Londra

Cartoline dalla Brexit

Alla ricerca dell'Inghilterra perduta

Viaggio di un mese in un'isola alla deriva. Prima puntata

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LONDRA - Io ho con Londra lo stesso rapporto che molti londinesi (anche adottivi) hanno con Brexit: puoi pure sforzarti di ignorarla, ma prima o poi, ci inciampi. Non ho mai avuto il mito di Londra, eppure è grazie a un istituto culturale tedesco che ha sede qui, il Goethe Institut, che ho vinto un gruzzoletto per venire a fare un reportage di un mese nel Regno Unito sull'impatto di Brexit sui più giovani. Ed è anche grazie a Londra, insomma, che posso spedirvi queste cartoline. Prima ancora, dalla Roma dove spesso ti senti dire che “il curriculum vale ma non basta”, avevo coperto le elezioni italiane proprio per un giornale inglese (The Independent) ed ero arrivata finalista a un concorso per giornalisti europei lanciato dal Financial Times e dall'Economist. Insomma, io non lo avevo, il mito di Londra, ma devo ammetterlo: quando sono andata in cerca di opportunità, è qui che sono in qualche modo finita. Nella città delle cabine telefoniche rosse, del fish and chips, e del più seducente di tutti gli stereotipi: quel “Londra dà chance a tutti”.
 
La legge gravitazionale delle opportunità. Impossibile non inciampare in Londra quindi, né tantomeno negli italiani di Londra: altro che sei gradi di separazione, tra me e un italo-londinese passa sì e no mezzo grado; e più che di separazione, è di inseparabilità. Scrivo su Facebook che sto per partire e una caterva di amici mi scrivono che sono qui, per non parlare degli amici di amici. Vado a fare la spesa vicino a Hyde Park e sento parlare in italiano, vado a bere un caffè e... Bè, potete immaginare. Sono ovunque, siamo ovunque. E se chiedo: "Ti spaventa il modo in cui potrebbe cambiare la tua vita con Brexit?", pochi sanno cosa aspettarsi. Denise, 23 anni, viene da Civitanova, studia qui da 5 anni e dice che "Brexit m’ha stufata", Marcello lavora nel marketing è infastidito ma spera che cambierà poco o nulla. La barista di Illy mi dice che non sa cosa le succederà; Paolo, che a 28 anni è gestore di una pizzeria italiana, sta qui da meno di cinque anni (quelli necessari per avviare la procedura del “settled status”) eppure spera che tutto vada come prima, la studentessa che lavora part time da M&M's cerca di tradurre il burocratese per le altre decine di migliaia di italiani del "suo" gruppo Facebook. A sentirli parlare, gli “inseparabili”, qui è il pantano: fastidio, incertezza, e poca fiducia di uscirne.
 
Sarà anche per questo che i londinesi (adottivi e non) si sforzano di ignorare Brexit. “Nessun problema è tanto grosso o complicato da non potergli scappare via”. Dopotutto, il mondo è qui, è a Londra: guardate le ambasciate a South Kensington, guardate i colori della moschea di Bow quando arrivate in autobus da Stansted o gli sbrilluccichii della finanza, oppure chiudete gli occhi e semplicemente ascoltate: quante sceneggiature teatrali si potrebbero scrivere con soli 5 minuti di viaggio in metro? Se Londra esce dall'Europa, Londra esce da se stessa: qui la maggioranza è remainer. In questa città qui, essere un'isola non significa guardare il proprio ombelico (perché il mare ti isola dal resto) ma anzi significa avere orizzonti ovunque (perché il tuo sguardo può sempre fuggire in mare aperto; e perché qui tutti, ma proprio tutti, navigano nelle stesse acque). Brexit che?
 
Eppure, in Brexit si inciampa. Un esempio? Davanti al consolato di Francia fermo una ragazza, si chiama Vanessa, viene dalla Francia, ha 33 anni di cui almeno gli ultimi sei passati in Inghilterra, è venuta fino al consolato a chiedere aiuto (esasperata) perché sta provando a ottenere il “settled status”. In teoria ha tutte le carte in regola: vive e lavora qui da ben più dei cinque anni richiesti. Ma prova da mesi invano. “Prima la application sul cellulare non mi funzionava, poi non mi leggeva il passaporto, poi ho dovuto chiedere un nuovo passaporto, poi mi hanno detto che per riavviare la procedura dovevo aspettare più di 80 giorni... Questo è un incubo!”. Vanessa è esasperata, come lei tanti altri stanno avendo disavventure, “cerca settled status su twitter e vedrai quante rogne si raccontano”. Va bene, lo farò. Ma per ora saluto Vanessa e continuo il giro: voglio capire anche come funziona la storia, in questi giorni di "limbo" e di caos politico, per chi cerca lavoro. Proseguo verso Chelsea - qui c'è lo stadio dove si allena la squadra - e svolto l'angolo di una strada invasa da cartonati di calciatori (muscoli ipertrofici mi fissano da ogni lato); sulle mie gambe (che mi sembrano così improvvisamente senza muscoli) arrivo a Waterford Road. Ecco il centro per l'impiego. Un “Job Center Plus”. Chiedo all'impiegato cosa cambierà con Brexit.
 
E lui mi risponde: “Il governo non ci ha fatto avere nessuna direttiva particolare”. Ma come scusi?, nessuna indicazione?, lo incalzo. “No no, nessuna indicazione diversa dal solito”. Scusi, va bene che qui tra voti e richieste di rinvio it's a mess, è un bel casino, ma quella storia del 29 marzo? Sa, è vicino. “Sì ma non cambia niente in teoria per ora, più o meno sarà così fino alla fine del periodo di transizione, fino alla conclusione del 2020”. E agli europei che vengono da lei, lei cosa dice? Ne arrivano ancora? Lei cosa risponde? “Non penso che nell’immediato cambierà nulla, comunque la preoccupazione c'è, ci sono europei che vengono qui perché hanno mille timori. E ci sono pure europei che arrivano qui ora proprio sperando di fare in tempo a stabilirsi prima che scatti Brexit; anche se in realtà per usufruire di qualche benefit dovranno dimostrare di lavorare qui da almeno sei mesi prima dell'exit”. Insomma, qualche preoccupazione c’è, ma le risposte no, per cui meglio fingere che nulla stia cambiando. Ma fino a quando Londra potrà rimanere la terra delle opportunità? E poi... lo è davvero? Devo assolutamente scoprirlo.