Riceviamo e pubblichiamo:
LONDRA - Sebbene le pandemia stia progressivamente evaporando dall’immaginazione collettiva londinese, lasciando spazio da un lato all’entusiasmo avventato che accompagna il senso della riconquista, dall’altro a nuove paure e angosce legate al vento di guerra che soffia dall’Est, non possiamo ignorare gli effetti devastanti di due anni di Covid sul mondo della musica classica. A seguito di mesi di silenzio forzato, e dopo un periodo di timido riavvicinamento con il pubblico, le sale, grandi e piccole, hanno rilanciato le loro stagioni a pieno regime. Le grandi star sono tornate a brillare, riempiendo i loro account social media di affermazioni gioiose riguardo a quanto sia bello poter fare musica per pubblico dal vivo. I calendari si sono tornati a riempire con enorme anticipo (ho sentito addirittura dire di progetti discussi adesso per il 2030!) e Londra può godere di nuovo di musica classica di altissimo livello in tutte le sue destinazioni più ambite. Insomma, dopo due anni passati a dire “nulla sarà più come prima” e “il sistema deve cambiare”, si stanno facendo tutti i possibili sforzi per assicurarsi che effettivamente tutto torni esattamente a dove si era prima.
Tralasciando i forti dubbi circa una vera ripresa che sento circolare sulle bocche dei più diretti interessati (musicisti, direttori artistici e promoters di vario tipo), i problemi principali della musica classica non sono stati risolti dalla scomparsa del rischio lockdown. Per citarne solo i principali: la sostanziale assenza di pubblico fra le nuove generazioni; la sproporzionata differenza fra domanda e offerta (tanti artisti, poca audience); la crescente competizione con l’enorme quantità di intrattenimento che Londra offre (per non parlare di home entertainment, Netflix e altro); la competizione con gli stessi servizi di streaming di musica classica, che permettono di ascoltare da casa dando l’illusione di essere in sala da concerto.
La pandemia ha oltretutto aggravato la tendenza di gran parte delle persone a indirizzare il proprio tempo libero verso attività di natura privata, facilitate dal crescente potere tecnologico di avere praticamente qualsiasi prodotto di consumo consegnato a casa entro ventiquattro ore. Credendo di poter finalmente dedicare più tempo alla propria famiglia e ai propri affetti, molte persone si trovano effettivamente più sole ora di quanto lo fossero prima. Gli sprazzi di socialità che si possono osservare nelle vie affollate di Soho o di Camden Town il venerdì e il sabato sera, caotiche e vivaci come non mai, sono poco più che un’illusione di comunità e nascondono infatti un profondo senso di solitudine dell’individuo medio.
La musica classica è profondamente distante dal modo di vivere della città contemporanea, che Londra rappresenta in pieno. Ne è distante strutturalmente, seppure rappresenti una medicina fondamentale, a mio parere, per curare alcuni dei mali che stanno sempre più aggravando la degenerazione dell’individuo e delle nostre società Occidentali. È un prodotto che richiede tempo e concentrazione, due elementi di cui oggi siamo tutti molto avari. È un prodotto sofisticato, sebbene la nuova tendenza occidentale sia, per ragioni ideologiche oltre che pubblicitarie, quella di farla passare per un intrattenimento come tanti altri, accessibile a tutti e creato da chiunque. Per fortuna, dico io, essere Beethoven o Verdi non è così facile. Altrettanto non facile è potercisi avvicinare fino a penetrarne i segreti più intimi e reconditi. Ma il punto sta proprio qui: c’è una differenza fra il pretendere di poter capire tutto e subito ed il faticare per comprendere qualcosa di difficile quanto bello. L’arte vera non ci si regala, ma ci chiede impegno e dedizione. Il premio non è la salvezza ultraterrena, come il neo-puritanesimo dilagante ci vuole far credere, ma la ricchezza della vita in questa terra che facciamo ogni sforzo per ignorare e trascurare.
Il grande merito di Beethoven, e in grande misura anche della generazione romantica, fu quello di avvicinare la musica “colta” (espressione assai sgradevole ma necessaria) alla classe media, rendendola a tutti gli effetti un prodotto di consumo nel nascente universo capitalista industriale. Le sinfonie romantiche o la musica da camera dell’ottocento rappresentavano in pieno la voglia di comunità di un'Europa che sempre più aspirava ad una forma di unità culturale, a tratti sicuramente fomentata anche da ideali nazionalistici.
Il novecento ha progressivamente allontanato la musica colta dalla classe media trasformandola in un prodotto deliberatamente intellettuale. Questo è avvenuto sia per ragioni di tipo storico—la crescente pressione della musica commerciale, le avanguardie come rifugio alla crescente alienazione dell’individuo nel periodo interbellico—che per la poca lungimiranza degli stati Europei nel dedicare risorse sufficienti all’alfabetizzazione musicale. Tragicamente questo allontanamento ha coinciso con la progressiva scomparsa della classe media in Occidente, tutt’ora in corso.
In un tentativo tanto disperato quanto sconclusionato, siamo al giorno d’oggi ridotti al paradosso di proporre la musica classica simultaneamente come un prodotto di eccezionale valore intellettuale ma anche come estremamente democratico. I promoter e gli sponsor vogliono coltivare audience dai portafogli gonfi ma anche proporsi come sostenitori di un’operazione di propaganda spacciata da rivoluzione culturale secondo cui i più grandi compositori della storia erano donne o di colore. Tutti vogliono essere allo stesso tempo conservatori e progressisti. Quello che purtroppo solo in pochi fanno è cercare di far appassionare le nuove generazioni alla musica per quello che è il suo vero valore, la possibilità di creare comunità trasformando l’esperienza personale in una universale.
La musica classica è un valore europeo che ha contribuito a formare la sensibilità del mondo occidentale che adesso tutti invocano in maniera opportunistica contro gli attacchi autocratici di culture che fanno tanto ribrezzo quanta paura. Purtroppo la retorica politicamente corretta del mondo che si definisce avanzato non permette di usare la cultura come arma di progresso. Come se cultura e politica fossero due cose completamente scollegate.
Il carente riscontro di popolarità della musica classica deriva dall’incapacità dei suoi sostenitori di identificarne i valori portanti e declinarli all’interno delle nostre società moderne. In un certo senso la musica classica rappresenta il problema inverso dell’Occidente, ovvero il non essere in grado di usare l’avanzamento culturale come una fonte di espansione delle proprie frontiere, ma di relegarlo entro confini elitari con la vittimizzazione implicita di tutti coloro che ne sono al di fuori. Solo così si spiegano i tentativi di renderla economica, accessibile a tutti, senza barriere e via dicendo. Ma come può essere economica una disciplina che richiede anni e anni di formazione, sudore e studio? Come si può pensare che un linguaggio basato sulle emozioni umane e codificato attraverso strutture formali possa essere di immediato accesso a chiunque?
La soluzione non sta nei tentativi di normalizzare la musica classica ad un comune prodotto di intrattenimento, invocando finanziamenti pubblici o privati a coprire le perdite costanti. Si deve piuttosto lavorare per una alfabetizzazione musicale dell’Occidente e non solo, ponendo le basi per una domanda sostenibile. I soldi pubblici dovrebbero essere diretti a finanziare le scuole e le accademie di musica, non a coprire i cachet gonfiati degli artisti o i costi esorbitanti di festival e stagioni.
È un problema difficile, sicuramente. Ma fa parte di uno sforzo generale ormai necessario che l’Occidente dovrà fare se vuole mantenere credibilità e influenza nel mondo del futuro. Come ci insegna l’Oracolo di Delfi, conoscere se stessi è il primo passo.