Le nuove paure della società plurale
Ne parlano domenica 22 marzo alle ore 10 presso la ex chiesa di S. Francesco Moni Ovadia, Paolo Rumiz e Tommaso Cerno. "E' uno degli istinti più forti e radicati nell'uomo" spiega l'attore e drammaturgo di origine bulgara
La paura come soggetto sociale. La paura come barriera fra popoli. La paura come istinto primordiale dell'uomo utilizzata dai politici più demagoghi per orientare la società, anziché governarne i naturali processi di mutazione. E una politica spesso non all'altezza che, sulla scia di un rinnovato populismo, è incapace di arginare tutto questo, abrogando al suo compito principale.
Ne discutono l'attore e drammaturgo Moni Ovadia e il giornalista e scrittore Paolo Rumiz, con il direttore del Messaggero Veneto Tommaso Cerno in un dialogo dal titolo "Le nuove paure della società plurale". Secondo Ovadia, "la paura è uno degli istinti più forti e radicati nell'uomo, dovuto alla sua instabilità ontologica, la paura è un sentimento che può essere anche creativo, nel senso che se la paura è accolta ed elaborata può diventare una forza inventiva". Eppure nella società …
Ne discutono l'attore e drammaturgo Moni Ovadia e il giornalista e scrittore Paolo Rumiz, con il direttore del Messaggero Veneto Tommaso Cerno in un dialogo dal titolo "Le nuove paure della società plurale". Secondo Ovadia, "la paura è uno degli istinti più forti e radicati nell'uomo, dovuto alla sua instabilità ontologica, la paura è un sentimento che può essere anche creativo, nel senso che se la paura è accolta ed elaborata può diventare una forza inventiva". Eppure nella società …
La paura come soggetto sociale. La paura come barriera fra popoli. La paura come istinto primordiale dell'uomo utilizzata dai politici più demagoghi per orientare la società, anziché governarne i naturali processi di mutazione. E una politica spesso non all'altezza che, sulla scia di un rinnovato populismo, è incapace di arginare tutto questo, abrogando al suo compito principale.
Ne discutono l'attore e drammaturgo Moni Ovadia e il giornalista e scrittore Paolo Rumiz, con il direttore del Messaggero Veneto Tommaso Cerno in un dialogo dal titolo "Le nuove paure della società plurale". Secondo Ovadia, "la paura è uno degli istinti più forti e radicati nell'uomo, dovuto alla sua instabilità ontologica, la paura è un sentimento che può essere anche creativo, nel senso che se la paura è accolta ed elaborata può diventare una forza inventiva". Eppure nella società multiculturale, il problema è che la tecnica dei politici più demagoghi e retrivi è quella di soffiare sulla paura per ottenere un facile consenso. "E' una tecnica vecchia come il mondo". Racconta Ovadia che nel processo di Norimberga Hermann Goering spiegò il vecchio meccanismo usato dai nazisti e dai fascisti: "Come avrei convinto un contadino della Slesia o un operaio della Ruhr a rischiare la sua vita - disse - se non lo avessi spaventato con l'idea che ai confini ma anche all'interno della Germania premevano nemici che mettevano a repentaglio la sua stessa esistenza e il suo benessere?".
Che ci sia inquietudine è un fatto normale, secondo Rumiz. "Il fenomeno della xenofobia è antico come l'uomo, ed è un riflesso animale che scatta quando si percepisce l'invasione di un territorio da parte di un numero eccessivo di competitor. Però succede che questo riflesso di inquietudine - non ancora razzismo - venga sfruttato da quei politici che campano di paure, e che, invece di frenare l'aggressività razzista, la eccitano". Con la convinzione che il problema affondi le sue radici nelle nostre attuali classi dirigenti: siano di destra o di sinistra, non sono capaci, a nessun livello, di gestire una società complessa e plurale. "Mi rifiuto di accomunare sangue e suolo nella stessa condanna. Non mi interessa di quali antenati abbia la persona che mi sta di fronte; mi importa invece che accetti il luogo in cui abita, che lo adotti e lo difenda assieme a me".
