perché costerebbe all'Unione da uno 0,3 a uno 0,7% al massimo del Pil dell'intera Europa. Poco, di fronte a quello che potrebbe innescarsi senza fondo. Penso che il bail-in sia giusto in sé. E' chiaro a tutti che non devono essere i cittadini contribuenti a pagare per gli azzardi della banche, spesso guidati da quegli stessi manager che sono spinti a incassare premi per avere risultati e profitti immediati. Ma ciò non toglie che i rischi, una volta risanato il sistema debbano essere condivisi se vogliamo veramente continuare sulla via dellUnione Europea".
E qui entra in discussione anche il fantasma della Brexit. L'uscita della Gran Bretagna dalla Ue allarma un po' tutti, sono stati disegnati scenari preoccupanti, speculazioni finanziarie, instabilità dei cambi fino alle perdite in campo commerciale. Lucrezia Reichlin è molto pessimista su questo punto. "Il rischio dell'uscita è alto - commenta l'economista, che vive a Londra - i giovani sono orientati a rimanere in Europa, ma i giovani spesso disertano le urne, mentre gli anziani sono per l'uscita. Non credo però che i costi economici saranno alti, certo magari ci saranno turbolenze destinate però a essere governate. A lungo però le cose si aggiusterebbero, soprattutto per quanto riguarda l'aspetto del commercio. Quello che mi preoccupa invece è che l'uscita della Gran Bretagna costituirebbe l'inizio della disgregazione europea. E' l'aspetto politico che vedo con più preoccupazione, non le conseguenze economiche".
L'Europa ha invece l'interesse a unirsi sull'immigrazione. Da qui l'idea dei refugees bond, obbligazioni per finanziare progetti mirati ad accogliere gli immigrati che arrivano sulle nostre coste come a integrare coloro destinati a rimanere in Europa come rifugiati in fuga dalle guerre che stanno devastando paesi africani e del Medio oriente. "Credo che su questo punto si potrebbe trovare l'unione - spiega la Reiclin che ha curato insieme ad altri colleghi uno studio su questi ipotetici nuovi titoli - verrebbero emessi con la garanzia della Banca centrale europea e i finanziamenti non andrebbero ai singoli Paesi, ma direttamente ai progetti presentati, sia per l'accoglienza che per l'integrazione. Potrebbero usufruirne tutte le agenzie che oggi se ne occupano, Frontex compresa".