Perché le foto, Chatwin le aveva. Le faceva davvero. Anche se nessuno, neppure sua moglie Elizabeth, che pure dovette tante volte raggiungerlo in qualche parte preferibilmente inaccessibile del mondo per portargli una scorta di rullini, lo ricordava con la fotocamera in mano. Le aveva, ma non interessavano a nessuno.
Perché le foto, Chatwin le aveva. Le faceva davvero. Anche se nessuno lo ricordava con la fotocamera in mano. Le aveva, ma non interessavano a nessunoLui ci aveva provato, almeno una volta. Ma nel 1970 il Sunday Times rifiutò di pubblicare le fotografie del suo viaggio in Mauritania. Così, la prima seria antologia delle sue immagini comparve solo quattro anni dopo la sua scomparsa. Come fosse sempre stato un hobby secondario, un vezzo dello scrittore.
Non lo era. Delle sue fotografie, anche l'amica scrittrice Rebecca West disse, forse per farlo arrabbiare, che erano "così buone da rendere superflua la lettura dei testi".
Gianni Berengo Gardin e il viaggio di Bruce Chatwin
Un grande fotografo per un le immagini scattate da un grande viaggiatore, anzi l’icona del viaggio: Bruce Chatwin scomparso a 48 anni nel 1989, viaggiava, viveva i luoghi visitati e prendeva gli appunti che avrebbero ispirato i suoi libri, da In Patagonia , apparso giusto 40 anni fa, a Le vie dei Canti; e scattava foto, vere istantanee dei luoghi , di un volto, per catturare una sensazione, un suggerimento. E quelle foto “strappate” al momento sono adesso al centro della mostra “Bruce Chatwin…il viaggio continua” che si inaugura l’8 luglio alla Torre del Castello dei Vescovi di Luni a Castelnuovo Magra, dove resterà fino all’8 ottobre. Ma l’inaugurazione dà a un grande fotografo come Gianni Berengo Gardin l’occasione per parlare delle immagini di Chatwin; all’apertura della mostra (venerdì 8 alle 17.30), organizzata dal Comune di Castelnuovo Magra e dall’Associazione Chatwin, sarà infatti lui a ripercorrere quelle “vie delle immagini” in bianco e nero disegnate dallo scrittore inglese. Solo dopo la sua morte la moglie Elizabeth scoprì la gran parte del patrimonio nascosto nei rullini della sua Leica, ancora da sviluppare; in mostra nei vari piani della Torre scatti dalla Cina alla Patagonia, appunto. E, icona concreta di Chatwin, il suo famoso zaino realizzato artigianalmente da un sellaio inglese su suo disegno. A dire che c’è ancora molta strada da fare, mondo da vedere, immagini da cogliere. (d.al.)
In verità, forse neppure lui avrebbe saputo dire perché fotografava. Sembrava farlo sovrappensieroE per dirla tutta, forse diffidava delle immagini. Sicuramente ne diffidava. "Il culto delle immagini", scrisse, "fu un peccato della vita stanziale". I suoi eroi mitologici, l pastore e il cacciatore, i nomadi, erano una "stirpe di forti che non sentiva il bisogno di consolarsi con le immagini".
Guardare le figure, raccogliere figure del mondo, insisteva, è stata la malattia del sedentario. Collezionare arte è "affermazione metaforica di territorio". Il "collezionista d'arte coatto" nella sua caverna si droga di immagini come disperato stratagemma contro la claustrofobia di quella "monotonia di situazioni e tediosa regolarità di impegni" che gli procurano "fatica, disturbi nervosi, apatia, disgusto di sé e reazioni violente".
C'è tutto l'orgoglio di un grande nomade turista esploratore avventuriero zingaro dandy, in questo disprezzo per il "viaggiatore in poltrona" che conosce il mondo solo nelle fotografie fatte da altri. C'è il senso di superiorità, perfino un po' strafottente, di chi si era convinto che "l'evoluzione ci ha voluto viaggiatori. Dimorare durevolmente, in caverne o in castelli, è stata tutt'al più una condizione sporadica nella storia dell'uomo".
