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"Fate come la gente di Dublino: votate di nuovo"

Il suo paese ha votato due volte prima di approvare il nuovo trattato di unione europea. "Anche gli inglesi hanno diritto a un secondo referendum", sostiene un giovane irlandese trapiantato a Manchester.
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MANCHESTER - Ma davvero i britannici possono rifare il referendum su Brexit? Sei milioni di cittadini hanno firmato la petizione per annullare Brexit, sono davvero tanti, ma vi sembra questo il modo per rispettare il voto e la volontà popolare? Giro queste domande - frequentissime in rete - al mio interlocutore: sono a Manchester a fare colazione con Stephen e Stephen Stokes è il ragazzo (uno dei tanti) che ha (già) rifatto il referendum sull’Europa. La sua gente aveva detto “no” ma poi è tornata alle urne - e al secondo giro, ha detto sì. Tutto questo è già successo, e si è verificato per ben due volte: in due occasioni i cittadini, che avevano respinto l’integrazione europea in un referendum, sono tornati a votare per dire che “ok, ci eravamo sbagliati”. Prima con il trattato di Nizza, poi con il trattato di Lisbona, un popolo è tornato alle urne e ha convertito il suo “no”…
MANCHESTER - Ma davvero i britannici possono rifare il referendum su Brexit? Sei milioni di cittadini hanno firmato la petizione per annullare Brexit, sono davvero tanti, ma vi sembra questo il modo per rispettare il voto e la volontà popolare? Giro queste domande - frequentissime in rete - al mio interlocutore: sono a Manchester a fare colazione con Stephen e Stephen Stokes è il ragazzo (uno dei tanti) che ha (già) rifatto il referendum sull’Europa. La sua gente aveva detto “no” ma poi è tornata alle urne - e al secondo giro, ha detto sì. Tutto questo è già successo, e si è verificato per ben due volte: in due occasioni i cittadini, che avevano respinto l’integrazione europea in un referendum, sono tornati a votare per dire che “ok, ci eravamo sbagliati”. Prima con il trattato di Nizza, poi con il trattato di Lisbona, un popolo è tornato alle urne e ha convertito il suo “no” in un “sì”.
 
Questa non è fantapolitica: questa è solo una parte di storia d’Europa che molti di noi hanno dimenticato. Stephen viene dall’Irlanda, ha 35 anni e ricorda ancora quando “avevo 5 anni e mia nonna materna mi portava dalla nostra cittadina, Greystones, a 30 chilometri da Dublino, fino a Belfast, per pranzare dalla nonna paterna; venivamo fermati al confine, dovevamo passare i controlli perché tutta la famiglia potesse ricongiungersi nel pranzo della domenica. Tanti ragazzi come me hanno ancora ricordi come questi”. L’entrata delle “due Irlande” nell’Unione europea ha ammorbidito non solo i confini ma pure i lunghi conflitti (noti come “Troubles”) al punto che il “Good Friday Agreement” - l’accordo firmato nel venerdì santo del 1998 - ha sancito l’inizio di una lunga pace. Ha messo nel congelatore gli episodi terroristici che non solo nelle due Irlande ma anche qui a Manchester sono ancora vivissimi nella memoria delgli abitanti (in prevalenza pro Remain). Il 15 giugno 1996, alla vigilia di una partita Russia-Germania che si sarebbe dovuta giocare proprio in città, la “Provisional Irish Republican Army” mise a segno un imponente attentato (“Manchester bombing”) che non fece morti (perché gli attentatori avvisarono prima di far deflagrare la bomba nel cuore economico della città) ma provocò centinaia di feriti e miliardi di danni.
 
Stephen, arrivato dall’Irlanda a Manchester nel 2014 per cogliere una opportunità di lavoro (ora è “international admissions officer” in un’università), qui battaglia tra le file dei lib-dem per ottenere un secondo referendum su Brexit. Prima, quando viveva a Greystones, dove quando era soltanto ventenne è stato consigliere e poi nel 2013 persino sindaco, Stephen aveva già chiesto “il secondo referendum”. E - assieme agli altri compagni di battaglia - lo aveva ottenuto e vinto. L’Irlanda ha infatti detto ben due no, per poi ripensarci - sempre col voto - entrambe le volte: prima con il trattato di Nizza, poi con quello di Lisbona. Dopo che nel 2005 i francesi e gli olandesi, “figli” di Paesi fondatori dell’Europa, espressero (col voto) il loro no alla bozza di Costituzione europea, il progetto si arenò e gli irlandesi non ebbero neppure bisogno di votarla - ma poi, dopo un “periodo di riflessione” e una serie di concertazioni, si approdò al trattato di Lisbona: lì gli irlandesi votarono eccome.
 
Il 12 giugno 2008 prevalse il “no”, che incassò il 53,4%, un margine stretto, un Paese sostanzialmente diviso in due come una mela - e come la Gran Bretagna di Brexit. “La gente era disinteressata o perfino apatica riguardo all’Europa, voleva più che altro dare un segnale di disaffezione e disapprovazione verso la politica corrente” racconta Stephen, “ma poi quando ci si rese conto che il no aveva vinto esplose la mobilitazione che prima non c’era stata”. Vi ricorda qualcosa, vero? “Ci attivammo, cominciammo a fare campagna citofonando casa per casa” racconta questo irlandese impiantato nell’Inghilterra di Brexit. “Il 2 ottobre 2009 ebbe luogo un secondo referendum, e stavolta la gente votò a favore della riforma di Lisbona con una maggioranza del 67%".
 
Cosa era cambiato? “Che avevamo smesso di dare l’integrazione europea per scontata: abbiamo messo al bando il disimpegno, gli europeisti finalmente sono venuti allo scoperto e si sono mobilitati; abbiamo coinvolto la gente, abbiamo bussato porta a porta per spiegare cosa c’era in gioco”. Inoltre nel frattempo il governo irlandese aveva trattato con Bruxelles una serie di “rassicurazioni” (o “chiarimenti” come li chiama Stephen): la vecchia pagina dello Irish Times dell’epoca riferisce che “ora il Paese ha ottenuto garanzie giuridiche sulla nostra neutralità militare, sul sistema di tassazione, su questioni riguardanti la famiglia (qui il riferimento era ad esempio all’illegalità dell’aborto, ndr), eccetera; tutto questo per favorire il fatto che rimaniamo dentro l’Unione invece di rimanere isolati sul piano economico e finanziario”. Al secondo referendum Stephen e gli altri irlandesi hanno votato per “starci dentro” (anche se a modo loro) mentre nel frattempo la crisi finanziaria colpiva il continente (e teneva agganciate le isole). “Penso che anche qui in Gran Bretagna dovremmo votare di nuovo perché potremmo farlo con più consapevolezza di prima” sostiene l’irlandese che ha già rivotato due volte. E non è il solo a cavalcare l’idea.