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Jumpa Lahiri: "La letteratura può sconfiggere il terrore"

La scrittrice parlerà di cosmopolitismo e integrazione. "Raccontare storie significa immedesimarsi negli altri. I giovani attratti dalla violenza hanno dimenticato chi sono"
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IL confronto fra culture diverse è alla base della sua scrittura. Ma anche della sua identità: bengalese di origine, inglese per nascita, americana perché negli Stati Uniti è cresciuta ed è diventata una scrittrice, italiana di adozione per aver scelto di vivere a Roma, Jhumpa Lahiri non è solo una delle scrittrici più famose della sua generazione. Ma anche colei che ha fatto del dialogo fra mondi diversi la chiave della sua opera. Di tutto questo Lahiri parlerà oggi a Udine, ma una conversazione con lei in questi giorni non può non partire dai fatti di Tunisi e dalle loro conseguenze.

Tunisi, e prima ancora Parigi e Copenhagen. Che impressione le fanno episodi come questi?
"Sono agghiaccianti, terrificanti. Oltre a uccidere delle persone, creano un effetto domino. Il primo impulso che molti hanno è quello di chiudersi dentro al proprio mondo: il punto è che questo mondo chiuso in cui rifugiarsi non esi…
IL confronto fra culture diverse è alla base della sua scrittura. Ma anche della sua identità: bengalese di origine, inglese per nascita, americana perché negli Stati Uniti è cresciuta ed è diventata una scrittrice, italiana di adozione per aver scelto di vivere a Roma, Jhumpa Lahiri non è solo una delle scrittrici più famose della sua generazione. Ma anche colei che ha fatto del dialogo fra mondi diversi la chiave della sua opera. Di tutto questo Lahiri parlerà oggi a Udine, ma una conversazione con lei in questi giorni non può non partire dai fatti di Tunisi e dalle loro conseguenze.

Tunisi, e prima ancora Parigi e Copenhagen. Che impressione le fanno episodi come questi?
"Sono agghiaccianti, terrificanti. Oltre a uccidere delle persone, creano un effetto domino. Il primo impulso che molti hanno è quello di chiudersi dentro al proprio mondo: il punto è che questo mondo chiuso in cui rifugiarsi non esiste, non più almeno. È una costruzione. Una cosa come quella successa al museo Bardo poteva accadere in qualunque luogo in qualunque momento. Dobbiamo fare il contrario di chiuderci: aprirci, ascoltare, informarci, tenere aperta la porta nei confronti del diverso, perché solo così possiamo capire la ragione per cui certe cose accadono. Io non giustifico questi atti: ma dobbiamo capire che siamo tutti coinvolti, che il problema riguarda tutti noi, non solo "loro". Dire che "loro" sono furiosi e frustrati e "noi" le vittime della loro rabbia è sbagliato".

Però questo atteggiamento è molto diffuso: che conseguenze ha secondo lei?
"La crescita di un confine che rende "noi" umani e "loro" disumani. Io non ho mai sentito di essere parte di nessun "noi". Il "noi" dei miei genitori era una cosa, quello dei miei compagni di classe un altro: io sentivo la mancanza di un "noi" in cui identificarmi, ma poi questo mi ha dato una grande libertà: giudico le persone in base alle loro azioni, non come rappresentanti di una razza, un paese, una religione. Invece vedo crescere questa tendenza. Il pericolo che corriamo oggi è distogliere lo sguardo: chi si chiude si sente al sicuro dentro al suo mondo, perché non vede l'altro. Ma la sua è solo cecità: una sensazione falsa ma molto pericolosa".

Quando parlano dei giovani occidentali attratti dal terrorismo, gli studiosi usano una parola a Lei molto cara: "spaesamento". Sono spaesati come molti dei suoi personaggi. Che effetto le fa?
"Lo spaesamento per me è una condizione esistenziale. Io non appartengo al 100 per cento a nessun paese e nessuna cultura, ma sento lo stesso un senso di appartenenza: alla mia famiglia, alla letteratura, ai miei amici, anche a Roma adesso. La mancanza di ciò crea un senso di alienazione. È la questione della seconda generazione di immigrati, che dopo Parigi è diventata molto attuale in Europa: i fratelli Kouachi che hanno colpito a Charlie Hebdo sono figli di questa mancanza di identità, della frustrazione verso la Francia, che pure li ha cresciuti. Non è un problema solo loro questo, ma è anche un problema della società".

Che soluzione vede?
"Ascoltare e restare aperti: la letteratura è importante perché è un modo di mettersi nei panni dell'altro. Il mio ultimo romanzo, ad esempio, racconta di un personaggio che si radicalizza: chi lo legge può in qualche modo capire le ragioni per cui una cosa come quella di Tunisi accade. Senza per questo giustificare chi la compie. La letteratura è identificazione nel diverso, è un modo di varcare il confine fra "noi" e "loro". L'apertura profonda che dona è fondamentale: senza di essa vince la paura".