Le Storie

John Belushi, quanto ci manchi: cosa sarebbero stati gli anni '80 senza di lui?

Oggi avrebbe compiuto 70 anni e la sua assenza, se ci è consentito dirlo, si nota. Il mondo odierno è davvero più triste e cupo. Perché non c’è nessun Bluto Blutarsky a farci sperare che le cose possano cambiare 
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Pensate che noia la vita senza John Belushi. Pensate solo un momento a cosa sarebbero stati gli anni Ottanta senza Animal House e Bluto Blutarsky, il suo invocare il “toga party”, la sua capacità di schiacciare le lattine sulla fronte o di trasformarsi in un “lancia cibo”.

Oppure immaginate la vostra vita senza Joliet Jake Blues, fratello di Elwood, cantante della banda dei Blues Brothers, bugiardo incallito dagli occhi incantatori. O senza il pilota d’aereo, Capitano Wild Bill Kelso, che in 1941 combatteva contro i giapponesi, o senza il modesto Earl Keese che cambia vita dopo una notte di follia con i suoi Vicini di casa.

No, che noia, che tristezza. Tutti i personaggi che John Belushi ha interpretato sono entrati, con evidente fragore, nell’immaginario collettivo degli anni Ottanta, per restarci, solidamente, per sempre e per rendere la nostra vita, almeno per qualche minuto, migliore.
Tutti i personaggi che John Belushi ha interpretato sono entrati nell’immaginario collettivo degli anni Ottanta
Personaggi esagerati e perfetti, perché folli e buoni, perché in grado di incarnare il desiderio, nascosto in qualche remota parte di ognuno di noi, di uscire dalle regole e farlo nella maniera più spettacolare e insulsa.

Personaggi che Belushi trasformava in deliziosi esseri umani, carichi dei nostri difetti e dei nostri sogni, personaggi dei quali alla fin fine era difficile fare a meno. Difficile ancora oggi non ridere guardando Belushi nelle performance diventate leggendarie del Saturday Night Live, dove dal 1975 al 1979 ha fatto parte della più bella e innovativa squadra di comici che la televisione (e poi il cinema) americani abbiano mai visto, con Dan Aykroyd ovviamente, ma anche con Chevy Chase, Gilda Radner, Bill Murray, Steve Martin, Al Franken, e molti altri.

Difficile resistere al suo Beethoven cocainomane, al Joe Cocker che si muove come se fosse posseduto da un demone, al suo cuoco samurai che taglia i panini con la katana, alle imitazioni di Marlon Brando nei panni del Padrino.

Ogni personaggio era un’invenzione originale, ogni mossa del volto, delle sopracciglia, del labbro, era in grado di scatenare una risata, ogni canzone portata in scena dai Blues Brothers con Dan Aykroyd e la Band era destinata a diventare un classico. La sua prima passione fu il teatro, al quale arrivò sull’onda della sua innata capacità di far ridere, che già lo aveva reso celebre a scuola: cominciò a calcare i palcoscenici alla fine degli anni Sessanta, quando non aveva ancora venti anni, conquistando sera dopo sera il pubblico di Chicago, la città dov’era nato nel 1949.

A ventitrè anni approdò a New York nella straordinaria palestra comica del National Lampoon, dove restò tre anni, diventando sempre più bravo e soprattutto diventando famoso, soprattutto nell’universo alternativo e giovanile.

Quando nel 1975 Lorne Michaels lo chiama per il suo nuovo show, Saturday Night Live, Belushi ha ventisei anni, ha da poco conosciuto Dan Aykroyd con il quale ha stretto una grande amicizia e uno straordinario sodalizio artistico ed è pronto per conquistare il pubblico e cambiare le regole della comicità americana.

Lo show con Belushi e Aykroyd decolla rapidamente e per tre anni semina il panico nella televisione generalista americana aprendo il fronte di quelli che saranno i “late night show” degli anni seguenti. Ironia, satira, improvvisazione, libertà espressiva, sono la cifra di Belushi, che viene “scoperto” dal cinema nel 1978, l’anno in cui recita in “All you need is cash”, la parodia dei Beatles firmata da Eric Idle dei Monty Phyton, in “Going South” diretto da Jack Nicholson e, soprattutto, in “Animal House” di John Landis.

Ma c’è una data precisa del 1978, quella del 22 aprile, quando per la prima volta al Saturday Night Live Belushi e Aykroyd comparvero nei panni di Jake e Elwood, i Fratelli Blues, con la loro band al seguito, per segnare l'inizio della sua leggenda. Il successo del duo, che vedeva Belushi come cantante e Aykroyd come armonicista e seconda voce, fu clamoroso, travolgente, soprattutto negli spettacoli che il gruppo iniziò a proporre dal vivo.

Carrie Fisher e John Belushi in "The Blues Brothers"

Successo che, dopo altri due film nel 1979, “Il compagno di scuola” di Joan Tewkesbury e “1941, Allarme a Hollywood” di Steven Spielberg, portò Belushi al trionfo con “The Blues Brothers”, leggendario film firmato da John Landis e consacrazione definitiva del duo con Aykroyd.

Gli occhiali neri, i vestiti da becchino, la Dodge Monaco del 1974 della polizia riadattata, sono elementi passati alla storia del cinema, assieme alle loro performance e a quelle dei più grandi cantanti e musicisti di blues, soul e rhyhtm’n’blues che parteciparono al film. Ma Belushi è già con un piede fuori non solo dalle regole della comicità ma anche della vita quotidiana.
L’alcolismo e la tossicodipendenza lo affliggono da anni e dopo altri due film, il bellissimo Chiamami Aquila di Michael Apted, dove mostra le sue doti d’attore al di là della comicità, e I vicini di casa di John G. Avildsen, entrambi del 1981, l'attore americano muore a Hollywood, in un bungalow dello Chateau Marmont, il 5 marzo del 1982, per un’overdose di un esplosivo mix di cocaina e eroina, uno “speedball” mal calcolato dalla sua amica Cathy Evelyn Smith.

Oggi avrebbe avuto 70 anni e la sua assenza, se ci è consentito dirlo, si nota. Il mondo odierno è davvero più triste e cupo. Perché non c’è nessun Bluto Blutarsky a farci sperare che le cose possano cambiare e che i Doug Neidermeyer che governano il mondo non debbano sempre averla vinta.