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L'ultimo segreto di Lev Tolstoj: la fuga solitaria verso la morte

A 108 anni dalla scomparsa di uno dei più grandi scrittori della letteratura, ripercorriamo i suoi ultimi giorni. E la sua uscita di scena, incredibile, drammatica e romanzesca
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Come nella struggente scena iniziale del capolavoro di Bernardo Bertolucci, per noi italiani il ventesimo secolo comincia il 27 gennaio 1901 con la morte di Giuseppe Verdi. Per i russi inizia appena qualche anno più tardi, il 20 novembre 1910, con la morte di Lev Tolstoj.

"Tremo all'idea della morte di Tolstoj", scriveva Anton Checov nel 1900, "in parte perché gli voglio bene, in parte perché ammiro il modo in cui crede anche se non condivido ciò in cui crede e in parte perché la sua immensa autorevolezza sembra giustificare tutte le speranze e le aspirazioni riposte nella letteratura. Con Tolstoj vivo, la cruda svergognata vanagloria viene tenuta nell'ombra; senza di lui, il mondo letterario sarebbe come un gregge senza pastore, un caos privo di speranza". Un altro scrittore russo, Isaac Babel, esprimeva così lo stesso concetto: "Se il mondo potesse scrivere, scriverebbe come Tolstoj". E nel 1908 il poet…
Come nella struggente scena iniziale del capolavoro di Bernardo Bertolucci, per noi italiani il ventesimo secolo comincia il 27 gennaio 1901 con la morte di Giuseppe Verdi. Per i russi inizia appena qualche anno più tardi, il 20 novembre 1910, con la morte di Lev Tolstoj.

"Tremo all'idea della morte di Tolstoj", scriveva Anton Checov nel 1900, "in parte perché gli voglio bene, in parte perché ammiro il modo in cui crede anche se non condivido ciò in cui crede e in parte perché la sua immensa autorevolezza sembra giustificare tutte le speranze e le aspirazioni riposte nella letteratura. Con Tolstoj vivo, la cruda svergognata vanagloria viene tenuta nell'ombra; senza di lui, il mondo letterario sarebbe come un gregge senza pastore, un caos privo di speranza". Un altro scrittore russo, Isaac Babel, esprimeva così lo stesso concetto: "Se il mondo potesse scrivere, scriverebbe come Tolstoj". E nel 1908 il poeta Aleksandr Blok si domandava: "Se scompare il sole, se Tolstoj muore, se l'ultimo genio se ne va, che sarà di noi?".
Se scompare il sole, se Tolstoj muore, se l'ultimo genio se ne va, che sarà di noi?
Interrogativo profetico: sette anni dopo la morte dell'autore di Guerra e Pace e Anna Karenina, la Russia precipitò dall'instabilità dello zarismo al mondo nuovo della rivoluzione bolscevica. Parafrasando lo storico inglese comunista Eric Hobsbawm, per i russi finiva con un po' di ritardo un "secolo lungo", l'Ottocento, e insieme ad esso un'epoca durata un millennio. E non c'era più Tolstoj a illuminare i propri compatrioti con la sua scrittura, la sua figura, il suo esempio.
Il terremoto in arrivo faceva tremare anche lui. E' una delle motivazioni del modo incredibile, drammatico, in una parola romanzesco, con cui uscì di scena: scappando dalla sua residenza nobiliare di Jasnaja Poljana, 200 chilometri a sud di Mosca, senza sapere - come il suo paese - dove stava andando e nemmeno esattamente perché.

Non sopportava più le contraddizioni della sua esistenza, che erano poi le contraddizioni del tempo e della sua sterminata nazione: la ricchezza dell'aristocrazia e la povertà delle masse contadine, sebbene la Russia pre-rivoluzionaria stesse sprigionando un enorme forza economica; la sua indole libera, istintiva, ribelle e la famiglia tradizionale di cui si trovava a capo, vigilato da una moglie che non amava più; il richiamo della fede cristiana che lo legava alla terra e quello dei vizi terreni che aveva conosciuto e goduto a piene mani.Così fuggì, come racconta il grande giornalista Alberto Cavallari in un piccolo grande libro, La fuga di Tolstoj, finendo per morire tre giorni più tardi in una stazioncina ferroviaria sperduta nella taigà, attorno alla quale accorsero attoniti ricchi e poveri, la Russia intera, proprio come quando scompare il sole.
La fuga fu l'ultimo segreto che Tolstoj lasciava ai suoi lettori ma in senso più ampio all'umanità
La fuga fu l'ultimo segreto che Tolstoj lasciava ai suoi lettori ma in senso più ampio all'umanità: una fuga dal compromesso, scrive Cavallari, "tra passato e presente, tra rivolte e rassegnazione, tra una moglie avida di denaro e il suo sogno francescano, tra il mondo contadino che non era più quello della sua infanzia e la città delle fabbriche che rifiutava, tra la sua vita accanto ai semplici mugiki e la sua vita prigioniera di una corte dispendiosa, adulante, servile, tra un'esistenza selvatica fatta di cavalcate, marce nel fango, ore allo scrittorio, e una fama di grande scrittore che rendeva migliaia di rubli di diritti d'autore". Ma a Maksim Gorkij aveva confessato che soltanto nelle contraddizioni riusciva a sentirsi vivo: "Nessuno di noi ha alcun senso di se stesso, tranne che nei conflitti che ci dilaniano".
Negli anni in cui ero corrispondente di Repubblica da Mosca sono stato nella casa di Tolstoj a Jasnaja Poljana, ora diventata un museo. La sua tomba è un tumulo in un boschetto, senza neanche nome e date. E' come se lì sotto sia sepolta la Russia e con essa uno spicchio dell'animo umano. "Rileggendo Guerra e Pace per la quinta volta", confida al proprio diario uno dei suoi biografi, "ho finalmente compreso il significato della mia esistenza".