E il selfie, ricordiamolo, non ha antecedenti diretti, non è un autoritratto, non è un autoscatto, anche se ne eredita qualcosa; è un genere fotografico che ai tempi di Barthes non esisteva. Che cos'è allora? Be', Barthes lo avrebbe forse definito, come definì tutta quanta la fotografia, un oggetto antropologicamente nuovo. Anch'esso, come pure definì la fotografia, discretamente intrattabile. Basta vedere quante reazioni isteriche la sua comparsa ha scatenato nel mondo degli intellettuali superciliosi tutori della supremazia del pensiero verbale. Che Barthes non era.
Giornata mondiale del selfie, quando un autoscatto diventa di tendenza
Oggi è la Giornata mondiale del selfie, nata nel 2013, quando il termine è stato inserito nell'Oxford English Dictionary che lo scelse come parola dell'anno. In principio fu Paris Hilton: l'ereditiera sostiene di essere stata lei, in compagnia dell'amica Britney Spears, a lanciare la moda dell'autoscatto, rigorosamente da postare poi sui social. Da allora in pochi hanno resistito al selfie. Politici e attori, e perfino papa Francesco, si sono immortalati in scatti che hanno fatto il giro del mondo. E c'è chi ha provato a dire basta a questa tendenza: all'ultimo festival di Cannes il curatore Thierry Fremaux li ha banditi dal red carpet dicendo che "nove volte su 10 sono brutti". Il miglior selfie di sempre, tuttavia, è stato scattato prima ancora che diventasse moda. Era il lontano 1966 quando l'astronauta Buzz Aldrin si fotografò in orbita: "Ero curioso di vedere che aspetto avevo nello spazio"
Cominciamo da un presupposto. "Una foto è sempre invisibile: ciò che vediamo non è lei". Di fronte a una fotografia, la tentazione di buttarcisi dentro, come Alice oltre lo specchio, per raggiungere il suo contenuto, è irresistibile. Così funzionano i selfie: ci tirano dentro la cornice, ci invitano a entrare in una relazione quasi fisica con l'altro che vi appare: una relazione strettissima, intima, alla portata di un braccio teso. Ma quel che troviamo quando ci tuffiamo dentro la cornice non è una persona reale. Perché chi si è scattato un selfie non è più un individuo, ma un'immagine. "Non appena io mi sento guardato dall'obiettivo, tutto cambia: mi metto in un atteggiamento di 'posa', mi fabbrico istantaneamente un altro corpo, mi trasformo anticipatamente in immagine".
Non appena io mi sento guardato dall'obiettivo, tutto cambia: mi metto in un atteggiamento di 'posa', mi fabbrico istantaneamente un altro corpo, mi trasformo anticipatamente in immagineL'immagine di cosa? Di un voler essere - i selfie si fanno per questo, per mostrarsi agli altri in un certo modo - che però spesso non raggiunge il suo scopo. "Un'immagine - la mia immagine - sta per nascere: come sarò? Avrò l'aspetto d'un individuo antipatico o quello d'un 'tipo in gamba'? Io non so come agire all'interno della mia pelle. Ahimè sono condannato dalla Fotografia - la quale crede di far bene - ad avere sempre un'espressione". Il selfie impone la costruzione della propria immagine. Non esiste il "grado zero" del nostro autoritratto: qualsiasi selfie ci facciamo è già immediatamente recita sociale. Perché il selfie esiste per questo, per proiettare la nostra immagine (ed è la prima volta che tutti possiamo farlo) nello spazio pubblico più grande possibile.
© Vivian Maier/ Estate of Vivian Maier and John Maloof Collection via AP
Certo, non è la prima volta che il nostro volto appare in fotografia. Accade da quasi due secoli, e fu una novità sconvolgente: "Vedere se stessi (altrimenti che in uno specchio): in termini storici, questo atto è recente". Ma fino a pochi anni fa, quella immagine era l'incrocio di immaginari diversi non tutti dipendenti dalla nostra volontà. "Davanti all'obiettivo, io sono contemporaneamente: quello che credo di essere, quello che vorrei si creda io sia, quello che il fotografo crede che io sia, e quello di cui egli si serve per far mostra della sua arte". Che caos. Può uscire un'immagine univoca da questo quadrivio?
Davanti all'obiettivo, io sono contemporaneamente: quello che credo di essere, quello che vorrei si creda io sia, quello che il fotografo crede che io sia, e quello di cui egli si serve per far mostra della sua arteInfatti, quanti di noi si trovano somiglianti nei ritratti fotografici dei nostri album, o anche solo nella foto di identità sulla patente? "Io non smetto di imitarmi, ed è per questo che ogniqualvolta io mi faccio (mi lascio) fotografare, io sono immancabilmente sfiorato da una situazione di inautenticità, talora d'impostura".
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RispostaRep - Perché la gente ha la mania dei selfie?
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Non possiamo sfuggire alla logica del fotografico, che trasforma ogni suo soggetto in oggetto. "Un soggetto che si sente diventare oggetto: in quel momento io vivo una micro-esperienza della morte". Non riusciremo mai a fare integralmente del nostro selfie un nostro sguardo su noi stessi. Sarà sempre una macchina a guardarci, come un'estranea.
Un soggetto che si sente diventare oggetto: in quel momento io vivo una micro-esperienza della morteEppure, continuiamo a fare selfie che non ci soddisfano. Continuiamo a temerli, continuiamo a difenderci da loro, a prestarci e contemporaneamente a sottrarci al loro sguardo, a schermirci: facendo smorfiette, o appiccicando adesivi ed emoji sulle nostre facce, come gli adolescenti con gli sticker delle storie di Instagram. Perché lo facciamo? Forse perché in realtà quella che chiediamo al selfie è un'altra cosa. È proprio di guardarci e (complimenti Barthes, hai previsto anche questo) di rispondere all'"interrogativo fondamentale: perché io vivo qui ed ora?". Forse il selfie non è una risposta all'ansia identitaria. Ma all'ansia esistenziale.