I cervelli in fuga che ritornano
di ENRICO FRANCESCHINIFerdinando Giugliano, columnist di Bloomberg, Giandomenico Iannnetti, direttore del Lab di neuroscienze dell'Istituto Italiano di Tecnologia, e Massimo Ungaro, deputato del PD, vivevano a Londra. Adesso sono di nuovo in Italia.
LONDRA – A volte ritornano. La “fuga dei cervelli” è diventata un’espressione proverbiale: l’idea che i cervelli migliori lascino l’Italia per cercare migliori opportunità all’estero. E per molti di questi giovani, negli ultimi due decenni, la destinazione è stata il Regno Unito. Ma adesso alcuni tornano indietro. Effetto della Brexit? In parte, perlomeno psicologicamente: chi già vive in Gran Bretagna non rischia di essere espulso. Qualcosa, tuttavia, è cambiato: qui gli europei, italiani inclusi, non si sentono più a casa come prima. Difficile avere cifre precise del fenomeno. Però esiste. Allora proviamo a raccontarlo attraverso tre “cervelli” che sono tornati in Italia. Ponendo a ciascuno le stesse domande. Per ottenere anche qualche consiglio utile: a chi vuole ancora trasferirsi in Inghilterra e a chi dall’Inghilterra pensa di rientrare sulla penisola.
1. Ferdinand…
1. Ferdinand…
LONDRA – A volte ritornano. La “fuga dei cervelli” è diventata un’espressione proverbiale: l’idea che i cervelli migliori lascino l’Italia per cercare migliori opportunità all’estero. E per molti di questi giovani, negli ultimi due decenni, la destinazione è stata il Regno Unito. Ma adesso alcuni tornano indietro. Effetto della Brexit? In parte, perlomeno psicologicamente: chi già vive in Gran Bretagna non rischia di essere espulso. Qualcosa, tuttavia, è cambiato: qui gli europei, italiani inclusi, non si sentono più a casa come prima. Difficile avere cifre precise del fenomeno. Però esiste. Allora proviamo a raccontarlo attraverso tre “cervelli” che sono tornati in Italia. Ponendo a ciascuno le stesse domande. Per ottenere anche qualche consiglio utile: a chi vuole ancora trasferirsi in Inghilterra e a chi dall’Inghilterra pensa di rientrare sulla penisola.
1. Ferdinando Giugliano, commentatore dell’agenzia di informazione economica Bloomberg.
Perchè ha deciso di tornare in Italia?
Per ragioni professionali e personali. Dopo dodici anni in Gran Bretagna, otto da studente a Oxford e quattro come giornalista al Financial Times, mi piaceva l'idea di provare un'esperienza lavorativa in Italia. Inoltre, la mia fidanzata si era spostata a Roma per lavoro. Dopo tanti anni di relazione a distanza avevamo voglia di vivere nella stessa citta'.
Quali sono le cose positive che l'hanno colpita di più nel rientrare in Italia, e quali le più negative?
So che è scontato dirlo, ma dal punto di vista paesaggistico e culturale l'Italia resta un paese unico al mondo. Nei primi mesi del mio rientro continuavo a vivere con gli occhi del turista, emozionato per un pranzo al mare nelle prime giornate di caldo, o per una piccola meraviglia culinaria in una trattoria dietro casa. Mi ha poi colpito la determinazione dei tanti amici che ho trovato in questi anni, che portano avanti i loro progetti professionali nonostante un mercato del lavoro che può essere molto più complesso di quello britannico. Di negativo, invece mi ha stupito l'insularità di molte discussioni (ma con Brexit la Gran Bretagna non si sta dimostrando da meno!) e la poca diversita' di molti luoghi di lavoro, spesso dominati da uomini di mezza età e poco aperti ai più giovani o alle donne.
Cosa le manca di Londra?
