SOUTHAMPTON – Avete presente quella grande promessa del secolo che si è rivelata un disastro e che poi è naufragata? È partita proprio da qui, da Southampton. Non parlo di Brexit ma del Titanic, anche se la metafora oggi più che mai sarebbe calzante: sono passati quasi tre anni dal referendum e Westminster ancora non ha trovato scialuppe di salvataggio. Da questo lembo d’Inghilterra dove mi trovo oggi, da questa storica città portuale a Sud Est dell’Inghilterra, prese il largo nel 1912 il lussuoso transatlantico che avrebbe dovuto collegare l’isola agli Stati Uniti, un po’ come Brexit - secondo i suoi sostenitori - ha l’ambizione di “liberare” il Regno Unito dai lacci d’Europa e aprirlo grandiosamente ai commerci con Stati Uniti e altri continenti. Mentre, secondo i detrattori, isolerà e sbriciolerà lo United Kingdom, rendendolo preda dei capricci di Trump e togliendo a cittadini e consumatori le tutele made in Europe. Se Brexit sarà un Titanic - se cioè partirà con manie di grandezza per poi colare a picco - lo vedremo. Ma Southampton intanto ci aiuta a capire qualcosa in più.
Perché? Cos’ha di così speciale? Distrutta dalla guerra, allunga i pochi lembi rimasti delle sue vecchie mura verso il giallo acceso di Burger King e i neon di Primark, pochi direbbero che è bella, anche se quando arrivo al porto al tramonto non riesco a non rimanerci attraccata. Ha di speciale, Southampton, che qui sin dalla seconda guerra mondiale si sono stabilite comunità di polacchi. L’immigrazione dall’Est e la “rabbia verso i polacchi” è tra le motivazioni che hanno ingrossato le fila del Leave (un po’ come nel 2005 i francesi votarono “no” al referendum per la Costituzione europea anche per paura del “plombier polonais”, dell’idraulico polacco). “Qualche anno fa un giornale inglese ne contò 25mila, io credo che realisticamente siano la metà”, mi spiega David Adcock, ex pastore protestante: ha mollato tutto nel 2005, un anno dopo l’allargamento dell’Ue verso Est, Polonia inclusa, e si è improvvisato “comitato di accoglienza” oltre che speaker della Bbc prima dell’alba e guida turistica nel tempo libero.
Con “Eu Welcome”, lanciato dalla Chiesa cattolica locale e supportato dal Comune, David fino al 2017 ha dato una mano a chi arrivava dall’Est. Oggi - racconta - il clima “è molto cambiato nel Paese, pensa che dopo Brexit ci sono stati episodi assurdi, bambini di meno di nove anni che urlavano ad altri bambini polacchi: ‘mio papà ha detto che te ne tornerai a casa tua’”. Ma Southampton rimane “tutto sommato una città capace di integrare”. E lo sanno bene i “vicini di casa” di David, i professori e i ragazzi dell’Università di Southampton. Maksymiliam Kwiek è un lettore del dipartimento di Economia, è arrivato già nel 2003 e racconta che qui si sente a casa: “Ci sono state tre ondate - spiega - quella che risale alla seconda guerra mondiale, quella degli anni ‘80 durante il comunismo, quella del 2004 con l’allargamento Ue”. Poi c’è chi dice - David ad esempio - che la quarta ondata è quella di oggi, non tanto perché i polacchi arrivano, ma perché “con quel regime populista di destra che hanno nel loro Paese, col cavolo che ci vogliono tornare”.
Potrebbero, almeno i ragazzi. Il governo polacco ha fatto sapere loro che “visto il pasticcio di Brexit, cari giovani, poiché in Polonia invece l’economia va bene, vi invitiamo caldamente a tornare”. I giovani polacchi che vengono a Southampton a studiare - e sono davvero tanti, un centinaio di loro si riuniscono almeno una volta al mese nella “Polish Society” dell’Università - mi raccontano che ai raduni di universitari polacchi nel Regno Unito si presentano le grandi banche e aziende dalla Polonia nel tentativo di reclutarli. “Ma noi preferiamo rimanere qualche anno qui”, dicono Micolaj Kacki, 21 anni, al secondo anno di Matematica, l’unico del suo paesello, Wloszczowa, a esser venuto qui a studiare, e Sebastian Kruszewski, coetaneo, facoltà di Legge, che ha “scelto Southampton perché qui si parla un inglese perfetto e posso diventare un avvocato di grido nel campo del diritto internazionale marittimo”. Se scattasse Brexit “per noi sarebbe un disastro”, spiegano i due su un divanetto del campus: “Oggi possiamo accedere all’Università alle stesse condizioni di un inglese, quindi paghiamo i circa 9mila euro di retta - non come gli studenti di altri continenti che pagano quasi il triplo - e il governo inglese ci offre i prestiti proprio come ai ragazzi britannici”. La Polonia con una economia in miglioramento è stata forse l’unica nazione dell’Unione a scampare alla recessione pure durante la crisi del 2008: nessuna voglia di tornare a casa? “Preferiamo farci le ossa qui” spiegano i ragazzi, che incrociano le dita e sperano che Brexit salti. Come andrà a finire? Saluto loro e faccio un ultimo giro lungo il porto, mentre un gruppetto “multiEUtnico” di circa trenta ragazzi fa l’apertitivo.
