Hanno attraversato Cina, Mongolia, Russia, Ucraina, Slovacchia, Austria, Svizzera e Francia, percorrendo 12.250 km. Alla fine, l'agognata meta in Place Vendome, a Parigi, una delle location più prestigiose della capitale francese. La 5° edizione della Pechino Parigi riservata alle auto storiche si è conclusa così, il 29 giugno, tra lacrime, gioia, meraviglia, rabbia, portando con sé per 8 Paesi, dall'est all'ovest del mondo, tutte le emozioni che solo la passione per l'auto d'epoca e per i viaggi possono suscitare. La gara è iniziata un mese fa a Pechino, sotto il cielo di una Cina per l'occasione più benevola e aperta che mai: il 28 maggio gli equipaggi hanno preso il via con coraggio, consapevoli di ciò che li aspettava e proprio per questo impazienti di solcare gli sterrati mongoli e i tormentati asfalti russi, perché è questo il vero motivo per cui si partecipa a una traversata del genere, per mettersi alla prova.
Il nostro Paese, che le competizioni le ama da sempre, è stato rappresentato da un solo equipaggio e da una sola auto di produzione italiana, torinese come tutto l'equipaggio: la Lancia Fulvia Coupé 1300 numero 57 che Gianmaria Aghem e Piergiovanni Fiorio-Trono hanno saputo, dosando gli sforzi, condurre con saggezza a una brillante classifica, ha portato l'Italia all’ottavo posto nel gruppo delle vetture costruite dal 1942 al 1975 – il più numeroso – e al quinto nella classifica di classe di quelle con cilindrata sotto i 2 litri.
La Fulvietta era la vettura in gara con il motore più piccolo e perciò, a dire di Aghem, in qualche prova è stato possibile solo difenderci, ma non primeggiare, ci sarebbero voluti tanti cavalli in più. Pur non essendo dei novellini i nostri piloti non avevano comunque mai partecipato ad una competizione così lunga, che ha messo a dura prova anche il fisico, se si pensa che in 31 giorni di gara ci sono stati solo quattro giorni di riposo, peraltro quasi interamente dedicati ai controlli e agli interventi sulla Lancia.
La vettura, a detta dell'equipaggio, si è comunque comportata molto bene. L’unico inconveniente che ha fatto perdere tempo nell’economia della gara è stata una foratura. Gli interventi effettuati sono stati di normale routine, rivolti alla sostituzione di pezzi usurati a causa delle condizioni del percorso a volte proibitive. La preparazione è stata realizzata dai tecnici savonesi Italo Barbieri e Roberto Ratto, che hanno letteralmente “inventato” soluzioni che certo nei rally europei di qualche giorno, ricchi di punti di assistenza e con carburanti di uso normale, non sono necessarie. Nella Fulvia sono stati stivati tutta una serie di ricambi (due ruote di scorta, doppio serbatoio, doppie batterie, strumenti di navigazione) che, come ha detto Aghem, "cosi combinata pesava come un TIR". "lo rifarei - dice Piero Fiorio Trono - ma con una compagna, per condividere le emozioni. La Mongolia è fantastica, a parte la Capitale, anche i cavalli sono felici…e sereni. Troppo bello".
La Fulvia ha portato in giro per mondo le insegne dell’ ASI – Automotoclub Storico Italiano, del Veteran Car Club di Torino e dell'ACI di Torino. La gara per le vetture sino al 1942 è stata vinta dagli inglesi Garrat - Brown su Chevrolet Fangio Coupé mentre nel gruppo delle più moderne nel quale erano inseriti Aghem e Fiorio Trono si sono affermati gli australiani Crown - Bryson su Leyland P76 che monta un motore Rover V8 di 4400 cc.
Il nostro Paese, che le competizioni le ama da sempre, è stato rappresentato da un solo equipaggio e da una sola auto di produzione italiana, torinese come tutto l'equipaggio: la Lancia Fulvia Coupé 1300 numero 57 che Gianmaria Aghem e Piergiovanni Fiorio-Trono hanno saputo, dosando gli sforzi, condurre con saggezza a una brillante classifica, ha portato l'Italia all’ottavo posto nel gruppo delle vetture costruite dal 1942 al 1975 – il più numeroso – e al quinto nella classifica di classe di quelle con cilindrata sotto i 2 litri.
La Fulvietta era la vettura in gara con il motore più piccolo e perciò, a dire di Aghem, in qualche prova è stato possibile solo difenderci, ma non primeggiare, ci sarebbero voluti tanti cavalli in più. Pur non essendo dei novellini i nostri piloti non avevano comunque mai partecipato ad una competizione così lunga, che ha messo a dura prova anche il fisico, se si pensa che in 31 giorni di gara ci sono stati solo quattro giorni di riposo, peraltro quasi interamente dedicati ai controlli e agli interventi sulla Lancia.
La vettura, a detta dell'equipaggio, si è comunque comportata molto bene. L’unico inconveniente che ha fatto perdere tempo nell’economia della gara è stata una foratura. Gli interventi effettuati sono stati di normale routine, rivolti alla sostituzione di pezzi usurati a causa delle condizioni del percorso a volte proibitive. La preparazione è stata realizzata dai tecnici savonesi Italo Barbieri e Roberto Ratto, che hanno letteralmente “inventato” soluzioni che certo nei rally europei di qualche giorno, ricchi di punti di assistenza e con carburanti di uso normale, non sono necessarie. Nella Fulvia sono stati stivati tutta una serie di ricambi (due ruote di scorta, doppio serbatoio, doppie batterie, strumenti di navigazione) che, come ha detto Aghem, "cosi combinata pesava come un TIR". "lo rifarei - dice Piero Fiorio Trono - ma con una compagna, per condividere le emozioni. La Mongolia è fantastica, a parte la Capitale, anche i cavalli sono felici…e sereni. Troppo bello".
La Fulvia ha portato in giro per mondo le insegne dell’ ASI – Automotoclub Storico Italiano, del Veteran Car Club di Torino e dell'ACI di Torino. La gara per le vetture sino al 1942 è stata vinta dagli inglesi Garrat - Brown su Chevrolet Fangio Coupé mentre nel gruppo delle più moderne nel quale erano inseriti Aghem e Fiorio Trono si sono affermati gli australiani Crown - Bryson su Leyland P76 che monta un motore Rover V8 di 4400 cc.