Prima di tutto alcuni aspetti della vita culturale, che sono davvero alla frontiera. Dai teatri ai musei, spettacoli e mostre a Londra sono spesso all'avanguardia, molto più che in Italia. Inoltre, mi manca la sua multiculturalita', dai ristoranti alle persone che si possono incontrare a una festa. Infine, molto più in piccolo, i mezzi pubblici: camminare a piedi per il centro di Roma è splendido, ma appena ci si deve muovere un pò fuori diventa tutto complicato.
Sulla base della sua esperienza, che consigli darebbe a chi vuole andare a lavorare/studiare in Inghilterra, e a chi dall'Inghilterra pensa di tornare in Italia?
La Gran Bretagna è stata fondamentale per il mio percorso professionale. Le opportunità che il Regno Unito sa offrire ai ragazzi che vogliono impegnarsi sono davvero uniche. Inoltre, molti lavori a Londra possono offrire una prospettiva internazionale paragonabile a pochi altri posti al mondo. Dunque, è un'esperienza che consiglio assolutamente a chi può farla - Brexit permettendo, ovviamente. A quelli che volessero rientrare, invece, suggerisco di cercare di mantenere sempre dei rapporti professionali con l'Italia, che nel tempo possono maturare in un'offerta lavorativa interessante. Il mercato del lavoro italiano può essere meno rapido e trasparente di quello britannico, e dunque ci può volere un po' per trovare una posizione che coincida con i propri interessi e le proprie ambizioni. I migliori rientri sono quelli progettati con calma.
2. Giandomenico Iannetti, direttore del laboratorio di neuroscienze dell’Istituto Italiano di Tecnologia
Perché ha deciso di tornare in Italia?
È una domanda che viene posta spesso, ma di difficile risposta. Nel mio caso motivazioni appartenenti sia alla sfera personale che a quella lavorativa si sono intrecciate e influenzate a vicenda. Il tentativo di isolarle le rende inevitabilmente banali, ma ci provo lo stesso. Una prima motivazione sono i quindici anni di distacco dai luoghi dove ho passato anni importanti di formazione affettiva ed estetica, e la conseguente sensazione di non poterne godere – ovviamente rafforzata dalla fortuna che questi luoghi sono un tesoro di quelle bellezze artistiche che Longhi chiamava assolute e supreme.
Ha giocato poi un ruolo la possibilità di realizzare finalmente il desiderio, forse un po’ provinciale in una prospettiva europea, di restituire qualcosa al paese che grazie a una scuola, una università, e un dottorato di ricerca pubblici e sostanzialmente gratuiti, mi ha generosamente formato. Si aggiunga la tanto repentina quanto profonda trasformazione a cui è andato incontro il sistema universitario britannico negli ultimi dieci anni, durante i quali, a causa dell’aumento violento delle tasse universitarie, direi tutte le università, con forse l’eccezione di Oxford e Cambridge, si sono orientate al profitto, scegliendo un facile aumento degli introiti attraverso un incremento del numero degli studenti e una grande indulgenza nella valutazione a scapito del supporto alla ricerca.
Brexit non ha influenzato la mia decisione, forse perché all’inizio del 2018 non sembrava potesse evolvere nella situazione tragica e grottesca che abbiamo sotto gli occhi.
Un motivo di grande peso è stato l’aver ricevuto una offerta di lavoro che mi è sembrata più unica che rara nel panorama della ricerca scientifica italiana. Ho la possibilità di lavorare in un ambiente culturalmente stimolante, con grande libertà intellettuale, e ottime risorse economiche per costruire un laboratorio che spero resterà competitivo a livello internazionale. Decisiva è stata sia la possibilità di portare con me in Italia un gruppo di ricercatori stranieri, che quella di reclutarne altri con procedure snelle – qualcosa che purtroppo l’università italiana non è in grado di offrire per motivi di carattere economico e, a volte, culturale.
Infine, è stato molto importante riuscire a mantenere il posto di professore part-time nella mia università inglese. Questo mi dà l’illusione di contribuire un poco a stabilire rapporti di collaborazione amichevoli fra Italia e Inghilterra.
