Londra

Law and the City / Chiude pizzeria a Londra perché ha lavoratori irregolari

Law and the City / Chiude pizzeria a Londra perché ha lavoratori irregolari

La rubrica mensile di consigli legali per gli italiani che vivono nel Regno Unito

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A rilanciare la notizia è la BBC: a seguito di un’irruzione da parte dell’Ufficio Immigrazione dalla quale è risultato che il suo locale non era in regola, la proprietaria di Flames, una pizzeria inglese che ha assunto due lavoratori in nero, è stata interdetta per sei anni dalla carica di amministratore di società e ha ricevuto una sanzione di 20.000 sterline. La società è ora in liquidazione.

L’ispezione è avvenuta nel 2020, anche se l’iter si è concluso solo lo scorso 29 gennaio, e questo ha consentito alla proprietaria di “cavarsela” con una sanzione di 20.000 sterline; fosse accaduto oggi, o comunque dopo il 13 febbraio, poteva arrivare a 60.000 sterline per ogni lavoratore non in regola.

Il governo britannico ha infatti posto in essere la stretta annunciata la scorsa estete sull’immigrazione illegale, sanzionando in primis i datori di lavoro che si servono di lavoratori non in regola con le norme sull’immigrazione.

A quanto ammontano le nuove sanzioni

Dal 13 febbraio sono triplicate: anche 60.000 sterline per ogni singolo lavoratore illegale. Cambiate anche le regole di verifica a carico dei datori di lavoro, chiamati ad adottare ulteriori misure per garantire la conformità alle norme sull’immigrazione ed intraprendere rigorosi procedimenti di controllo per stabilire una esimente legale che li tuteli dalle sanzioni civili.

E non è finita…

Oltre alle multe salate, il lavoro illegale può comportare ulteriori rischi, tra cui, ma non solo, la responsabilità penale, l'interruzione forzata dell'attività e il potenziale impatto sulla licenza di sponsor del datore di lavoro, compresa la sua revoca. Il Ministero dell'Interno pubblicherà anche un elenco di tutte le aziende britanniche a cui sono state comminate sanzioni (cosiddetto “naming and shaming”).

Questo può ovviamente attirare l'attenzione della stampa e avere un impatto dirompente sulla credibilità e sulla reputazione del trasgressore. Effetti molto seri anche sul lavoratore, che potrebbe veder sfumato il suo sogno di tornare a lavorare successivamente in Regno Unito, ed in casi più seri subire a sua volta anche conseguenze penali.

Focus sui cittadini europei: perché le modifiche ci riguardano da vicino

Le modifiche riguardano in prima persona anche i cittadini europei ed i loro familiari. Infatti, mentre il procedimento per effettuare i controlli sui nuovi dipendenti a partire dal 1° luglio 2021 (fine del periodo di grazia post Brexit) è sempre stato chiaro, il modo in cui i datori di lavoro devono regolarsi nei confronti dei dipendenti preesistenti è più complicato.

Fino ad ora, infatti, non vi era la necessità di effettuare controlli retrospettivi sui cittadini europei (cioè sul personale già assunto prima della Brexit), mentre il rischio di sanzioni era stato mitigato da un processo attraverso il quale il datore di lavoro che veniva a conoscenza di situazioni irregolari poteva invitare il lavoratore a sanare la sua posizione incoraggiandolo a richiedere lo status (settled o pre-settled) entro 28 giorni.

Tale procedura è ora stata revocata, e la nuova guida conferma che se un datore di lavoro identifica un dipendente esistente che non ha più il diritto di lavorare, è tenuto ad adottare misure drastiche che possono includere anche la cessazione immediata del rapporto di lavoro.

E gli italiani?

Chiariamolo subito: la pizzeria che ha chiuso, di cui parlavamo in apertura, non è italiana, né lo è la proprietaria. Però a noi l’intera riforma riguarda ancor più da vicino rispetto ad altri europei, visto che tra i settori sui quali il governo ha deciso di focalizzare i controlli ci sono anche quelli, dichiarati, dell’edilizia e soprattutto della ristorazione: e qui gli italiani eccellono e sono fortemente presenti in UK.

Un settore che a seguito della Brexit ha avuto e tuttora attraversa non poche difficoltà, con ruoli che spesso non sono sponsorizzabili, e per i quali il turnover elevato a volte ha portato a cercare soluzioni poco ortodosse.

A volte facendo ricorso a persone entrate in UK per brevi periodi come turisti e che quindi non potrebbero lavorare, altre a studenti, legittimamente nel Paese ma il cui visto consente un limitato numero di ore di lavoro, che invece in alcuni casi vengono superate.

Altre ipotesi sono poi quelle di chi, entrato con un visto lavorativo, è rimasto in UK e continua a lavorare anche allo scadere dello stesso. E, naturalmente, non entriamo nel merito dei piccoli aiuti in sala o in cucina svolti da parenti, amici, e cugini vari senza alcun titolo di immigrazione…

Tutte ipotesi in cui il datore di lavoro avrebbe dovuto effettuare controlli più rigorosi, e la cui leggerezza potrebbe ora costare ancor più cara sia a chi assume che a chi lavora illegalmente.

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