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Stefania Bochicchio, un’italiana alla guida dell’Istituto Teatrale dell’Unesco di Londra: “Come ci sono riuscita? Per meriti acquisiti sul campo”

Dopo una lunga esperienza in campo culturale, è la prima non britannica a ricoprire il prestigioso incarico
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LONDRA - All’età di 11 anni Stefania Bochicchio aveva già le idee chiare: trasferirsi nella capitale britannica, quale meta ideale per dare vita alla sua carriera nel mondo del teatro. “I miei la presero un po’ alla leggera, forse in maniera comprensibile. Non si erano ancora del tutto accorti di quanto io fossi testarda!" A raccontarcelo è proprio Stefania, di recente nominata direttrice della sezione inglese dell’International Theatre Institute dell’Unesco, l’organizzazione delle arti performative più grande al mondo con centri sparsi in più di 100 nazioni nei cinque continenti. Lei è la prima non britannica a ricoprire questo ruolo proprio qui, nel Regno Unito, il paese dove fu fondato l’ITI nel 1948 a ridosso della fine della Seconda Guerra Mondiale da un’idea degli scrittori JB Priestley e Julian Huxley.

Tornando a quel primo confronto con i suoi genitori, ne seguì un altro, un po’ di tempo dopo, quando all’età di 22 anni, Stefania avvisò i suoi di aver comprato un biglietto di …

LONDRA - All’età di 11 anni Stefania Bochicchio aveva già le idee chiare: trasferirsi nella capitale britannica, quale meta ideale per dare vita alla sua carriera nel mondo del teatro. “I miei la presero un po’ alla leggera, forse in maniera comprensibile. Non si erano ancora del tutto accorti di quanto io fossi testarda!" A raccontarcelo è proprio Stefania, di recente nominata direttrice della sezione inglese dell’International Theatre Institute dell’Unesco, l’organizzazione delle arti performative più grande al mondo con centri sparsi in più di 100 nazioni nei cinque continenti. Lei è la prima non britannica a ricoprire questo ruolo proprio qui, nel Regno Unito, il paese dove fu fondato l’ITI nel 1948 a ridosso della fine della Seconda Guerra Mondiale da un’idea degli scrittori JB Priestley e Julian Huxley.

Tornando a quel primo confronto con i suoi genitori, ne seguì un altro, un po’ di tempo dopo, quando all’età di 22 anni, Stefania avvisò i suoi di aver comprato un biglietto di sola andata per Londra. “Mi trasferii qui per tre ragioni specifiche: nata a Ferrara e trasferita a Bologna, città che amo tantissimo, mi resi conto che la situazione ‘comoda’ e un po’ provinciale non mi avrebbe aiutato a crescere in fretta; volevo acquisire una seconda lingua di scrittura che, mi rendevo conto, avrei potuto acquisire al livello desiderato solo in loco; ammiravo scrittori come Conrad e Kafka, che non avevano scritto nella loro lingua madre, una disciplina che, io penso, forza l’autore a concentrarsi sul contenuto senza perdersi nella forma. E, se volessi aggiungere un'ulteriore motivazione, la musica è stato un altro forte richiamo: devo proprio dire di essere un’anglofila scatenata in questo reparto. Dai Beatles, prog-rock, metal, indie rock…”.

Una volta messo piede nella capitale britannica, il processo di radicamento di Bochicchio avviene in maniera molto spedito. Grazie alla collaborazione con testate italiane, intervista importanti personaggi quali Nelson Mandela e Peter Gabriel, diventa la prima donna a ricoprire la carica di direttore responsabile dell’edizione italiana di Metal Hammer Magazine, creando anche il format della trasmissione Rock Café, andata in onda su Rai2. Fonda poi una sua società, Infallible Productions, con la quale opera nel campo dell’organizzazione e della promozione di eventi culturali sul territorio britannico, quali il TuttoDante di Roberto Benigni, messo in sena nel prestigioso Theatre Royal Drury Lane o il concerto di Giovanni Allevi alla Southwark Cathedral, e molte produzioni teatrali fino a lavorare a eventi internazionali di enorme prestigio, come il Fringe Festival di Edimburgo, il festival delle arti più grande al mondo. Il successo e la visibilità ottenuta al Fringe ha fatto sì che il teatro, studiato al Dams sotto la guida di Luigi Squarzina, riprendesse un ruolo fondamentale nella sua vita, sia professionale che personale.

Arrivando ai giorni nostri, come ha ottenuto la prestigiosa nomina di primo direttore non britannico dell’UK International Theatre Institute dell’Unesco?