Quando alla paura viene tolto il suo aspetto di comprensione, quando non si cerca di capire le ragioni della paura e si soffia sul fuoco del rifiuto e della chiusura, e magari si invocano le armi allora i risultati sono sempre disastrosi. Gli esempi recenti dell'Iraq di Saddam e della Libia a cosa hanno portato? "Ad altra violenza", secondo Ovadia, "ad alimentare ancora paura. Sfruttare la paura per accecare le menti è una tecnica di sottomissione, di annientamento della coscienza". Con l'evidente risultato che nella società multietnica, "l'altro fa sempre paura, proprio perché è altro. L'altro con la sua presenza e la sua venuta ti chiede spazio; l'altro che non è come noi e per il fatto stesso di non essere come noi ci crea inquietudine". Secondo la psicoanalista Julia Kristova la paura dello straniero è la paura della parte più libera, meno conformista di noi stessi. L'altro ci costringe a metterci in questione, a rischiare, e il rischio ci blocca, ci spaventa. Ma senza correre rischi non c'è evoluzione, progresso, innovazione.
Ne discutono l'attore e drammaturgo Moni Ovadia e il giornalista e scrittore Paolo Rumiz, con il direttore del Messaggero Veneto Tommaso Cerno in un dialogo dal titolo "Le nuove paure della società plurale". Secondo Ovadia, "la paura è uno degli istinti più forti e radicati nell'uomo, dovuto alla sua instabilità ontologica, la paura è un sentimento che può essere anche creativo, nel senso che se la paura è accolta ed elaborata può diventare una forza inventiva". Eppure nella società multiculturale, il problema è che la tecnica dei politici più demagoghi e retrivi è quella di soffiare sulla paura per ottenere un facile consenso. "E' una tecnica vecchia come il mondo". Racconta Ovadia che nel processo di Norimberga Hermann Goering spiegò il vecchio meccanismo usato dai nazisti e dai fascisti: "Come avrei convinto un contadino della Slesia o un operaio della Ruhr a rischiare la sua vita - disse - se non lo avessi spaventato con l'idea che ai confini ma anche all'interno della Germania premevano nemici che mettevano a repentaglio la sua stessa esistenza e il suo benessere?".
Che ci sia inquietudine è un fatto normale, secondo Rumiz. "Il fenomeno della xenofobia è antico come l'uomo, ed è un riflesso animale che scatta quando si percepisce l'invasione di un territorio da parte di un numero eccessivo di competitor. Però succede che questo riflesso di inquietudine - non ancora razzismo - venga sfruttato da quei politici che campano di paure, e che, invece di frenare l'aggressività razzista, la eccitano". Con la convinzione che il problema affondi le sue radici nelle nostre attuali classi dirigenti: siano di destra o di sinistra, non sono capaci, a nessun livello, di gestire una società complessa e plurale. "Mi rifiuto di accomunare sangue e suolo nella stessa condanna. Non mi interessa di quali antenati abbia la persona che mi sta di fronte; mi importa invece che accetti il luogo in cui abita, che lo adotti e lo difenda assieme a me".
Quando alla paura viene tolto il suo aspetto di comprensione, quando non si cerca di capire le ragioni della paura e si soffia sul fuoco del rifiuto e della chiusura, e magari si invocano le armi allora i risultati sono sempre disastrosi. Gli esempi recenti dell'Iraq di Saddam e della Libia a cosa hanno portato? "Ad altra violenza", secondo Ovadia, "ad alimentare ancora paura. Sfruttare la paura per accecare le menti è una tecnica di sottomissione, di annientamento della coscienza". Con l'evidente risultato che nella società multietnica, "l'altro fa sempre paura, proprio perché è altro. L'altro con la sua presenza e la sua venuta ti chiede spazio; l'altro che non è come noi e per il fatto stesso di non essere come noi ci crea inquietudine". Secondo la psicoanalista Julia Kristova la paura dello straniero è la paura della parte più libera, meno conformista di noi stessi. L'altro ci costringe a metterci in questione, a rischiare, e il rischio ci blocca, ci spaventa. Ma senza correre rischi non c'è evoluzione, progresso, innovazione.