Londra

Zucchero conquista Londra alla Royal Albert Hall

Zucchero conquista Londra alla Royal Albert Hall

Speakers’ corner: cronaca del concerto quasi mistico che ha lanciato il tour mondiale del cantante emiliano

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LONDRA – “Io vengo da un altro posto, da un altro blues, da un’altra solitudine”. Le parole risuonano in una Royal Albert Hall che freme d’attesa. È domenica 31 marzo, seconda delle tre date londinesi di Overdose D’Amore, il tour che parte dalla capitale britannica per poi portare Zucchero e la sua band in giro per il mondo fino ad ottobre. La regalità del teatro, le luci spente, il pubblico in silenzio rendono l’atmosfera mistica. Fino a che parte l’intro alle tastiere di Spirito nel Buio e la penombra si accende, l’arena si illumina come una gigantesca palla da discoteca mentre il brano racconta di un amore sacro e profano, di un ballo che prende vita “oltre il Giordano / come una festa in Paradiso”, in linea con la suggestione pasquale.

C’è lui, l’Adelmo, al centro del palco, con l’inconfondibile cappello d’ordinanza, i jeans slavati e quell’aria godereccia e trasandata di chi è felice qui e ora, senza volere altro. Con lui uno schieramento di undici musicisti, una vera e propria orchestra con addirittura due postazioni di batteria e percussioni (la new entry Phil Mer e Monica Mz Carter), tre fiati (James Thompson, Lazaro Amauri Oviedo Dilout e Carlos Minoso) due chitarre (lo storico Mario Schilliro’ e Kat Dyson) e due tra tastiere, piano e synth (Peter Vettese e Nicola Peruch), il basso (Polo Jones) e la imprescindibile voce black di Oma Jali che entra nello stomaco ad ogni nota.

Segue Soul Mama, poi il ritmo rallenta con La Canzone che se ne va, che spoglia l’atmosfera lasciando spazio ad un arpeggio intimo in cui la voce è accompagnata da pochi accordi essenziali. “La canzone fa luce laggiù, vedi”: così si conclude il brano e, un attimo dopo si accendono raggi inattesi di sole giallo che scalda la faccia: le luci tutt’uno con gli arrangiamenti delle canzoni, fanno incantesimo e raccontano la stessa storia.

Ci sono gli strings, le sonorità anni Ottanta, la batteria sincopata ed essenziale che cavalca i passati remoti: “Ero pronto al peggio e mi sbagliai /Ero pronto al meglio ed inciampai”.

Poi il soul riparte senza preavviso, intro di piano blues e rullante, per il Partigiano Reggiano. I fiati vanno giù pesanti, non siamo a Londra ma a New Orleans, però si racconta la provincia di Reggio Emilia in cui c’è Un mondo libero, Un sogno libero, Un canto libero, Come un Partigiano Reggiano, che poi è lui, uno che è stato libero di fare una musica che non c’era, uno che dalla provincia emiliana si è preso il mondo e lo ha messo insieme canzone dopo canzone, uno che della contaminazione ha fatto il suo marchio di fabbrica e sul palco ha concentrato – in pochi metri quadri e undici musicisti – gli emisferi del pianeta: Cameron, Scozia, Texas, Cuba, Virginia, Bolzano, un mix inimitabile di sound e stili che si fondono in una sola identità, in continua – ma sempre riconoscibilissima – sperimentazione musicale.

I maxischermi ai lati del palco proiettano immagini oniriche, i testi passano attraverso poetici doppi sensi dall’acerba libidine della provincia degli anni Sessanta in Vedo Nero al racconto bucolico di amori di campagna e feste di malinconia che incendiano la notte in Ci si arrende. Il pubblico è rapito, stordito di meraviglia: si alza e balla, si risiede e ascolta, è grato e felice, connesso con l’altalena di ritmi e suggestioni che si susseguono e irradiano dal palco. È un pubblico internazionale, non solo italiano, e tutti sono ipnotizzati e trascinati allo stesso modo. È un miracolo di emozione universale.