“Direi per meriti acquisiti sul campo. Conoscendo bene il desiderio di compagnie teatrali indipendenti di far vedere i loro lavori a Londra per acquisire maggiore visibilità con il pubblico e gli operatori di settore, sono venuta a sapere di uno spazio libero nella zona Elephant & Castle. Ho subito visualizzato un’occasione unica per creare un nuovo spazio da dedicare alle arti performative e alla coesione attraverso la cultura e l’attiva partecipazione. Questo spazio, Theatre Draper Hall, che fondai e del quale fui l’unico direttore artistico, si è occupato di offrire un palco a lavori nuovi ed originalissimi, dando la possibilità a centinaia di artisti di fare premiere a Londra. Questo mi portò all’attenzione di un comitato di persone che stava cercando di creare un nuovo centro inglese dell’International Theatre Institute, dopo che la seguitissima rivista di settore The Stage evidenziò come la mia fosse una delle programmazioni più interessanti a Londra. Quando ci fu il momento di riorganizzare il nuovo comitato dell’ITI, fui nominata unico direttore”.

Qual è la funzione dell'UK International Theatre Institute dell’Unesco?

“Come anticipato, si tratta di una istituzione culturale fondata proprio in Inghilterra nel 1948 da un’idea degli scrittori JB Priestley e Julian Huxley. Come le cose migliori che emersero in quel Dopoguerra, l’ITI fu guidato da un forte senso di idealismo ed ancora oggi, nel suo statuto, è la comunicazione attraverso le arti e l’attività artistica come messaggeri di pace, le colonne portanti dell'organizzazione. Huxley e Priestley concepirono una realtà che creasse piattaforme per lo scambio internazionale e per l'impegno nell'educazione delle arti dello spettacolo, sia per i principianti che per i professionisti, oltre allo scopo importantissimo di utilizzare le arti dello spettacolo per la comprensione reciproca e la pace. Nei corsi e ricorsi della storia, mi sembra che questo messaggio, soprattutto oggi, sia estremamente fondamentale”.

Quali sono le iniziative in programma dell’ITI?

“Di base organizziamo e promuoviamo festival, workshop e residenze in tutto il mondo. Per quello che mi riguarda, mi sta particolarmente a cuore il tema della sostenibilità e l’impatto ambientale, per i quali devi evidenziare ancora dei forti gap proprio nel mondo del teatro e della danza, rispetto al cinema e alla televisione dove invece sono più avanti. Mi sto attivamente occupando di mettere insieme un dossier multidisciplinare, attingendo ad esperienze e allargando il discorso con suggerimenti pratici. Dossier che presenterò al congresso ITI in Olanda il prossimo ottobre. Nel frattempo sto anche cercando di interessare Sadiq Khan, di recente rieletto alla carica di sindaco di Londra, ad un progetto importante… che non posso ancora rivelare”.

Vista la sua origine italiana, sta lavorando su creare un ponte tra i due paesi che interessi proprio l’ITI?

“Il centro italiano dell’ITI ha sede a Lecce ed il suo direttore, Fabio Tolledi, è un uomo di teatro con una vasta esperienza ed attivissimo nel campo delle iniziative e degli scambi culturali. Consiglio caldamente alle compagnie italiane di contattarlo affinché, magari, si possa poi creare una partnership che possa giovare ai due Paesi, all’insegna proprio del teatro e della cultura più in generale”.

ITI a parte, lei è molto attiva anche in campo cinematografico e non solo. Ci vuole anticipare alcuni dei suoi prossimi progetti?

“Da quasi un ventennio collaboro assiduamente con Cinecittà per le iniziative cinematografiche che vengono da loro portate nel Regno Unito, tra le quali la sezione di film italiani nell’ambito del prestigioso London Film Festival e la rassegna Cinema Made in Italy arrivata alla sua sedicesima edizione, l’unica rassegna di cinema italiano contemporaneo sancita da Cinecittà e i cui titoli vengono selezionati da Adrian Wootton, capo di Film London e della British Film Commission; un grande amico e conoscitore del cinema italiano, veramente un alleato importante per i nostri registi, emergenti ed affermati. Per rimanere in ambito cinematografico, ho co-curato con la dottoressa Cristina Massaccesi, direttrice di Italian Studies e professoressa associata di Film Studies all’University College London, sei edizioni della rassegna di documentari italiani contemporanei, Italia Doc, che abbiamo dovuto sospendere per il Covid, ma che ci ripromettiamo di riavviare quanto prima in una sede londinese centralissima. Da tre anni a questa parte ho ripreso attivamente a produrre sculture astratte in metallo: saldare con la fiamma ossidrica richiede una concentrazione assoluta, ed è per me una forma di meditazione. Farò a breve una mostra al centro Candid Arts Trust con una mia amica pittrice. Dopo aver scritto un libro pubblicato su Amazon, “Crooks and Grannies”, sto lavorando con una casa di produzione cinematografica inglese molto dinamica per trarne un copione cinematografico. A tal proposito mi riprometto sempre di scrivere un altro libro di fatti e storie di cui sono stata testimone nella mia lunga e varia carriera, da quando il cantante dei Frankie goes to Hollywood mi inseguì nottetempo nei corridoi di un grande albergo di Montreux minacciandomi con un asparago, al mio incontro con Nelson Mandela. Ho già il titolo: “Venere è Stanca”, e l’idea per la copertina: la Venere Botticelliana in pantofole, maschera di bellezza e fette di cetriolo sugli occhi”.

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