Quali sono le cose positive che l'hanno colpita di più nel rientrare in Italia, e quali le più negative?
Non mi aspettavo di osservare che il desiderio di ascoltare e di capire le motivazioni delle opinioni e del comportamento degli altri fosse così eroso – questo mi ha davvero stupito. Ho trovato questa impermeabilità molto pervasiva, dallo screzio stradale alle opinioni politiche espresse a ogni livello. Non mi aspettavo neanche una così grande passività e mancanza di indignazione di fronte a eventi abnormi, una anestesia con tratti a volte amorali e poco umani. Infine, ho notato con sorpresa una certa diffusione di cattiveria e crudeltà in cui la mancanza di cultura amplifica l’aggressività del linguaggio.
Cosa le manca di Londra?
Inevitabilmente, mi mancano parecchie cose. Alcune deliziose esperienze di vita sociale, come le conversazioni agli high tables dei collegi di Oxford e nei clubs degli accademici di Londra, e gli incontri sorprendentemente frequenti in cui si percepisce ancora la kindness della “merry England”, nel solco della tradizione morale di Dickens. Mi mancano anche quei segni piccoli ma significativi di grande civiltà sociale e culturale, come la gratuità dei musei e la ricchezza dell’offerta culturale (un esempio fra molti: la dimensione e la qualità dell’offerta musicale, purtroppo incomparabile con l’Italia). Infine, e anche questo tristemente accentuato dal confronto con l’Italia, si sente la mancanza della generale presunzione di correttezza nei rapporti umani e l’assenza di tratti familistici.
Sulla base della sua esperienza, che consigli darebbe a chi vuole andare a lavorare/studiare in Inghilterra, e a chi dall'Inghilterra pensa di tornare in Italia?
Ho visto tanti giovani italiani atterrare a Londra in cerca di lavoro, magari venendo da luoghi italiani splendidi, come la Sicilia. Li ho visti spesso trovare un lavoro semplice, sicuramente pagato più che in Italia, ma usare la maggior parte del loro stipendio per trovare sistemazioni abitative modeste e incredibilmente costose, magari per pagare il mutuo di qualche scaltro investitore, e restare intrappolati per anni in una città costosa, in cui una economia liberale impone dei modelli dominanti e spesso svuotati di contenuto e socialmente ingiusti. Ecco, il mio consiglio a chi vuole seguire il sogno di lavorare a Londra è di essere consapevole che Londra vende spesso l’idea di se stessa, considerarlo prima di caderne preda.
Infine, a chi pensa di dispatriare, per usare il bel neologismo di Luigi Meneghello, direi questo. Preparatevi da una parte ad apprendere con sollievo che alcune opinioni su entrambi i paesi sono infondate, e dall’altra a sorridere, tolleranti, scoprendo che molti altri luoghi comuni sono invece verissimi.
3. Massimo Ungaro, deputato del Partito Democratico
Perchè ha deciso di tornare in Italia?
Per colpa dell’attivismo politico. Sono stato eletto alle ultime elezioni nelle liste per gli italiani all'estero e ora ho un compito bello e impegnativo, quello di incontrare gli italiani che vivono in Europa e provare a rappresentarli in Parlamento a Roma. (Ad ogni modo non mi sento né un cervello, né in fuga, semmai un cittadino europeo in movimento!)
Quali sono le cose positive che l'hanno colpita di più nel rientrare in Italia, e quali le più negative?
A Roma in positivo mi hanno colpito l’aeroporto - secondo me uno dei migliori d’Europa – l’ottimo sistema di carsharing e il fatto che i camerieri sono sempre molto franchi su cosa valga la pena ordinare o meno. Di negativo le buche, il paternalismo, gli autobus che non passano mai e la difficoltà a pagare con la carta.
Cosa le manca di Londra?