L'evoluzione ci ha voluto viaggiatori. Dimorare durevolmente, in caverne o in castelli, è stata tutt'al più una condizione sporadica nella storia dell'uomoDel resto, lo aveva letto in Pascal: "notre nature est dans le mouvement". Più che una scelta intellettuale, era una smania provata fin da bambino: "perché divento irrequieto dopo un mese nello stesso posto, insopportabile dopo due?". Raggiungere tutte le sue Patagonie fu il logico esito dell'aver riconosciuto in sé, una "anatomia dell'irrequietezza", quel senso di nausea per l'immobilità che Baudelaire chiamò "orrore del domicilio". E fece una volta per tutte, con coerenza e senza pentimenti, la scelta dell'"alternativa nomade".
Ma nel suo rapporto con le immagini c'è però anche una contraddizione implacabile. Quella che gli fece infrangere il principio sacro degli indiani d'America, mantra di generazioni di ecologisti new-age: "porta con te solo ricordi, dietro di te lascia solo impronte di passi".
Eh no, quanto alle impronte forse ci siamo, ma Chatwin ha portato con sé non solo ricordi. D'accordo, non ha trafugato souvenir. Non ha depredato indigeni dei loro tesori in cambio di collanine. No. Però ha portato via con le parole e immagini le tracce dei luoghi che ha visto. Sufficientemente onesto per riconoscere che "descrivere è anche possedere idealmente ciò che si è descritto". Certo, fu più "scrittore in viaggio" che non "scrittore di viaggi", espressione che gli faceva orrore. Viaggiare, per Chatwin, fu una condizione, non una contingenza.
E le fotografie? Illustrazioni o narrazioni? Nei taccuini di Chatwin le immagini "scritte" non mancano di certo. Le fotografie erano forse un modo, per parafrasare Man Ray, di "mostrare quello che non posso scrivere"?
C'è un legame fortissimo fra la fotografia e il viaggio, e Chatwin non vi sfuggì.
Nella pratica turistica comune, la fotografia è un certificato di avvenuto consumo della merce esotica che è il viaggio. Un modo per dire "sono davvero stato qui". La fotografia, è un versetto citatissimo di Susan Sontag, impacchetta il mondo per renderlo collezionabile, e il piccolo Bruce era stato un avido collezionista di oggetti, sì, proprio come gli stanziali-territoriali che sfotteva. Mappe, atlanti e anche fotografie avevano pre-figurato nell'animo dell'allora giovane impiegato della casa d'aste Sotheby's (una caverna di immagini...) l'immaginario che avrebbe poi raggiunto con il corpo. Si contraddisse dunque, il grande girovago? Produsse certificati di avvenuto viaggio, di compiuto consumo, compulsivi e ansiosi, come quelli dei turisti dei package-tour - la paura di non riuscire a godersi il viaggio mentre si viaggia - allora adesso fotografo e qualcosa resterà?
Perché mai. Chi mai messo mano alle fotografie del suo archivio, ha trovato non mappe, ma caos. Scarsissime le didascalie, riconoscere molti luoghi e datare le immagini è stata un'impresa. Ma diciamo la verità, eccetto qualche maniacale archivista, non sono così anche i nostri album, quelli orridi con le taschine di pvc, quelli immateriali nelle cartelline gialle dei nostri pc? Rinfuse di memorie che perdono pian piano il dove e il quando?
Ma Chatwin non era un turista comune. Forse fotografava solo perché non riusciva a trovare una risposta convincente alla domanda inevasa di tutti i grandi viaggiatori, che è diventata il suo motto araldico: che ci faccio qui? Forse aveva capito che, come lui, anche le fotografie non sanno rispondere a quella domanda, ma fanno spallucce e dicono, con un sorriso disarmante: be', comunque ci sono andato.