Londra

La lettura

Salvini Shoes a Londra? No, grazie

A passeggio con uno scrittore: l'autore di "La più bella del mondo" guarda l'Italia dalle strade della capitale. Al tempo della Brexit

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Riceviamo questa “lettera” da uno scrittore italiano residente a Londra

Su Upper Richmond Road, proprio poco prima di giungere all’incrocio con Putney High Street ed immergersi nella Londra più americanizzata dei malls e dei centri commerciali, c’è un negozio polveroso e sgarrupato, dal sapore antico, con l’insegna «Savini Shoes». Ci passavo davanti qualche giorno fa e mi è venuto naturale, per uno di quegli strani meccanismi con cui la memoria s’impone sui sensi, di leggere «Salvini Shoes»: l’occhio frettoloso si è basato sull’orecchio, che ha reso visibile ciò che risuona continuamente nel rimbombo mediatico. È arrivato anche qui, ho pensato, ben sapendo che al massimo si sarebbe potuto trattare di qualche suo antenato: eppure l’errore, dovuto a distrazione, mi ha aperto la possibilità di vedere le cose diversamente. A fronte del personaggio mediatico, che rappresenta l’Italia del successo facile ed esibito, immediato e senza sforzo, si stagliava all’improvviso la figura anonima e ignota del signor Savini, uno shoemaker, un calzolaio, che probabilmente emigrò dall’Italia oltre un secolo fa, o magari anche solo mezzo secolo fa, chissà.

Il signor Savini è oggi solo un’insegna, che riporta il suo nome perché il negozio deve aver avuto successo a suo tempo, come poteva essere diversamente, le scarpe italiane, si sa, sono un marchio di qualità, bastava il cognome. Il negozio però oggi è gestito da un inglese, che non sa neppure chi sia il signor Savini e l’insegna l’ha ereditata da chi gli ha venduto il negozio. Un marchio d’italianità s’impone nella Londra meno italiana, più gentrified, al di là del fiume, di fronte allo stadio del Fulham, dove un altro italiano glorioso ha appena tentato e fallito la sua ennesima mission impossible, salvare un Fulham destinato inesorabilmente alla retrocessione, per mancanza di organico e di qualità. Un altro italiano umile e concreto, che ha fatto del lavoro quotidiano la sua missione, fino ad arrivare allo scudetto con una squadra di provincia che mai aveva vinto nulla a livello nazionale e mai avrebbe rivinto fino ad oggi: un italiano di successo, Claudio Ranieri, così distante eppure così simile a quel signor Savini da cui siamo partiti. Chi era, il signor Savini? Un emigrato, uno dei tanti, che a Londra cercava il riscatto da una vita di miseria, di lavoro nei campi o in fabbrica, di speranze negate e di futuro inesistente per la sua famiglia e i suoi figli.  Lo possiamo immaginare alto o basso, bruno o biondo, meridionale o nordico, ma certamente con la pelle grinzosa, la faccia bruciata dal sole e solcata dalle rughe, le mani grosse e forti, una donna sullo sfondo, amatissima e ignoratissima. Oppure no.

Ranieri non ha niente a che vedere con Savini, perché è stato un emigrato di lusso, un allenatore di Premier League, eppure anche lui non è arrivato con tutti gli onori e le strade spianate, come Capello o Ancelotti: è stato quasi sempre nei bassifondi della classifica, come il signor Savini, che non sarebbe mai diventato un Salvini qualsiasi. Andava certamente in curva anziché in tribuna, il signor Savini: magari a vedere quel Fulham che un italiano, tanti anni dopo, avrebbe provato a salvare da una retrocessione già scritta. Perché ci sono i vincenti, che vincono sempre e postano foto, e quelli che non vincono quasi mai e perciò fa tanto più piacere quando vincono, anche se sono comunque miliardari: come Ranieri, quando vinse col Leicester, la cenerentola diventata principessa; e come Savini, che vince oggi con la sua insegna dimenticata e riscoperta per caso grazie alla quasi omonimia col potente di turno.

A Londra un errore ti può far riscoprire l’Italia più sana, anonima, senza le luci e i riflettori, fatta di sofferenza e di dedizione, di lavoro e di passione, alla ricerca di quello che in Italia, allora come ora, era negato. Salvini è l’uomo del presente, che sta sempre davanti a una fotocamera o sotto i riflettori, al punto da comparire pure dove non c’è, come sull’insegna di un negozio di scarpe a Putney, Londra. Un ologramma onnipresente e sovrabbondante, che domina la scena e la controlla. Il suo alter ego Savini è l’uomo del passato, che la vita l’ha vissuta non per apparire, ma per lasciare qualcosa a chi veniva dopo: e qualcosa l’ha lasciato, perché il suo segno è ancora visibile. Un’insegna malridotta, parzialmente cancellata, ma capace di evocare un uomo, il suo lavoro, la sua storia di disagio, partenza e sofferenza, le sue mani callose annerite dal cuoio e dal fumo, le sue sigarette fumate fino al mozzicone, il suo sguardo sempre triste e sempre fiero, la sua vita di abbandono e ripartenza, fino a quello che oggi è il suo onore, per lui inconsapevole, che starà riposando in un cimitero di quartiere: il nome su un’insegna, come sulla targa di una strada o sulla copertina di un libro.

Vista da Londra, l’Italia può essere ancora questo: le storie di milioni di persone che non sono tutte uguali, ridotte allo stereotipo imposto da facebook e instagram, ma ciascuna con la sua insegna, fatta di legno, martelli, lacci e stoffe, col deposito della storia e della vita, i figli piccoli che devono mangiare, una lingua che non si capisce e tanta voglia di tirare avanti. Le tracce italiane che troviamo a Londra c’invitano a non fare confusione, perché l’ologramma di Salvini non cancelli la storia del signor Savini. (Dedicato a tutti i signor Savini che passeggiano per le strade di Londra e vanno a dormire pensando a come guadagnarsi da vivere il giorno dopo)