Oltre agli amici e i colleghi, i ritmi veloci, la pinta del venerdì e la cucina indiana.
Sulla base della sua esperienza, che consigli darebbe a chi vuole andare a lavorare/studiare in Inghilterra, e a chi dall'Inghilterra pensa di tornare in Italia?
Se si va per studiare la lingua meglio evitare di convivere con italiani, imparerete l’inglese più velocemente e il vostro corso sarà sicuramente pieno di persone che cercano coinquilini. Se si va per studiare all’università, secondo me bisogna provare a fare tirocini nei settori che interessano durante la pausa estiva. Gli esami finiscono a maggio e i corsi iniziano a fine settembre: tanto tempo da investire in volontariato o in stage formativi! In ogni caso consiglio a tutti di iscriversi all’AIRE non solo perché è un obbligo di legge ma per evitare brutte sorprese in seguito. Per chi vuole tornare, tornate! L’Italia ha bisogno di voi! Credo fermamente l’Italia abbia bisogno di persone che parlino bene l’inglese e che abbiano un minimo di competenza informatica. Per i professionisti e i ricercatori universitari inoltre il rientro è facilitato da una serie di sgravi fiscali.
1. Ferdinando Giugliano, commentatore dell’agenzia di informazione economica Bloomberg.
Perchè ha deciso di tornare in Italia?
Per ragioni professionali e personali. Dopo dodici anni in Gran Bretagna, otto da studente a Oxford e quattro come giornalista al Financial Times, mi piaceva l'idea di provare un'esperienza lavorativa in Italia. Inoltre, la mia fidanzata si era spostata a Roma per lavoro. Dopo tanti anni di relazione a distanza avevamo voglia di vivere nella stessa citta'.
Quali sono le cose positive che l'hanno colpita di più nel rientrare in Italia, e quali le più negative?
So che è scontato dirlo, ma dal punto di vista paesaggistico e culturale l'Italia resta un paese unico al mondo. Nei primi mesi del mio rientro continuavo a vivere con gli occhi del turista, emozionato per un pranzo al mare nelle prime giornate di caldo, o per una piccola meraviglia culinaria in una trattoria dietro casa. Mi ha poi colpito la determinazione dei tanti amici che ho trovato in questi anni, che portano avanti i loro progetti professionali nonostante un mercato del lavoro che può essere molto più complesso di quello britannico. Di negativo, invece mi ha stupito l'insularità di molte discussioni (ma con Brexit la Gran Bretagna non si sta dimostrando da meno!) e la poca diversita' di molti luoghi di lavoro, spesso dominati da uomini di mezza età e poco aperti ai più giovani o alle donne.
Cosa le manca di Londra?
Prima di tutto alcuni aspetti della vita culturale, che sono davvero alla frontiera. Dai teatri ai musei, spettacoli e mostre a Londra sono spesso all'avanguardia, molto più che in Italia. Inoltre, mi manca la sua multiculturalita', dai ristoranti alle persone che si possono incontrare a una festa. Infine, molto più in piccolo, i mezzi pubblici: camminare a piedi per il centro di Roma è splendido, ma appena ci si deve muovere un pò fuori diventa tutto complicato.
Sulla base della sua esperienza, che consigli darebbe a chi vuole andare a lavorare/studiare in Inghilterra, e a chi dall'Inghilterra pensa di tornare in Italia?
La Gran Bretagna è stata fondamentale per il mio percorso professionale. Le opportunità che il Regno Unito sa offrire ai ragazzi che vogliono impegnarsi sono davvero uniche. Inoltre, molti lavori a Londra possono offrire una prospettiva internazionale paragonabile a pochi altri posti al mondo. Dunque, è un'esperienza che consiglio assolutamente a chi può farla - Brexit permettendo, ovviamente. A quelli che volessero rientrare, invece, suggerisco di cercare di mantenere sempre dei rapporti professionali con l'Italia, che nel tempo possono maturare in un'offerta lavorativa interessante. Il mercato del lavoro italiano può essere meno rapido e trasparente di quello britannico, e dunque ci può volere un po' per trovare una posizione che coincida con i propri interessi e le proprie ambizioni. I migliori rientri sono quelli progettati con calma.