Momento altissimo è quello del duetto con Oma Jali in Facile, da pelle d’oca, come un ago che penetra la pelle con un dolore simile al godimento estremo, un orgasmo di armonie timbriche e vocali che culmina in una delle infinite standing ovation che si susseguono per tutto il concerto. È un attimo e il pubblico viene preso alla sprovvista da l’Urlo: la folla si rialza questa volta per ballare, la batteria e le percussioni sono dannate, in preda ad un delirio dionisiaco. E subito dopo è Baila Morena, in piedi, tutti, ancora, ballano anche le luci, è festa, festa grande, non c’è tregua. Segue Iruben Me, con immagini di “neve al nord con raffiche di vento”, dove lo strumento dominante è la voce di Zucchero. E subito dopo “piovono parole dal cielo” - Indaco.

Poi l’Adelmo si ferma, si siede a centro palco e imbraccia la chitarra: “Buona Pasqua, grazie di essere qui”. È un amico che parla di sé e racconta di aver provato a fare veterinaria ed avere pure dato trentacinque esami, ma di aver capito che non era quella la sua strada. E conclude dicendo che non avrebbe potuto fare altro nella vita se non quello che fa ora: come dargli torto?! Racconta del profondo legame con la venue londinese in cui tanti anni fa, per la prima volta, aveva supportato Eric Clapton per dodici serate dando così inizio alla propria carriera internazionale.

Racconta una canzone scritta con uno dei suoi migliori amici, Francesco Guccini, “un anarchico” – dice. È Un soffio caldo, una canzone che parla di libertà nella forma di alba e granai, di cielo, di un respiro d’aria nuova ad occhi chiusi: le parole sussurrate sopra l’arpeggio continuo e nervoso del piano su cui si innesta in punta di cassa la batteria, un crescendo che culmina in una esplosione tribale, lenta, imponente e sincopata, che poi gradualmente si ritira per lasciare il posto a un fischio e al pianoforte che chiude così come ha aperto il brano. “Dio t’a strador, Adelmo!”, urla una voce dal pubblico. “Me lo diceva anche mia madre”, risponde lui divertito.

Arriva un altro amico sul palco, il cantautore inglese Jack Savoretti per celebrare insieme il trentatreesimo anniversario di Senza una donna col teatro che canta in sottofondo. E poi un brivido, una voce inconfondibile che ormai non c’è più, tutti ci guardiamo intorno smarriti, forse un altro miracolo di Resurrezione? Gli schermi mostrano l’amico di terra, cuore e voce: Luciano Pavarotti rivive con noi. Siamo tutti in piedi, è un’ovazione. Miserere. Si tratta di un brano iconico che ha fatto la storia della musica mondiale, si tratta di genio che ha unito per la prima volta pop, blues ed opera. Solo Freddie Mercury era riuscito in un’impresa simile in Bohemian Rapsody, ma l’Adelmo e Luciano sono gente di casa nostra ed è come un altro inno nazionale dell’Italia nel mondo. L’emozione è troppa per tutti, siamo overwhelmed come si dice da queste parti, abbiamo bisogno di una pausa altrimenti si rischia l’infarto musicale. Zucchero lascia il palco alla sua squadra a cui si aggiungono, in marcia coreografica dalla platea al palco, dieci coristi gospel. La temperatura emotiva si normalizza ma ci si scalda per quello che verrà dopo: un’Overdose d’amore. Segue il quadro onirico di Diamante che mai come in questo momento storico fa riflettere e sperare di vedere passare”in pace soldati e spose, domenica”.

A raffica, in sequenza, altri grandissimi successi: Così Celeste, Il Volo, Per Colpa Di Chi, Diavolo in me…e a questo punto anche l’anziana signora inglese che mi siede accanto, con al polso l’orologino d’oro piccino piccino, cessa di opporre resistenza e si alza in piedi scatenata, gettando la borsetta per terra e lasciando di stucco il marito che accenna un sorriso sornione e divertito, forse ricordando follie giovanili di una vita fa e ritrovando in quel ballo la sintesi di un amore lungo una vita.

Il potere della Musica attraverso le note e le parole di chi, obbiettivamente, non avrebbe potuto fare altro. Zucchero è un cantastorie, un pioniere, un cacciatore di emozioni, uno che ha preso a morsi il mondo e ha costruito armonie che vanno oltre ogni confine geo-politico, restando sempre fedele al suo credo che è quello dell’uomo che guarda dentro gli occhi della gente, cosa cerca non sa, forse un uomo: “Hey man, vieni e canta insieme a me /Da questa parte della strada”. Hey Adelmo, ci siamo venuti e abbiamo cantato. Ed è stato bellissimo.

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