LONDRA - Due volte immigrati: dal Bangladesh all’Italia e poi di nuovo in viaggio verso la capitale britannica. Una storia che si ripete ormai da quasi dieci anni che riguarda una delle traiettorie migratorie più interessanti dal punto di vista sociale, quello della comunità italo-bangladese. Eppure sono poche le ricerche che hanno analizzato da vicino questo fenomeno, per capire le motivazioni che hanno spinto migliaia di persone a cercare prima fortuna nel Belpaese e poi ad abbandonare di nuovo tutto e radicarsi in Inghilterra. Quasi sempre si tratta di ricerche che restano circoscritte in un ambito accademico e difficilmente vengono sfogliate dal grande pubblico. Da qui l’idea del sociologo Francesco Della Puppa, dello sceneggiatore Francesco Matteuzzi e del disegnatore Francesco Saresin di cambiare linguaggio con l’obiettivo di raccontare ai più la comunità italo-bangladese entrata di fatto a far parte del tessuto sociale italiano e ora anche di quello inglese. Il risultato è "La linea dell’orizzonte” (BeccoGiallo, pp. 168, euro 18), un etno graphic novel che racconta in forma di fumetto la migrazione tra Bangladesh, Italia e Londra partendo proprio da una ricerca condotta dal professor Della Puppa dell’Università Ca’ Foscari di Venezia.
“La scelta del fumetto nasce perché è un linguaggio che in molti conoscono. Io, ad esempio, leggevo fumetti durante la mia infanzia - spiega Della Puppa -. Poi molti lo hanno abbandonato in fase adulta e molti altri lo portano ancora avanti, ma rimane sicuramente un modo familiare di rapportarsi col grande pubblico. Ecco perché l’abbiamo scelto tra tanti altri, come fotografia e video, perché l’obiettivo era quello di fare in modo che, quella condotta, non fosse l’ennesima ricerca realizzata e letta solo dagli addetti ai lavori, ma che potesse diventare strumento di conoscenza e riflessione per tutti”. La scelta di focalizzarsi sulla comunità italo-bangladese è stata un processo abbastanza naturale per il ricercatore, vivendo nel nord est dell’Italia dove dagli inizi degli anni Novanta sono giunti i primi migranti dal Bangladesh per lavorare nel celebre distretto vicentino della concia. Mentre a Roma era radicata un’altra comunità italo-bangladese diventata successivamente una delle più grandi e importanti d’Europa in termini qualitativi e quantitativi, seconda solo a quella di Londra.
“Il radicamento è avvenuto in maniera costante nel corso di quel decennio - aggiunge il professore - dovuto a un relativo benessere economico che stava vivendo l’Italia, risultando quindi un forte richiamo per gli stranieri rispetto ad altri paesi come la Svizzera, Germania o Francia dove vigevano politiche migratorie più stringenti e non ‘strumentalmente lassiste’, come descrivo anche in un mio precedente volume ‘Uomini in movimento’. Grazie alle politiche relativamente permissive in materia di immigrazione messe in atto dallo stesso governo italiano di allora, il paese è risultato la meta ideale per molti di loro – spesso già presenti in altri paesi europei, pur senza un regolare permesso di soggiorno – che hanno fatto leva sulle varie sanatorie emanate nel corso degli anni per regolarizzare la posizione amministrativa a seguito di un visto scaduto o un ingresso irregolare. Una volta regolarizzatisi, molti di loro hanno messo su famiglia, hanno fatto figli e sono riusciti a ottenere la cittadinanza dopo dieci anni, e anche più, di permanenza. Erano diventati cittadini europei a tutti gli effetti. Anche se tutto questo è costato molto in termini di sacrifici sia economici che sociali, avevano comunque raggiunto l’obiettivo di creare attorno a sé e alla propria famiglia quel benessere tanto desiderato”.
Arrivano poi gli anni Duemila e l’Italia si ritrova al centro della crisi economica mondiale che colpisce più violentemente i Paesi dell’Europa mediterranea mettendo in ginocchio il mercato del lavoro: licenziamenti, disoccupazione e cassa integrazione colpiscono indistintamente italiani e stranieri. Per la comunità italo-bangladese si torna al punto di partenza. “Molti di loro non volevano far vivere ai figli quanto avevano già vissuto loro come padri: un lavoro come operaio o lavapiatti, insomma, un inserimento nelle mansioni più umili dei segmenti più bassi del mercato del lavoro senza in più avere la certezza di riuscire a far ottenere ai loro discendenti migliori condizioni rispetto alle proprie, nel paese che li aveva visti nascere – spiega il professore -. Oltre al mutato quadro economico e materiale, l’Italia si rivelava un paese impreparato anche dal punto di vista sociale e culturale, altro motivo per spingerli a guardare verso nuove mete. E’ stato molto frustrante rendersi conto che, molto probabilmente, i loro figli, ossia le nuove generazioni italiane ma con background migratorio del sud del mondo e la pelle scura, sarebbero stati condannati ai cosiddetti ‘lavori delle 5 P’, penalizzati socialmente, poco pagati, precari, pericolosi. Senza neppure poter aspirare, o aspirare con fortissime difficoltà, alla mobilità sociale ascendente, ovvero a un miglioramento della posizione di classe rispetto a quella delle generazioni precedenti, dei loro padri. Utilizzare la cittadinanza italiana e, quindi, il passaporto europeo, per compiere un’ulteriore migrazione è stata la chiave d’accesso a questa mobilità sociale a partire, appunto, da una nuova mobilità geografica. Londra è stata subito la destinazione di tale seconda emigrazione: essendo stato il Bangladesh, come tutto il subcontinente indiano, parte dell’impero britannico, i suoi cittadini provano una volontà di riscatto, ma, al contempo, una malcelata fascinazione nei confronti dell’ex capitale coloniale. Oltre al fatto che, proprio in virtù di questa eredità coloniale, la migrazione bangladese verso il regno Unito e Londra, nello specifico, è una realtà da secoli e, quindi, è presente la più grande e consolidata collettività bengalese al mondo al di fuori del Bangladesh, con tutto ciò che ne consegue in termini sociali, linguistici e culturali”.
“La linea dell’orizzonte” racconta questa evoluzione sociale e i tre autori hanno deciso che sarebbe stato il ricercatore a compiere il viaggio all’interno della comunità italo-bangladese, partendo dall’Italia fino ad approdare a Londra. “Il ricercatore è stato idealizzato in una figura che realmente non esiste - spiega Della Puppa - anche se in parte racconta ciò che ho fatto e vissuto durante la mia ricerca. Lo studioso parte per la capitale inglese e incontra vari esponenti della comunità e con loro parla per capire meglio cosa li abbia spinti a trasferirsi oltre Manica. Emerge essenzialmente il desiderio di offrire un futuro roseo ai loro figli, rimettendosi in gioco come tassisti di minicab per compagnie organizzate su piattaforme online, aprendo off license, lavorando nella sicurezza o a chiamata. Peggiorando anche la condizione sociale rispetto agli anni fiorenti vissuti in Italia, senza comunque mai tirarsi indietro, consapevoli che Londra avrebbe potuto offrire delle opportunità uniche ai figli. Già vederli diventare medici, poliziotti, professori universitari o anche solo impiegati sarebbe stato per loro impensabile se fossero stati ancora in Italia”.