2. Giandomenico Iannetti, direttore del laboratorio di neuroscienze dell’Istituto Italiano di Tecnologia
Perché ha deciso di tornare in Italia?
È una domanda che viene posta spesso, ma di difficile risposta. Nel mio caso motivazioni appartenenti sia alla sfera personale che a quella lavorativa si sono intrecciate e influenzate a vicenda. Il tentativo di isolarle le rende inevitabilmente banali, ma ci provo lo stesso. Una prima motivazione sono i quindici anni di distacco dai luoghi dove ho passato anni importanti di formazione affettiva ed estetica, e la conseguente sensazione di non poterne godere – ovviamente rafforzata dalla fortuna che questi luoghi sono un tesoro di quelle bellezze artistiche che Longhi chiamava assolute e supreme.
Ha giocato poi un ruolo la possibilità di realizzare finalmente il desiderio, forse un po’ provinciale in una prospettiva europea, di restituire qualcosa al paese che grazie a una scuola, una università, e un dottorato di ricerca pubblici e sostanzialmente gratuiti, mi ha generosamente formato. Si aggiunga la tanto repentina quanto profonda trasformazione a cui è andato incontro il sistema universitario britannico negli ultimi dieci anni, durante i quali, a causa dell’aumento violento delle tasse universitarie, direi tutte le università, con forse l’eccezione di Oxford e Cambridge, si sono orientate al profitto, scegliendo un facile aumento degli introiti attraverso un incremento del numero degli studenti e una grande indulgenza nella valutazione a scapito del supporto alla ricerca.
Brexit non ha influenzato la mia decisione, forse perché all’inizio del 2018 non sembrava potesse evolvere nella situazione tragica e grottesca che abbiamo sotto gli occhi.
Un motivo di grande peso è stato l’aver ricevuto una offerta di lavoro che mi è sembrata più unica che rara nel panorama della ricerca scientifica italiana. Ho la possibilità di lavorare in un ambiente culturalmente stimolante, con grande libertà intellettuale, e ottime risorse economiche per costruire un laboratorio che spero resterà competitivo a livello internazionale. Decisiva è stata sia la possibilità di portare con me in Italia un gruppo di ricercatori stranieri, che quella di reclutarne altri con procedure snelle – qualcosa che purtroppo l’università italiana non è in grado di offrire per motivi di carattere economico e, a volte, culturale.
Infine, è stato molto importante riuscire a mantenere il posto di professore part-time nella mia università inglese. Questo mi dà l’illusione di contribuire un poco a stabilire rapporti di collaborazione amichevoli fra Italia e Inghilterra.
Quali sono le cose positive che l'hanno colpita di più nel rientrare in Italia, e quali le più negative?
Non mi aspettavo di osservare che il desiderio di ascoltare e di capire le motivazioni delle opinioni e del comportamento degli altri fosse così eroso – questo mi ha davvero stupito. Ho trovato questa impermeabilità molto pervasiva, dallo screzio stradale alle opinioni politiche espresse a ogni livello. Non mi aspettavo neanche una così grande passività e mancanza di indignazione di fronte a eventi abnormi, una anestesia con tratti a volte amorali e poco umani. Infine, ho notato con sorpresa una certa diffusione di cattiveria e crudeltà in cui la mancanza di cultura amplifica l’aggressività del linguaggio.
Cosa le manca di Londra?
