LONDRA - Da antiche costruzioni nel cuore della City, riadattate dal celebre archistar Norman Foster, a palazzi rinascimentali in Svizzera, passando per l’ex spazio Fiat nella capitale britannica, divenuto uno dei primi showroom nel mondo automobilistico internazionale, dove non solo vendere auto ma anche per ospitare arte a tutto tondo. Nella lista dei luoghi battuti da Monica Colussi c’è di tutto e di più. Luoghi non convenzionali, nella maggior parte dei casi, dove ospitare artisti celebri, per citarne uno il grande fotografo Terry O’Neill, autore dell’iconica immagine dell’attrice Faye Dunaway il giorno dopo avere vinto un Oscar, o d’avanguardia, accomunati da un unico denominatore: affidarsi a lei. Da più di quindici anni nel mondo dell’arte, e da trenta a Londra, Colussi è una friulana doc, nata ad Udine, che si è fatta apprezzare nel corso del tempo proprio nel mondo degli eventi londinesi, vestendo i panni di colei che organizza mostre che vanno oltre la semplice esposizione di opere d’arte in un mix di intrattenimento e coinvolgimento dove a volte lo stesso pubblico è parte integrante dell’evento, al pari dell’artista protagonista. “Avevo compiuto 25 anni quando decisi di andare a Londra per trascorrere un periodo di vacanza - racconta Monica -. L’idea era di conoscerla, vedere come funzionava questa metropoli di cui tutti parlavano, capire perché fosse così unica. Trent’anni dopo sono ancora qui. Devo ammettere che la città mi ha subito accolta. Ho mosso i primi passi nel mondo della moda lavorando per brand internazionali del lusso. Avevo trovato una mia dimensione, con la consapevolezza che sarei rimasta qui ancora per molto”.
Quando e come avviene il momento di svolta che dalla moda l’ha proiettata nell’arte?
“Circa 17 anni fa una mia cara amica, architetta e pittrice che purtroppo ora non c’è più, mi chiese di darle una mano nell’organizzare una piccola mostra delle sue opere. Spinta dalla forte amicizia che ci legava, mi misi immediatamente in moto e trovai uno spazio formidabile: Chiltern Firehouse; ora è un albergo di lusso ma a quel tempo era una stazione dei Vigili del Fuoco in stile vittoriano nel cuore di Marylebone, completamente abbandonata. Per dieci giorni il council ci concesse lo spazio e fu un successo tanto che il Comune volle che replicassimo l’iniziativa coinvolgendo altri artisti della zona. Nacque così Art in Marylebone che venne prima ospitata in una bellissima libreria, sempre di epoca vittoriana, e successivamente presso la sede dell’Università Americana. Questo fu il mio turning point”.
Da quel momento immagino ha capito di possedere un fiuto nello scovare luoghi inusuali dove organizzare eventi?
“In realtà questo fiuto è alimentato più che altro da una reale esigenza: non essendo una gallerista pura con uno spazio fisico tutto mio, sono spinta ogni volta a trovare luoghi sempre differenti dove organizzare le esposizioni. Luoghi che prima di tutto non devono essere noiosi o banali, soprattutto ai miei occhi. Per selezionarli con attenzione parto dal progetto dell’artista che devo promuovere e dall’ispirazione che ne traggo”.
Come avviene la selezione degli artisti?
“La scelta si basa su un mix di richieste e opportunità, in maniera del tutto casuale. Non esiste un criterio particolare nella scelta degli artisti con cui stringere rapporti. Alcune volte basta una chiacchierata in qualche evento in cui sono ospite, oppure amici che mi consigliano questo o quel nome. Se scatta la scintilla, se l’artista crea prima di tutto in me una certa curiosità, allora porto avanti la collaborazione che, alcune volte, si protrae anche per anni, altre volte solo per un evento. Ma, come detto, lascio che tutto avvenga in maniera naturale perché essere troppo strutturati, troppo schematici, rischia di intaccare il lato artistico che deve invece rimanere sempre puro, su entrambi i fronti”.
Quanto l’Italia è parte del suo percorso professionale?
“La connessione con l'Italia è sempre forte e ben presente anche se i miei progetti non nascono necessariamente con l'intento di lavorare con artisti italiani. L’Italia è fondamentalmente una conseguenza del fatto di operare su una piazza internazionale, quale Londra è, dove la piattaforma artistica è composta da protagonisti di ogni paese. Nonostante io sia una una grande sostenitrice e portavoce del Made in Italy, devo anche far leva sui forti aspetti multiculturali e multietnici di cui la capitale britannica è composta, e di cui l’arte in generale si nutre”.
E ora su quali progetti sta lavorando?
“Ho in programma una serie di visite presso laboratori di artisti le cui opere sono, a mio avviso, altamente meritevoli. Incontrarli di persona, vivendo e analizzando i luoghi in cui ideano e creano, mi permette di dare vita a una certa intimità artistica necessaria per capire quale tipo di evento è possibile creare attorno ad essi. La seconda collaborazione riguarda l’arte indiana proveniente da piccole comunità che stanno scomparendo per via della mancanza di un adeguato sostegno economico. Cerco di offrire a queste persone il mio personale supporto con l’obiettivo di far conoscere al grande pubblico la loro produzione unica basata su tecniche insolite con l'uso di pigmenti. Un successivo progetto sul quale sto lavorando riguarda l’arte maldiviana. In questo caso c’è un duplice obiettivo. Il primo è mostrare allo spettatore immagini di creature che vivono nella profondità dei mari immortalate dalla macchina di un fotografo specializzato in foto in immersione; il secondo obiettivo è sensibilizzare sul fatto che a causa dei cambiamenti climatic, queste creature potrebbero scomparire e le foto, che verranno messe in mostra, potrebbero essere l’ultima testimonianza della loro presenza”.
La foto che la ritrae per questo articolo è stata scattata durante una delle ultime mostre che ha promosso, quella dell’artista polacca Gabriella Herma.
“E’ stata una esibizione che ha registrato un notevole successo, si è svolta dall’1 all’8 marzo presso la Soho Square Gallery. Il titolo scelto era Kobieta, dal polacco donna adulta. Gabriella ha voluto raffigurare il corpo di alcune donne in modo intimo, curioso e talvolta vulnerabile, ma allo stesso tempo liberatorio in modo potente per consentire allo spettatore di sperimentare una serie di sentimenti ed emozioni. Lei è un’artista che incarna perfettamente il mio modo di intendere l’arte senza confini, non solo geografici: è nata e cresciuta in una famiglia tradizionale polacca nella città di Bielsko-Bia?a, da madre polacca e padre italiano, e ha trovato in Londra, nel corso degli ultimi dieci anni, forse il miglior luogo dove esprimersi in maniera totale e senza preconcetti. Come accaduto a me”.