C’è una targa qui: è dedicata al D-Day, è in memoria di “tutti coloro che resero possibili gli imbarchi di uomini e merci per invadere l’Europa”. David mi racconta che proprio attorno a Southampton venivano prodotti i temibili aerei militari Spitfire. La liberazione del continente partì anche da qui: proprio da questa città prepararono l’assalto le forze inglesi. “A combattere c’erano anche tanti polacchi, alcuni poi finita la guerra rimasero qui, e si radicò la prima comunità”. Southampton, città di ambizioni imperiali naufragate (con Titanic mai arrivato negli Usa) e anche porto che contribuì a salvare il continente (con il D-Day che ha liberato l’Europa). Città dove vinse il Leave per un soffio (circa il 53%) ma dove i più giovani che arrivano, quasi quasi, Remain...
Perché? Cos’ha di così speciale? Distrutta dalla guerra, allunga i pochi lembi rimasti delle sue vecchie mura verso il giallo acceso di Burger King e i neon di Primark, pochi direbbero che è bella, anche se quando arrivo al porto al tramonto non riesco a non rimanerci attraccata. Ha di speciale, Southampton, che qui sin dalla seconda guerra mondiale si sono stabilite comunità di polacchi. L’immigrazione dall’Est e la “rabbia verso i polacchi” è tra le motivazioni che hanno ingrossato le fila del Leave (un po’ come nel 2005 i francesi votarono “no” al referendum per la Costituzione europea anche per paura del “plombier polonais”, dell’idraulico polacco). “Qualche anno fa un giornale inglese ne contò 25mila, io credo che realisticamente siano la metà”, mi spiega David Adcock, ex pastore protestante: ha mollato tutto nel 2005, un anno dopo l’allargamento dell’Ue verso Est, Polonia inclusa, e si è improvvisato “comitato di accoglienza” oltre che speaker della Bbc prima dell’alba e guida turistica nel tempo libero.
Con “Eu Welcome”, lanciato dalla Chiesa cattolica locale e supportato dal Comune, David fino al 2017 ha dato una mano a chi arrivava dall’Est. Oggi - racconta - il clima “è molto cambiato nel Paese, pensa che dopo Brexit ci sono stati episodi assurdi, bambini di meno di nove anni che urlavano ad altri bambini polacchi: ‘mio papà ha detto che te ne tornerai a casa tua’”. Ma Southampton rimane “tutto sommato una città capace di integrare”. E lo sanno bene i “vicini di casa” di David, i professori e i ragazzi dell’Università di Southampton. Maksymiliam Kwiek è un lettore del dipartimento di Economia, è arrivato già nel 2003 e racconta che qui si sente a casa: “Ci sono state tre ondate - spiega - quella che risale alla seconda guerra mondiale, quella degli anni ‘80 durante il comunismo, quella del 2004 con l’allargamento Ue”. Poi c’è chi dice - David ad esempio - che la quarta ondata è quella di oggi, non tanto perché i polacchi arrivano, ma perché “con quel regime populista di destra che hanno nel loro Paese, col cavolo che ci vogliono tornare”.
Potrebbero, almeno i ragazzi. Il governo polacco ha fatto sapere loro che “visto il pasticcio di Brexit, cari giovani, poiché in Polonia invece l’economia va bene, vi invitiamo caldamente a tornare”. I giovani polacchi che vengono a Southampton a studiare - e sono davvero tanti, un centinaio di loro si riuniscono almeno una volta al mese nella “Polish Society” dell’Università - mi raccontano che ai raduni di universitari polacchi nel Regno Unito si presentano le grandi banche e aziende dalla Polonia nel tentativo di reclutarli. “Ma noi preferiamo rimanere qualche anno qui”, dicono Micolaj Kacki, 21 anni, al secondo anno di Matematica, l’unico del suo paesello, Wloszczowa, a esser venuto qui a studiare, e Sebastian Kruszewski, coetaneo, facoltà di Legge, che ha “scelto Southampton perché qui si parla un inglese perfetto e posso diventare un avvocato di grido nel campo del diritto internazionale marittimo”. Se scattasse Brexit “per noi sarebbe un disastro”, spiegano i due su un divanetto del campus: “Oggi possiamo accedere all’Università alle stesse condizioni di un inglese, quindi paghiamo i circa 9mila euro di retta - non come gli studenti di altri continenti che pagano quasi il triplo - e il governo inglese ci offre i prestiti proprio come ai ragazzi britannici”. La Polonia con una economia in miglioramento è stata forse l’unica nazione dell’Unione a scampare alla recessione pure durante la crisi del 2008: nessuna voglia di tornare a casa? “Preferiamo farci le ossa qui” spiegano i ragazzi, che incrociano le dita e sperano che Brexit salti. Come andrà a finire? Saluto loro e faccio un ultimo giro lungo il porto, mentre un gruppetto “multiEUtnico” di circa trenta ragazzi fa l’apertitivo.
C’è una targa qui: è dedicata al D-Day, è in memoria di “tutti coloro che resero possibili gli imbarchi di uomini e merci per invadere l’Europa”. David mi racconta che proprio attorno a Southampton venivano prodotti i temibili aerei militari Spitfire. La liberazione del continente partì anche da qui: proprio da questa città prepararono l’assalto le forze inglesi. “A combattere c’erano anche tanti polacchi, alcuni poi finita la guerra rimasero qui, e si radicò la prima comunità”. Southampton, città di ambizioni imperiali naufragate (con Titanic mai arrivato negli Usa) e anche porto che contribuì a salvare il continente (con il D-Day che ha liberato l’Europa). Città dove vinse il Leave per un soffio (circa il 53%) ma dove i più giovani che arrivano, quasi quasi, Remain...