Inevitabilmente, mi mancano parecchie cose. Alcune deliziose esperienze di vita sociale, come le conversazioni agli high tables dei collegi di Oxford e nei clubs degli accademici di Londra, e gli incontri sorprendentemente frequenti in cui si percepisce ancora la kindness della “merry England”, nel solco della tradizione morale di Dickens. Mi mancano anche quei segni piccoli ma significativi di grande civiltà sociale e culturale, come la gratuità dei musei e la ricchezza dell’offerta culturale (un esempio fra molti: la dimensione e la qualità dell’offerta musicale, purtroppo incomparabile con l’Italia). Infine, e anche questo tristemente accentuato dal confronto con l’Italia, si sente la mancanza della generale presunzione di correttezza nei rapporti umani e l’assenza di tratti familistici.
Sulla base della sua esperienza, che consigli darebbe a chi vuole andare a lavorare/studiare in Inghilterra, e a chi dall'Inghilterra pensa di tornare in Italia?
Ho visto tanti giovani italiani atterrare a Londra in cerca di lavoro, magari venendo da luoghi italiani splendidi, come la Sicilia. Li ho visti spesso trovare un lavoro semplice, sicuramente pagato più che in Italia, ma usare la maggior parte del loro stipendio per trovare sistemazioni abitative modeste e incredibilmente costose, magari per pagare il mutuo di qualche scaltro investitore, e restare intrappolati per anni in una città costosa, in cui una economia liberale impone dei modelli dominanti e spesso svuotati di contenuto e socialmente ingiusti. Ecco, il mio consiglio a chi vuole seguire il sogno di lavorare a Londra è di essere consapevole che Londra vende spesso l’idea di se stessa, considerarlo prima di caderne preda.
Infine, a chi pensa di dispatriare, per usare il bel neologismo di Luigi Meneghello, direi questo. Preparatevi da una parte ad apprendere con sollievo che alcune opinioni su entrambi i paesi sono infondate, e dall’altra a sorridere, tolleranti, scoprendo che molti altri luoghi comuni sono invece verissimi.
3. Massimo Ungaro, deputato del Partito Democratico
Perchè ha deciso di tornare in Italia?
Per colpa dell’attivismo politico. Sono stato eletto alle ultime elezioni nelle liste per gli italiani all'estero e ora ho un compito bello e impegnativo, quello di incontrare gli italiani che vivono in Europa e provare a rappresentarli in Parlamento a Roma. (Ad ogni modo non mi sento né un cervello, né in fuga, semmai un cittadino europeo in movimento!)
Quali sono le cose positive che l'hanno colpita di più nel rientrare in Italia, e quali le più negative?
A Roma in positivo mi hanno colpito l’aeroporto - secondo me uno dei migliori d’Europa – l’ottimo sistema di carsharing e il fatto che i camerieri sono sempre molto franchi su cosa valga la pena ordinare o meno. Di negativo le buche, il paternalismo, gli autobus che non passano mai e la difficoltà a pagare con la carta.
Cosa le manca di Londra?
Oltre agli amici e i colleghi, i ritmi veloci, la pinta del venerdì e la cucina indiana.
Sulla base della sua esperienza, che consigli darebbe a chi vuole andare a lavorare/studiare in Inghilterra, e a chi dall'Inghilterra pensa di tornare in Italia?
Se si va per studiare la lingua meglio evitare di convivere con italiani, imparerete l’inglese più velocemente e il vostro corso sarà sicuramente pieno di persone che cercano coinquilini. Se si va per studiare all’università, secondo me bisogna provare a fare tirocini nei settori che interessano durante la pausa estiva. Gli esami finiscono a maggio e i corsi iniziano a fine settembre: tanto tempo da investire in volontariato o in stage formativi! In ogni caso consiglio a tutti di iscriversi all’AIRE non solo perché è un obbligo di legge ma per evitare brutte sorprese in seguito. Per chi vuole tornare, tornate! L’Italia ha bisogno di voi! Credo fermamente l’Italia abbia bisogno di persone che parlino bene l’inglese e che abbiano un minimo di competenza informatica. Per i professionisti e i ricercatori universitari inoltre il rientro è facilitato da una serie di sgravi fiscali.